Alvar Aaltissimo e i suoi fratelli: il successo delle pagine social che con ironia portano l’architettura (e le sue magagne) al grande pubblico

Una mattina della primavera scorsa, il mondo dell’architettura fu buttato giù dal letto da uno scoop.

In una non meglio precisata soffitta vicentina era stato rinvenuto il Quinto libro dell’architettura di Andrea Palladio. Non erano dunque quattro i libri del maestro: ce n’era un quinto, dedicato nientemeno che a Milano, ribattezzata “Città della Vita” in quel testo preziosissimo contenente gli schizzi di un progetto che per Palladio avrebbe dovuto rappresentare il coronamento di una vita.

Il quinto libro di Palladio era, ovviamente, un pesce d’aprile, l’ennesima boutade, divertita e divertente, costruita in maniera del tutto verosimile, con tanto di tavole in stile, da Alvar Aaltissimo, nom de plume di Fabrizio Esposito, giovane architetto che su Facebook e Instagram spande attraverso la pagina omonima un pensiero critico e raffinatissimo sull’architettura contemporanea e le sue magagne.

Il profilo di Alvar esiste da tempo, ma è letteralmente esploso durante il primo lockdown, quando al posto di una satira generica l’architetto ha iniziato a pubblicare tavole e fotomontaggi di progetti falsi ma inediti in grado di arrivare dritti al cuore di questioni urbanistiche complesse, le stesse sulle quali la stampa, specializzata e non, produce contenuti non sempre all’altezza, spesso guidata più dal prestigio dell’architetto in ballo che dalla volontà genuina di informare a fondo.

E, invece, nei progetti di Alvar come Vaccinia o Pradate, come nel suo recente esordio letterario per Corraini, Case Milanesissime, c’è una riflessione densa sul presente e sul futuro delle nostre città veicolata in maniera ironica. L’effetto è un po’ lo stesso di quando ci informiamo sulla politica guardando in tv gli interventi di un comico, come in una sorta di Propaganda Live del progetto, ma meno guascona e molto più scientifica.

Non è un caso che del potenziale di Alvar e dei suoi fratelli ArchiBoy, ArchiNumi, ArchiTerror e ArchiTrash – tutte pagine o iniziative che condividono lo stesso spirito si sia accorta un’intelligenza vivace e sempre sul pezzo come Cino Zucchi. Oltre che essere un fan autodichiarato di Alvar dalla prima ora, l’architetto milanese ha lanciato di recente l’appello semi-serio al presidente Mattarella, a Draghi e al ministro Franceschini affinché affidino la curatela della prossima Biennale di Architettura di Venezia proprio ai suddetti nomi.

Zucchi è anche l’autore della brillante e appassionata postfazione a Case Milanesissime, il testo in cui Alvar si lancia in una contronarrazione del capoluogo lombardo utilizzando il linguaggio degli annunci immobiliari e una serie di piante catastali, ovvero il grado zero dell’architettura, quello con cui quasi chiunque nella vita, e non soltanto un architetto, può avere a che fare.

Scrive Zucchi: “Le piante surreali, o meglio iperreali (in un mondo di ‘realtà aumentata’, i disegni di Alvar Aaltissimo sembrano perseguire scientemente l’ideale di una ‘realtà diminuita’) che illustrano gli appartamenti immaginari offerti in locazione o vendita da una Milano in eterna attesa di farsi ammettere nel club delle grandi capitali europee, diventano così un elemento di riflessione critica sulla dimensione abitativa della metropoli. Le didascalie che le accompagnano sono l’elemento cardine della loro interpretazione e costituiscono la chiave per decifrare il crittogramma grafico e la trappola di una piramide inesplorata dove il sancta sanctorum (l’abitante virtuale i cui attributi fisici e morali dovrebbero necessariamente essere plasmati sulle caratteristiche molto specifiche dell’ambiente rappresentato) viene perennemente nascosto alla nostra vista e lasciato alla nostra immaginazione”.

Se c’è qualcosa di più bersagliato dalla satira dell’architettura, sono gli architetti stessi. In un bel libro di qualche anno fa, Caricature architettoniche (Quodlibet), Gabriele Neri passava in rassegna centocinquant’anni di sberleffi contro progetti e progettisti destinati o no a fare la storia. C’è Casa Milà, il capolavoro di Gaudí a Barcelona dipinta come un garage e c’è la celebre puntata dei Simpson in cui Frank Gehry, incaricato di progettare l’auditorium di Springfield, finisce per ispirarsi al foglio di carta che lui stesso aveva accartocciato e buttato per terra dopo ore di sfinimento inutile alla scrivania.

“La chiave interpretativa del libro” chiarisce Neri “non è tuttavia quella – peraltro oggi molto in voga – dell’accusa a 360 gradi verso architettura e architetti, a cui una lettura ancora una volta troppo superficiale di queste vignette potrebbe condurre. Un’analisi più attenta porta infatti a smascherare spesso, dietro all’attacco a un edificio o a un progettista, questioni che trascendono i temi consueti dell’architettura, presa come capro espiatorio o strumentalizzata per più complesse trame di carattere politico, sociale, economico e demagogico”.

Nel caso di Alvar, è un architetto ad andare a fondo su questioni complesse, che spesso non trovano cittadinanza altrove con la stessa ricchezza di sfumature.

“Il tema della provincia” spiega lo stesso Esposito-Aaltissimo “è forse quello che mi è più caro. Me ne sono occupato con Pradate, a cui ho lavorato con la pagina instagram @city_maybe. Coima, società che a Milano fa operazioni immobiliari importanti come il Bosco Verticale o Citylife, ha acquistato lo scalo di Porta Romana per tirare su il nuovo Villaggio Olimpico in previsione dei giochi invernali del 2026. Ora, io in questa cosa ci vedo un problema, il problema dell’effimero. Viviamo di operazioni immobiliari che nascono da eventi di pochi mesi, mentre l’architettura non è più in grado di dar vita a qualcosa che duri nel tempo. Prendiamo l’Expo, sempre a Milano: un enorme masterplan per un evento di sei mesi. Oggi, dopo neanche dieci anni, si bandiscono concorsi per decidere il futuro di quelle aree. Ecco, il nuovo Villaggio Olimpico rischia di diventare un’altra operazione basata sull’effimero proprio come Expo. Pradate nasce dall’ironia di innestare la provincia nella città fin dal nome, mutuato da Fondazione Prada e dal suffisso -ate tipico di tanti comuni lombardi. Pradate è la città di Prada, in una provincia immaginaria al centro di Milano. E infatti il masterplan non ha vetro né verde né uffici e centri commerciali o multisala, ma case basse, la chiesetta, il bar Il Ritrovo. Non ci sono musei perché l’attrazione è appunto la Fondazione stessa”.

Insomma, sarà la satira a comunicare l’architettura meglio degli architetti stessi? “Non so se la satira è l’unico modo, posso dire che sicuramente sotto molti punti di vista funziona benissimo. Altri modi di comunicare l’architettura sul web non hanno avuto lo stesso riscontro. La satira sui social funziona più di lunghi articoli di critica, forse perché certi articoli sono dettati dal pregiudizio di chi li scrive o dal pressappochismo facile”.