Il legame tra l'universo dell’architettura e quello della cucina non è mai stato così solido: in un mondo dove la ricerca del bello è all’ordine del giorno, l’unione delle due discipline è la sublimazione del tema

Il fatto che ci siano sempre più architetti chef è una bella notizia.

Perché quando architetti e designer scelgono di dare una svolta alla loro vita indossando i panni da cuoco o pasticcere accade qualcosa di straordinario: la ricerca della bellezza, abbattendo i confini tra settori, diventa più fluida e immediata.

Studiare forme e strutture vale tanto per un palazzo quanto per un piatto ben costruito e in grado di incuriosire la vista prima ancora del gusto, questa è l’architettura a tavola.

Ma come si arriva a fare questo passo e, soprattutto, perché? Ne abbiamo parlato con 4 professionisti che hanno fatto il cambio di casacca (senza tradire nessuna delle loro passioni)

Elisabetta Corneo e le opere di Artefrolla

Un amore, quello per la pasticceria, che nasce nel 1990 quando Elisabetta Corneo, architetta lombarda, sfoglia insieme alla madre gli inserti di cucina dei settimanali.

L’illuminazione arriva con la costruzione del primo villaggio di pampepato e pasta frolla, già sulle orme della carriera scolastica che aveva da poco intrapreso. “Avendo già esperienza con plastici e modelli mi è sembrato normale applicarne i principi anche alla pasticceria”, racconta Elisabetta.

Quella che era una semplice passione diventa un vero e proprio lavoro solo in tempi più recenti, dopo anni trascorsi ad alternare l’architettura alla creazione dolciaria. Si definisce “un architetto che ha cambiato i materiali da costruzione” e i suoi edifici di frolla ne sono un chiaro esempio.

Dal Duomo di Milano alla Mole Antonelliana, passando per Santa Maria del Fiore, ogni costruzione si è basata su progetti prima elaborati su carta e poi realizzati in pasta frolla. Strutture vuote internamente, che scaricano le forze in verticale, come un vero edificio.

“La mia architettura in frolla preferita è Gotham City. Un metodo di lavoro differente rispetto alle altre opere dove il progetto su carta precedeva completamente la fase operativa, un work in progress dove ogni palazzo era frutto del sogno della notte precedente”.

Il suo talento è ormai riconosciuto a livello internazionale e lo testimoniano le numerose medaglie d’oro vinte ai concorsi di pasticceria e la partecipazione alla semifinale di Bake Off Italia 2016. Elisabetta non si pone limiti perché “gli architetti possono fare qualsiasi cosa” e Artefrolla ne è la conferma.

Antonio Ziantoni e la conquista della stella

Un’idea di cucina che sfida i ritmi serrati e la politica del guadagno dei tempi attuali. “Quando abbiamo immaginato Zia, lo abbiamo visto come un luogo bello che girasse intorno alla cucina. La bellezza è un insieme di cose che, messe insieme, ti fanno sentire affascinato” dice Antonio Ziantoni, chef del ristorante romano.

La storia è quella di uno chef con un passato da geometra e un sogno nel cassetto da architetto, la strada si è dimostrata diversa, ma ugualmente carica di contaminazioni tra i due settori. Del mondo dell’architettura Antonio ha preso il minimalismo e ha fatto suo il celebre motto “less is more”. I suoi piatti si presentano elegantemente con pochi ingredienti per una pulizia estetica che lascia spazio a viaggi nel gusto.

“I nostri spazi sono nati grazie a una visione che abbiamo affidato all’Architetto newyorkese Anton Cristell e Trastevere è stato quasi un obiettivo come quartiere, perché per noi rappresenta quella Roma vera divisa tra i vicoli all’ombra e persone sopra le righe. Abbiamo cercato di costruire un’atmosfera fatta di luci soffuse e di colori eleganti, ma soprattutto di forme morbide capaci di essere accoglienti e mai troppo spigolose”.

Ideali che si riflettono nello stile del locale tanto quanto nella cucina di Antonio Ziantoni, un esempio di architettura a tavola a tutto tondo.

“Nel tempo abbiamo preso come riferimenti la Galleria Giustini e Stagetti e SpazioAmpio che per noi sono adesso punti di riferimento costante per impreziosire gli arredi di Zia. Da loro abbiamo preso opere di artisti contemporanei come Pax Paloscia, Andrea Anastasio, Paolo Canevari, Forma Fantasma e opere dell’Estudio Campana”. Una costruzione del bello che coinvolge anche gli ospiti e che rappresenta una filosofia di cucina e di vita.

Cucina: il progetto gastronomico dell’architettura a tavola

Nell’Oltrarno di Firenze sorge un vero e proprio luogo di cultura, dove il culto gastronomico va di pari passo con il letterario e l’architettonico. Il risultato che oggi si può vivere e ammirare è opera del lavoro di Simonetta Fiamminghi e Giuseppe Bartolini, entrambi architetti, e di Maddalena Fossombroni e Pietro Torrigiani, librai.

Quello che si prova varcando la soglia di Cucina è un respiro di sollievo dalle pretese culinarie del XXI secolo, una ventata d’aria fresca che suggerisce un clima spontaneo e domestico dall’arredo fino ai piatti presentati. Se dovessero trovare un luogo emblematico per il loro intero processo creativo, direbbero senza dubbio il mercato, quello spazio dove la comunità vive la città, un “tempio laico metro del valore urbano”.

Il concetto è stato ripreso all’interno del locale dove ci è una soluzione di continuità tra la sala e la cucina per vivere a fondo quella che è l’immagine della trasformazione che include tanto il design quanto le pietanze portate in tavola.

Non manca il tempo dedicato alla perlustrazione del territorio, una ricerca che erano soliti fare prima, durante il lavoro nel settore archeologico medievale, e che mantengono anche tutt’oggi con la ricerca delle aziende locali. Un modo per reperire le materie prime per la cucina garantendo un’esperienza di architettura a tavola dall’ambiente al piatto.

Mediterraneum, il laboratorio di cucina di Aurelio Carraffa

Aurelio Carraffa è l’interior designer che ha fatto della cucina mediterranea la sua ragione di vita. Una persona carismatica sempre alla ricerca di nuovi stimoli e ispirazioni e che ha scelto di mettere da parte la carriera architettonica a favore di nuove avventure gastronomiche.

Carraffa ha sempre avuto un innato moto affettivo verso i fornelli, ma appendere al chiodo matita e compasso forse non era poi così scontato. Questa è una storia di architettura a tavola mossa da passione e talento naturale e quando ci sono questi due fattori, è quasi automatico farsi strada verso il successo.

Dal 2010 lo studio di architettura si è trasformato nel laboratorio di cucina Mamà Mediterraneum dove Aurelio insegna la cucina dei suoi ricordi. Una contaminazione tra le sue origini sicule e i suoi viaggi, cosa che ha fatto anche nel suo primo libro intitolato “I luoghi non ti abbandonano”, edito da Bonanno Editore.

“Quando studiavo e praticavo l’architettura i libri erano fondamentali. Per un nuovo progetto si partiva sempre dal “genius loci” - lo spirito del luogo dove sarà ambientato il progetto. Lo stesso approccio lo uso in cucina. Salvo rari casi di illuminanti intuizioni, parto sempre da un piatto tradizionale o da uno che mi piace, anche da una foto”.

Il confine tra l’architettura e la cucina è così sottile che spesso risulta difficile ritrovarlo in un piatto ben costruito o in una cucina progettata a regola d’arte. Ne sono consapevoli queste personalità che hanno dato una svolta alla loro vita, senza per questo rinunciare a un mondo piuttosto che all’altro.