I suoi lavori – digitali e fisici – sembrano perfetti ma è solo apparenza: perché per Andrés Reisinger metaverso e design sono strumenti per vedere cosa succede quando si scardinano le norme prestabilite

Il nome di Andrés Reisinger è indissolubilmente legato ai mondi che crea online: arredi che si muovono quasi impercettibilmente come respirassero, tappeti che si librano in interior rosa pallido, sedie coperte di fiori svolazzanti.

Per la maggior parte delle persone, Andrés Reisinger è infatti 'il designer del metaverso', il creativo 'spuntato dal nulla' di cui hanno parlato per mesi tutti i giornali come una curiosità del momento: il ragazzino in grado di vendere a cifre strepitose mobili inesistenti, da usare solo su piattaforme da gamer.

Una bolla irreale per chi concepisce il design secondo la definizione classica di progetto industriale.

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Questa considerazione, però, non tiene conto di molti fattori. Il primo è che quasi tutti gli arredi 'impossibili' del 32enne argentino esistono anche nella realtà. Almeno la metà dei pezzi che componevano la collezione The Shipping (venduti su Nifty Gatewat per 450mila dollari) sono stati infatti anche confezionati e consegnati agli acquirenti del concept digitale come oggetti di fatto.

Mentre la Hortensia Chair, in origine un NFT, è diventata prima una limited edition (grazie alla creazione di un tessuto in poliestere tagliato al laser e trasformato in 30mila petali di Julia Esqué, product designer di Barcellona) e ora una poltrona di produzione con Moooi.

Al Nilufar Depot poi, dove lo incontriamo durante il FuoriSalone, Andrés Reisinger ha presentato un’installazione assolutamente fisica: una reinterpretazione dell’ufficio della gallerista Nina Yasher, trasformata in un fumoir, abitata da oggetti illuminanti e statuari e avvolta in una colonna sonora ispirata al Free Jazz.

Il secondo fattore da tenere in considerazione, per smentire l’idea della 'bolla' è invece legato al pensiero che sta alla base del lavoro di Reisinger e che ha a che fare con la sua idea di ricerca. Progettuale.

Andrés Reisinger, lei progetta nel metaverso ma i suoi lavori sono spesso molto reali. Come mai?

«Perché la contemporaneità è fatta di tante cose e il metaverso è per me uno strumento per esprimerla. Come tanti altri. Contrapporre digitale e reale non ha molto senso perché spesso (e da tanti anni tra l’altro) gli oggetti nascono in un formato digitale e poi vanno in produzione. Il metaverso permette una sperimentazione prima impossibile e per questo, per un creativo di oggi, è importante frequentarlo».

Qual è il vero fascino del metaverso per un designer?

«Lo stesso che provava Bernini quando trovava un modo diverso di scolpire il marmo per ottenere un risultato nuovo. Viviamo in un’epoca che permette cose inaudite anche solo 10 anni fa. La tecnologia, da anni, lavora sulla miniaturizzazione, la compressione dei dati e ora anche sulla possibilità di rendere questo lavoro meno energivoro.

Per una persona che vive oggi ha un senso utilizzare strumenti che esistono da secoli o quelli che abbiamo noi, per la prima volta nella storia, a disposizione? Io scelgo questa seconda opzione. Va detto però che quello che conta, alla fine, è il concept».

Qual è il concept portante alla base del suo lavoro?

«Infrangere le regole per vedere cosa succede, rifuggire la perfezione e mescolare mondi diversi alla ricerca di un’espressione di vita vera e dei suoi processi.

Ho studiato al conservatorio per dieci anni e ho imparato una disciplina ferrea sia nella creazione che nell’esecuzione. Poi mi sono laureato in Graphic Design e ho capito che le regole potevano essere abbattute ed era in quel momento che succedevano cose che mi incuriosivano di più.

Il motivo era semplice: erano imprevedibili, vere, a volte riuscite e a volte meno ma sempre degne di nota e di racconto».

Quello che lei fa però sembra perfetto e anche lontanissimo dalla vita vera…

«È solo un’impressione. Se si osserva attentamente ogni scultura, lampada, oggetto che realizzo – on e offline – si troveranno sempre dei piccoli 'errori', momenti di discrepanza da un percorso che sembra segnato. Geometrie non esatte, equilibri precari, movimenti inaspettati, elementi casuali.

Tornando al tema musica, che è fondamentale in tutto quello che faccio, il mio approccio è ispirato a quello del Free Jazz degli anni 50 e 60: i musicisti conoscevano bene le regole ma le mutilavano e le rimettevano insieme in format diversi, rifuggendo la perfezione e inserendo elementi di 'disturbo': errori, rumori degli strumenti mentre venivano usati, colpi di tosse, sbuffate di fumo di sigaretta.

Quella vita che si percepisce insieme alla musica è la sua bellezza. L’incertezza e l’imprevedibilità che è possibile dare ai progetti è anche quello che rende più affascinante metaverso e NFT».

In che senso il mondo digitale può essere imprevedibile?

«Nel senso che l’intelligenza artificiale mescola dati e crea da sé un risultato e questa azione in qualche modo ricorda il processo naturale della cross-pollinazione. A questa infatti mi sono ispirato con Pollen, un lavoro su NiftyGateway (una piattaforma di aste online di arte digitale per NFT, ndr).

Chi possiede un NFT della poltrona Hortensia può, in momenti specifici chiamati drop (corrispondenti a quelli dell’impollinazione in natura), far interagire con essa un altro pezzo di codice, il polline, che innesca un processo di trasformazione che dura un determinato periodo di tempo. Dando così vita a un’oggetto nuovo, co-creato. Assolutamente imprevedibile».

Che ruolo ha la musica in quello che fa?

«Importantissimo, è parte integrante e necessaria dei miei progetti, digitali o fisici. Ma anche una ricerca a sé stante: entro l’anno pubblicherò anche un album di musica, in collaborazione con diversi artisti.

L’installazione al Nilufar Depot, per esempio, ha una colonna sonora di free jazz che aiuta a coglierne il senso. Il fatto è che la frequenza con cui la musica arriva al nostro orecchio cambia la percezione della realtà che ci circonda e anche questo può essere progettato.

L’ho fatto con The Smell of Pink (a Design Miami 2021), uno spazio vuoto ispirato al quarzo: chi entrava veniva avvolto in fragranze e suoni legati alla sua lavorazione. E non a caso: è scientificamente provato che la frequenza sonora in cui vibra il quarzo è calmante, piacevole, avvolgente. Come si vorrebbe fosse la propria casa».

Quasi tutto quello che fai è rosa. Perché?

«Perché è il colore di noi, degli esseri umani quando siamo nudi e veri. Il colore dell’origine di tutto».