Di cosa parliamo quando parliamo di affetto, a volte persino di passione e di innamoramento per le case? Come ci si riempie il cuore vivendo lo spazio che abitiamo (per scelta ma spesso anche, più prosaicamente, solo per necessità?)

“Abitare, scrive Emanuele Coccia nel suo Filosofia della casa (Einaudi) “non significa essere circondato da qualcosa né occupare una certa porzione dello spazio terrestre. Significa intrecciare una relazione talmente intensa con certe cose e certe persine da rendere la felicità e il nostro respiro inseparabili. Una casa è un’intensità che cambia il nostro modo di esser e quello di tutto ciò che fa parte del suo cerchio magico”.

Ci si può innamorare a prima vista di una casa, e poi lasciarla quando la nostra relazione ha fatto il suo tempo. Oppure imparare ad amarla nel tempo, costruendo un rapporto di osmosi che dura in eterno. Che siano appartamenti in palazzi di inizio ‘900, dimore bioclimatiche in aperta campagna o monolocali al settimo piano senza ascensore, di cosa parliamo quando parliamo di affetto e di amore per i luoghi che abitiamo?

Fra pavimenti anni ’20, bagni in stile etrusco e tetti in mattonelle di cedro rosso, tre testimonianze amorose che, come ogni storia che si rispetti, non finiscono sempre a lieto fine.

Colpo di fulmine in Normandia

Un sentimento improvviso li ha uniti: l’amore a prima vista tra Ionna Vautrin, designer e illustratrice francese, e la sua casa nel verde della Normandia è quasi da manuale. “Era più di un anno che corteggiavo questa abitazione atipica realizzata da Jean Basptiste Barache e scoperta sul sito di Architecture de Collection. La guardavo, riguardavo, ma non avevo mai il coraggio di chiamare” spiega la designer che, dopo un’esperienza per Camper in Spagna, una parentesi italiana nello studio di George J. Sowden, cinque anni con i fratelli Bouroullec, nel 2011 ha fondato un suo studio. “Ho scelto di cambiare vita, volevo qualcosa di più tranquillo, per questo ho cercato un’abitazione non molto lontana da Parigi, ma in aperta campagna”.

Oggi vive ad Auvilliers, in una luminosa casa bioclimatica di 170 metri quadrati, una struttura sostenibile in compensato di pino con il tetto in mattonelle di cedro rosso e un grande orto dove fare giardinaggio. “Mi ha sedotto perché era atipica nel materiale ma anche nella disposizione di ogni spazio. Un esperimento d’architettura che delle sue imperfezioni ha fatto un punto di forza”. Lo spazio è arredato con mobili diventati icone personali, come il divano dei fratelli Bouroullec, il tavolo di Jasper Morrison e le lampade di Kostantin Grcic, un'altalena nel mezzo del soggiorno. “Ho mollato tutto per amore, tradendo la bellezza e i ritmi di Parigi” ammette. “Certo tornerò sia per lavoro che per nostalgia, ma vorrei ripartire da qui: ridisegnare oggi aspetto della vita, trovare un’armonia con lo spazio e recuperare il tempo”.

I dolori del giovane affittuario

“All’inizio neanche mi piaceva. Anzi trovavo alcune cose, di lei, insopportabili” dice, ancora indispettito, Francisco Xavier, il fotografo messicano a proposito della piccola abitazione, un monolocale, al settimo piano in cui ha vissuto da studente a Roma. “L’affaccio sullo scalo ferroviario, il rumore costante della movida, lo spazio ristretto di 50 metri quadri: disastroso”.

Galeotta fu però un’influenza: “Rimasi a letto una settimana e quelle quattro mura il soppalco ricavato da un alto soffitto, le mattonelle anni ‘20 del pavimento, la vista sui binari iniziarono a diventarmi familiari, quasi intime. I dettagli dello spazio fecero da cornice a un racconto che ho profondamente amato: il vecchio contatore che richiamava gli sceneggiati in bianco e nero, le pareti scrostate che sapevano di malinconica decadenza, sul terrazzino panni ad asciugare di giorno e gatti a miagolare la notte”, dice Francisco oggi tornato a Città del Messico.

Per qualcuno può essere la luce di Roma, per me era tutto questo insieme di cose”. Poi però il proprietario dà la notizia: la casa serve a un parente, è tempo di sfratto. “Sono impazzito. La volevo perfino comprare, ho anche fatto una chiamata disperata al proprietario promettendo soldi in contanti che neanche avevo. Il no fu categorico. Decisi di andarmene subito. Dalla casa, dal quartiere, perfino da Roma” chiude il novello Werther con un po’ di ironia. “Mi dimentico di tutto, tranne che di rivederla, prima o poi”.

Odi et amo

“Quando sto in casa mia, mi sento spesso come il capitano Kurtz nell’Apocalypse Now di Coppola quando, verso la fine del film, parla dell’orrore”, confessa Giovanni Agosti, tra i più importanti storici dell’arte italiani. 450 metri quadrati in pieno centro a Milano, una sorta di casa-museo dove abitavano nonni e genitori e da cui è fuggito per un tour d’Italie di studio e lavoro. “Qui ho vissuto tutta l’infanzia insieme ai miei fratelli. Poi, nel 1980, sono scappato, per andare alla Scuola Normale di Pisa; sono tornato a Milano vent’anni dopo” spiega.

“Nel corso dei decenni la casa è stata popolata e colonizzata da carte, libri, manoscritti, archivi, dipinti, mobili ed è quindi diventata una specie di giungla. Ormai è una protezione verso l’esterno ma anche una bussola d’orientamento nel tempo: passato e futuro. Anche se resta un posto che continua a farmi paura, soprattutto la notte, non riesco a pensarmi in altro luogo che questo”.

All’interno di un palazzo costruito agli inizi del ‘900, l’appartamento è stato progettato secondo un’idea pluristilistica degli interni, conseguenza dell’eclettismo della seconda metà dell’800, e rimaneggiato in un secondo momento. Ogni stanza è caratterizzata da uno stile diverso, da quello etnico a quello più esotico: l’anticamera in stile sardo, la cucina che si rifà a quelle americane anni ‘50 con giocatori di golf illustrati alle pareti, il bagno che rievoca una tomba etrusca di Tarquinia e le colonne del Palazzo di Cnosso a Creta.

“È come se questa casa si fosse redenta dal suo passato, diventando una macchina creativa e un luogo dove i miei allievi vengono a studiare” racconta Agosti che il 3 luglio inaugura al Castello del Buonconsiglio di Trento la mostra su Fede Galizia, curata insieme a Jacopo Stoppa. “La casa è diventata un elemento intrinseco alla mia vita: forse è uno specchio, un autoritratto di tutte le mie contraddizioni. Non c’è l’aria condizionata (solo nella mia camera), non ci sono docce (solo vasche da bagno), alcuni mobili sono da aggiustare. E all’improvviso, quasi agli orli della vita, vaporano i fantasmi: sta a me farci i conti e non è sempre facile”.

Le foto in questo articolo sono di Francesco Sambati che ha lanciato una campagna di crowdfunding per la realizzazione del libro Aphasìa  guarda alcuni degli scatti del progetto fotografico; si può contribuire e acquistare il volume a questo link.

 

In apertura e sotto, foto di Giorgia Bellotti - Giorgibel in cui l'ambiente domestico, fatto di dettagli quotidiani, diventa coprotagonista della scena, in bilico tra nascondersi e fondersi.