Feticcio per lavarsi la coscienza o strumento per un'architettura ecologica? Il dibattito sugli alberi è acceso. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Gallanti, che ha curato una mostra su questo tema

Da quando la parola sostenibilità è entrata nel lessico comune, l’albero è diventato una sorta di panacea, il parametro per promuovere o bocciare un’architettura. “La foto di un sindaco o di un politico davanti a un alberello appena piantato rappresenta per i nostri giorni quello che una volta era il taglio del nastro di un teatro o di una biblioteca”, dice Fabrizio Gallanti, direttore del centro d’architettura Arc en Rêve di Bordeaux, dove fino al 23 gennaio è aperta la mostra Arboretum, l’arbre comme architecture, a cura dello stesso Gallanti, di Wenwen Cai, Eric Dordan e Leonardo Lella.

L’occasione perfetta per mettere un po’ d’ordine in quella lunga storia (d’amore, e non soltanto) tra architettura e verde che arriva fino ai giorni nostri, aggiungendo probabilità e imprevisti al Monopoli della città contemporanea.

La mostra è un viaggio tra ventidue storie d’alberi, metafore virtuose distribuite nel tempo e per geografia, che mostrano, tra le altre cose, come il voler affidare al verde la missione salvifica dell’architettura non sia in realtà un fenomeno così nuovo.

Esattamente come non è un fenomeno inedito la cosmesi vegetale, la pratica di nascondere la massa costruttiva dietro il verde sulla quale ironizzava Frank Lloyd Wright: “Un medico può seppellire i propri errori, ma un architetto può solo consigliare al cliente di piantare rampicanti”.

Da qualche anno, ogni volta che si parla di architettura e di alberi, assistiamo a una specie di predica acritica al ritorno alla natura che dimentica un aspetto fondamentale: che gli alberi sono creature viventi, architetture essi stessi, spesso incoercibili alle ragioni di chi vuole calarli in un progetto trascurandone la natura e le proprietà specifiche. E, soprattutto, dimenticando che sono incontrollabili, come dimostra il ficus cresciuto di fianco a un hotel di Oscar Niemeyer a Brasilia fino ad appaiare per dimensioni l’architettura del maestro.

Per dirla con Gallanti, “esiste una visione quasi ideologica, apparentemente inedita, del rapporto tra alberi e architettura, che dà luogo a una miriade di soluzioni pronte all’uso e a un'ondata di guru ed esperti auto-proclamati”.

La mostra non vuole indicare una strada maestra, anche se dalla scelta dei curatori emerge inevitabilmente un fil rouge che lega le storie virtuose. Sono quelle in cui verde e progetto vivono in simbiosi, quasi compenetrandosi. Dove gli alberi diventano colonne o finestrature e non soltanto lo strumento per un lavaggio di coscienza ecologico. Ecco allora la casa vacanza sulla spiaggia sabbiosa di Cap Ferret firmata da Lacaton&Vassal dove nove pini quasi uniscono i loro rami per circondare il volume, preservando la vegetazione arbustiva sotto il loro fogliame. O gli schizzi di Alvaro Siza per una casa a Capo Verde dove il tratto fonde senza soluzione di continuità il verde e il fabbricato. O ancora, per risalire a un classico, la Crown Hall all’IIT a Chicago progettata da van der Rohe e Caldwell come una compenetrazione di architettura e paesaggio.

“Un fenomeno nuovo” spiega Gallanti “è la maggiore attenzione per il patrimonio verde esistente, più che per il bisogno di piantare nuovi alberi. Molti urbanisti hanno compreso l’importanza di preservare. Uno dei motivi è che gli alberi più antichi assorbono meglio la Co2”. Allo stesso tempo, uno studio più attento della botanica permette di orientare meglio alcune scelte: “Al momento di decidere quali alberi piantare in città, finora si sono preferiti più spesso gli esemplari maschi, perché non producono i frutti che cadrebbero per strada facendo crescere i costi di manutenzione.

La controindicazione è che i fiori maschili producono pollini, facendo crescere le allergie stagionali in modo esponenziale. A breve il benchmarking tra i costi di manutenzione e quelli per le interruzioni del lavoro dovute alle allergie potrebbe diventare decisivo nel pianificare quali tipi di alberi avremo nelle nostre città”.

Inevitabile, a proposito di alberi e di architettura, spendere una riflessione sul Bosco Verticale, anche se il progetto non è incluso in Arboretum. “Con quell’architettura, Stefano Boeri ha messo sul tavolo il tema ambientale in maniera efficace, al punto da replicarne il modello nel mondo, mentre altre architetture che seguono lo stesso principio sono diventate bersaglio di facili ironie. Certo, noi architetti siamo bravissimi, con il nostro cinismo, a prendercela con chi ha tagliato un traguardo, ma forse la verità non è nella celebrazione acritica come non lo è nelle critiche al vetriolo. Servirebbe un’analisi seria per dirci, tra dieci o vent’anni, a che cosa è servito davvero quel progetto”.

Cover photo © Rodolphe Escher