Nel 1972 inaugurava al MoMA di New York la mostra che avrebbe portato alla ribalta il design italiano nel mondo: Italy, The New Domestic Landscape. Ma a guardare quello che resta di quel fuoco oggi, si è ancora incendiari o sarebbe più corretto considerarsi pompieri?

Sulla copertina dell’album Keep Your Soul Together, il trombettista jazz afroamericano Freddie Hubbard posa reclinato su un divano Bocca dello Studio 65 per Gufram in una foto di Pete Turner. Il disco arriva nelle vetrine dei negozi di dischi di New York nel 1973, a pochissimi mesi da Italy: The New Domestic Landscape.

Curata da Emilio Ambasz, la celebre mostra del 1972 al MoMa raggruppava la crema dei produttori (Gufram, Zanotti, Artemide, Afra, Cassina, Kartell, tra gli altri) e designer radicali italiani (9999, Archizoom, Ettore Sottsass Jr., Enzo Mari, Superstudio, Gae Aulenti, Mario Bellini, Joe Colombo, Gruppo Strum, Ugo La Pietra, Gaetano Pesce, Gianantonio Mari, Alberto Rosselli, e Marco Zanuso).

Il design radicale italiano nell’immaginario collettivo

Una mostra spartiacque tra un prima e un dopo non tanto nel design italiano, quanto nella sua consapevolezza su un piano internazionale.

Sebbene Bocca non fosse presente al MoMa, il fatto che un divano nato da un collettivo di studenti-contestatori della facoltà di architettura dell’università di Torino fosse arrivato sulla copertina di un album di una delle leggende del jazz a stelle e strisce, ne è senza dubbio un esempio lampante. Chissà se Hubbard fosse stato ispirato dal MoMa, come il suo collega Coltrane dal Guggenheim sulle cui scale ellittiche progettate da Frank Lloyd Wright si era fatto ritrarre solo pochi anni prima.

Il design radicale oggi: utopia disinnescata, divertissement o fuoco ardente?

A 50 anni dalla mostra, sorge doveroso domandarsi non tanto cosa rimanga oggi del jazz - in ottima forma - ma del design radicale: utopia disinnescata, divertissement, o fuoco ardente?

Chi, come l’autore di questo pezzo, è cresciuto nella provincia piemontese dei Duemila - la stessa dello Studio 65 - ha molto probabilmente dovuto fare i conti con esemplari, o molto più probabilmente copie budget, dei pezzi di design radicale tra bar, locali e discoteche dal dubbio gusto.

Ciò mette in luce come nei decenni questi pezzi siano entrati - perdonate il gioco di parole - radicalmente a fare parte della cultura popolare italiana e non, tanto da renderli immarcescibili anche fuori dal solo e ristretto circuito di collezionisti per cui furono inizialmente concepiti.

Il paradosso del design radicale

Un destino distante da quello auspicato da Ettore Sottsass Jr., che intervistato dalla testata Artforum all’inaugurazione della mostra illustrava il suo abbondante uso di plastica come necessario alla creazione di “arredamento da cui sentirsi così distaccati, disinteressati e poco coinvolti da non avere alcuna importanza per noi.”

In quest’ottica, Charley Vezza, ceo di Italian Radical Design, gruppo che riunisce la proprietà di Gufram e Memphis, analizzando le differenze tra le due collezioni nate a una decina di anni di distanza, spiega: “Oggi Memphis può entrare nelle case non di tutti, ma di molti. Qui sta la vera rivoluzione: andare a riprendere lo spirito che c’era.

Mentre Gufram è nata collezionabile e rimarrà un brand da collezione, Memphis può fare ora quello che voleva fare inizialmente [...]: può entrare nelle case di quei molti esponenti di un mercato globale di appassionati di arte, design, cultura, che ai tempi non c’era.”

Un mercato globale in cui, nelle parole di Vezza, è inclusa anche la Cina, politicamente vicina a diversi designer del tempo, ma senza dubbio lontana dal loro originale target di clientela.

La tutela dell’heritage

Il successo mondiale e trasversale alle classi sociali che oggi riscontra il design radicale italiano è riscontrabile anche, se non soprattutto, in un accorto lavoro di tutela e celebrazione dell’heritage.

Si pensi a iniziative come quella che ha portato il Pratone Gufram tra i passanti del centro di Milano durante l’ultima Design Week. O, ancora, alla collana di volumi dell’archivio Poltronova che dedicano un sostanziale numero di pagine all’oggi dei loro prodotti, dall’impiego del Superonda di Archizoom Associati in video musicali al coinvolgimento attivo del pubblico social.

Ne è prova il fatto che sembrino esserci più Ultrafragola a Londra - tra ristoranti upmarket e pub per young professional mai veramente usciti dalla fase Alexa Chung - di quanti chi scrive ne abbia mai visti in Italia.

L’incipit del collectible design

Dopotutto, una delle grandi eredità del design radicale sta nell’aver anticipato l’idea di collezionismo elitario in tempi in cui, come spiega Vezza in rapporto a Gufram, “non c’era ancora un concetto di collectible design, parola in auge solo da una decina di anni.”

Se Gufram non è per tutti, la sua serie di successo Guframini ne offre comunque le icone in pratico formato santino da comodino.

La rottura con il modernismo e l’accessibilità in stile Morris

Tra queste è inclusa anche la rivisitazione del Cactus di Drocco e Mello fatta da Toilet Paper nel 2013. Il magazine fondato da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari è senza dubbio - specialmente nel suo sodalizio con Seletti - una delle poche realtà ancora capaci di interpretare nel contemporaneo lo spirito radicale, anzi rendendolo accessibile con una filosofia affine a quella di William Morris.

Filosofia che ha accompagnato anche Memphis, nata nel 1982 proprio con l’intento di creare una rottura con il modernismo, entrando nelle case di tutti, pur non trovando un mercato ancora maturo, come osserva Vezza.

Il design radicale è tutt’altro che radical?

Nel successo commerciale degli oggetti del design radicale italiano si può al tempo stesso riscontrare la critica, tutto fuorché trascurabile, che Robert Jensen di Artforum muove alla collettiva newyorkese, in un articolo il cui titolo - “The Italian design show at MoMa: a postmortem” - è tutto un programma. Il giornalista americano vede, infatti, le creazioni degli italiani come tutto fuorché rivoluzionarie dal momento che al cuore della mostra c’erano istituzioni politiche (Ministero del commercio internazionale) ed economiche (FIAT, Olivetti, AGIP, Eni, Alitalia).

Una critica in cui possiamo, comunque, riscontrare una certa lungimiranza dei designer in questione nell’anticipare la quasi totale impossibilità dell’arte e della cultura contemporanea di reggersi sulle proprie gambe senza sponsorizzazioni e compromessi. Un mindset che si estende anche al giornalismo come advertorial anziché pratica critica, o all’influencing come professione dell'Uomo Virtuoso degli anni Venti del Duemila.

Quando lo stato e le istituzioni promuovono la “rivoluzione”

Simultaneamente, la forte partecipazione statale nella riuscita della mostra è oggi promemoria di una stagione in cui l’industria italiana sapeva imporsi su scenari internazionali, al di là di Grandi Bellezze e mercificazione della pappa al pomodoro. Come sottolinea Jensen “Eugenio Cefis, vecchio presidente dell’ENI, aveva una visione chiara del potenziale che questo progetto avrebbe potuto avere per l’industria italiana.”

Se gli ambienti sono più radical dei prodotti

È nella parte della mostra dedicata alla creazione di ambienti radicali, quella senza dubbio più concettuale, che, per assurdo, si può riscontrare il grande pragmatismo contemporaneo degli artisti in questione. Joe Colombo parlava di come il design dovesse essere fatto “sempre più per l’uomo, anziché al contrario”.

Una frase che sebbene ci faccia pensare a come l’euforia plastica del Boom renda oggi indispensabili riflessioni sull’antropocene e sulla salvaguardia dell’ambiente, al tempo stesso si sposa con la progettazione di spazi domestici sempre più sinergici alle necessità dell’uomo all’indomani della pandemia.

Anzi, sono proprio le soluzioni abitative modulari presentate al MoMa da Zanuso e Sapper con la loro casa mobile capsulare e - in un certo senso - anche dalla Karasutra - l’auto-abitazione sullo stile della convertibile dei mimi di Blow Up - di Mario Bellini a espletare questo concetto.

Enzo Mari e il collezionismo virtuale

Addirittura, Enzo Mari che provocatoriamente presentò un ambiente vuoto in cui era la voce registrata di una bambina a consentire agli spettatori di immaginarlo e farlo proprio, fu anticipatore del concetto alla base dell’edilizia e del collezionismo virtuale degli NFT, ora tanto cari a designer e stilisti.

Cosa resta dunque del design radicale oggi?

La natura giocosa e provocatoria di molti di questi oggetti li ha resi tanto celebri nell’iconografia di massa, da rendere oggi molti tentativi di fare arte alla radicale – e non radicale – un cul de sac semantico. Al punto che risulta non solo difficile, ma quasi inutile, insistere sul produrre design alla radicale che si spinga oltre la riproduzione di oggetti già storici ed affermati.

Da incendiari a pompieri

“Diventerai un ragioniere pure tu”, così scherzava una volta con chi scrive un esponente della generazione d’oro del design radicale per raccontare il passaggio da incendiari a pompieri di tanti suoi colleghi. Finita la Contestazione e assorbita la dirompenza radicale nella cultura dominante, le opere in questione non possono dunque che passare da atti di militanza a status symbol.

La loro desiderabilità ha fatto inoltre sì che nell’attuale società della democratizzazione dell’accesso al lusso si arrivi addirittura ad affittare opere che strizzano l’occhio al design radicale, come le sculture zoomorfe plastiche di Cracking Art. O ad appagare le smanie di possesso di uno status symbol tramite illusorie declinazioni come i Guframini.

Le intuizioni di Memphis addirittura si trovano, totalmente disinnescate nella loro funzione originale, a fare da scenografia al reality show LOL, condotto da Fedez e prodotto da Amazon. Difficile immaginare un colpo di coda più corporate e a-radicale di così.

Leggi: LOL quando il design fa ridere

Se glissiamo, dunque, le reiterazioni di concept vecchi di decenni - spesso non più capaci di farsi portatrici di quel linguaggio militante e dirompente delle origini -, e andiamo oltre le riproduzioni che consentono a marchi storici di rimanere in vita, è soprattutto una filosofia - un mindset direbbero negli showroom in cui si vendono questi oggetti - a rimanere.

Emblematiche, in chiusura, le parole di Vezza: “Non prevediamo edizioni limitate, riedizioni o nuove edizioni [di Memphis, ndr]. C’è già tutto in quel catalogo: oltre 200 elementi che prevedono tutte le scale, sia di dimensione sia di fascia di prezzo, dal mobile all’oggetto. Difficile pensare di potere aggiungere qualcosa, quello che c’era da dire è già stato detto”.