A Milano, fino all’8 maggio, This must be the place contamina lo spazio commerciale di Composit e riflette sull'abitare domestico attraverso le opere di 9 artisti

Nove artisti e un ambiente espositivo del tutto inusuale: è questa la linea di partenza da cui ha preso forma la mostra collettiva This must be the place (a cura di Edoardo De Cobelli e Sara Van Bussel), fino all’8 maggio 2022 al COMPOSIT Flagship Store di Milano.

Partendo da un contesto commerciale e solitamente destinato alla vendita di oggetti materiali, gli artisti hanno sperimentato intrecci e contaminazioni insolite per far emergere riflessioni (e riflessi) della vita quotidiana in uno spazio completamente reinventato.

Lo spazio come una tela

Protagonista di tutto il progetto, oltre alle opere, è infatti proprio lo spazio con gli artisti impegnati in una corale reinterpretazione del contesto.

In alcuni casi stravolto, in altri semplicemente utilizzato come punto di partenza per evidenziarne alcuni aspetti, lo spazio espositivo si è trasformato da un luogo commerciale a una tela bianca in cui portare il linguaggio espressivo dell’arte. I soggetti focali solitamente centrali per l’attività cui è adibito, come rubinetti, piani cottura, lampade e pareti, sono diventati mezzo di espressione.

Intrusione e nuove funzioni

Con This must be the place il Flagship store milanese di Composit viene completamente riletto: al piano superiore, le superfici (insieme con tutto ciò che ne connota l’anima commerciale) si sono trovate a ospitare forme colori e materiali inattesi, che parlano però sempre di vita domestica. Ne è un esempio il lavoro proposto di Lorenzo Lunghi, che a partire dal caramello, aggiungendo ibuprofene e farmaci domestici, crea una serie di 3 sculture in simbiosi con le lampade che illuminano la cucina.

Il piano inferiore invece si è trasformato in una installazione ambientale che coinvolge i sensi: il visitatore viene catapultato in un mix di colori, odori e suoni che trasformano lo spazio in un’esperienza immersiva. La traccia sonora di Daniele di Girolamo dal titolo Reazione sommersa a una nave cargo che porta bagliori accompagna la discesa delle scale, preannunciando l’alto tasso di coinvolgimento che attende al varco dell’ambiente, mentre un sentore di tiglio rende complice anche l’olfatto.

Le opere

All’ingresso è immediato notare Grey Matter di Matteo Pizzolante, posta al centro del piano principale: una colonna inclinata e caratterizzata da un evidente foro nel cartongesso, attraverso il quale è possibile osservare il video della ricostruzione di un’esplosione 3D all’interno di un’architettura fittizia. Sempre al primo piano vi è poi Duna di Antonio Gramegna, che si presenta come una grande seduta dalle forme curve, mentre Luca Poncetta appende, con un arpione, una scultura di sapone che ricorda una raccolta di forme ossee armoniche.

Il lavoro di Giacomo Giannantonio, l’artista più giovane della mostra (classe 1998), presenta una natura morta contemporanea dalle sembianze kistch, con bicchieri rossi su un fondo di marshmellow e patatine fritte. Sono a tema organico anche l’intervento di Marina Cavadini che distribuisce sul piano cottura una serie di scritte effimere in caramello, partendo dal concetto di sovraeccitamento quotidiano, riassunte nel brand di training equipment Excite, che dà il titolo al lavoro e di Lorenzo Lunghi (sopra citato).

A completare l’installazione del piano inferiore, poi, un diffusore in vetro soffiato, opera di Lucia Cristiano Dove ogni cosa resta, ricrea il profumo di un celebre viale alberato di Sarajevo particolarmente caro all’artista.

Distribuiti su un piano orizzontale, la serie Masks di Francesco Pacelli, 40 saponette, anch’esse profumate, che riprendono quella che è considerata essere la prima immagine della storia: una pietra reperita in una caverna dell’antenato dell’uomo, l’australopiteco, 3 milioni di anni fa.