Castell’Arquato celebra l’architetto, artista e designer Albino Vescovi. Un viaggio nelle sue energie creative: pittura, architettura, design e grafica

Venti opere pittoriche di grande formato, dal 1986 ad oggi, modelli, foto e disegni della produzione architettonica e una selezione di oggetti di design. Rende omaggio alla sua poliedricità Segno Spazio Luce, la mostra personale antologica con catalogo Electa, nel Palazzo del Podestà di Castell’Arquato, Piacenza, dal 25 maggio al 28 luglio.

Con il patrocinio del Comune di Castell’Arquato, la mostra, fortemente voluta dall’Assessore alla Cultura Gilda Bojardi, è a cura di Donata Meneghelli e Giuseppe Pannini e accolta operativamente da Albino Vescovi.

“Albino Vescovi non ha perso i forti legami affettivi con il borgo dove ha contribuito alla valorizzazione del territorio con perizia e cultura dei materiali”, afferma Bojardi, “La prima cosa che mi ha entusiasmata è stata la sua pittura, fatta di utilizzo di tecniche miste dall’olio su tela, al bozzetto su carta, all’acrilico.

Si tratta di un approccio al tema progettuale che architetti di generazioni passate hanno sempre avuto; una complessità creativa che lega la sensibilità pittorica e la passione per la storia dell’arte al fare architettura. Molti architetti, non solo italiani, del 900 trovavano nella pittura una finestra per esprimere in modo più libero la loro poetica”.

Nato a Berna da genitori emiliani, dopo un periodo di formazione in Svizzera, Vescovi si trasferisce in Italia per frequentare scuole d’arte. Respira il fermento degli anni Novanta tra le principali città europee e nel 1996 apre il proprio studio professionale a Castell’Arquato, dove oggi vive e lavora. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare Segno Spazio Luce.

Ci racconti com’è nata “Segno Spazio Luce”?

Albino Vescovi: "Negli ultimi due anni sono stato più volte invitato da Gilda Bojardi, ed ora con piacere ho accettato, cercando di valorizzare il Palazzo del Podestà attraverso un allestimento diverso rispetto al solito e aumentando la superficie espositiva".

Come si snoda, quindi, la mostra?

Albino Vescovi: "Ho scelto di dividere l’esposizione in due ambienti: prima la pittura, con opere dal 1984 ad oggi. Non è facile racchiudere in una stanza quarant’anni di pittura, ma con Giuseppe Pannini ci abbiamo provato, cercando di selezionare i lavori più significativi. Il secondo ambiente vive di frammenti di architettura: una timeline dal 1996 al 2023 di edifici, progetti di interni e oggetti".

Dalla Svizzera all’Italia. Chi ti ha fatto scoprire la vocazione di artista?

Albino Vescovi: "Credo che la vocazione sia sempre stata in me: fin da piccolo avvertivo la necessità di disegnare e sentivo viva l’inclinazione ai linguaggi artistici. Dalla Svizzera sono venuto in Italia proprio per le scuole d’arte: sui banchi di scuola brillavo nelle materie artistiche".

Luce e forme: mi sembra che sulla tela tu voglia aprire varchi su mondi interiori. Da dove nasce questa esigenza?

Albino Vescovi: "Dall’istinto. Le prime opere pittoriche erano frutto di analisi e ricerca, tutte ad olio. Poi ho iniziato a sperimentare altri materiali, cercando di raccontare la realtà intorno a noi, il mondo esterno. Leggevo Le Cosmicomiche di Calvino e altri racconti un po’ naïve, che mi hanno influenzato.

Dopo ho iniziato ad aggiungere aperture bianche e materiche ai lavori, in modo istintivo: finestre bianche attraverso cui proviamo ad entrare in un mondo interno.

Di fronte all’affresco di Correggio situato nella cupola sopra l'altare maggiore del Duomo diParma la luce è al centro, così come negli affreschi di tante cupole delle chiese italiane: ammirandole ho avuto una sorta di rivelazione, un invito a cercarmi e trovare qualcosa al di là del mondo esterno. Quando dipingo, dipingo vedendo le cose in altro modo: è istinto e trasporto".

In questo, il fare architettonico si assomiglia?

Albino Vescovi: "Pittura e architettura sono due aspetti della stessa medaglia, parte irrazionale e razionale. All’architettura mi avvicino pensandola in uno spazio e con concretezza, collaborando con altre figure chiave di un progetto commissionato.

In questo fare operativo cerco di variare ogni progetto: ho avuto la fortuna, o magari sono riuscito a comunicare i progetti in modo multidisciplinare, addentrandomi in profondità, analizzando lo stato di fatto, “vedendo la malattia e curandola”, per usare una metafora. Anche l’architettura è personale, ma più funzionale".

Quanto è decisiva la committenza in un progetto?

Albino Vescovi: "La committenza è spesso la chiave di un progetto e delle sue potenzialità. Nel territorio piacentino non è fiorente, ma va bene così: il legame con il territorio ha un valore inestimabile.

Prendiamo, ad esempio, la scala territoriale di Castell’Arquato: gli interventi non sono ultramoderni, ma hanno la stessa cura. Come diceva Enzo Mari, «il mio progetto del piccolo ha la dignità di un grattacielo".

Hai collaborato, nel 1999, con Ettore Sottsass nella creazione e realizzazione di 28 mobili di design e artigianato. Il ricordo più bello del padrino del design italiano?

Albino Vescovi: "Tante cose, sicuramente la sua grande generosità e interesse sincero verso un punto di vista giovane. Eravamo compartecipi al progetto, nato da Roberto Boscaini, un visionario".

Hai mai desiderato avere altri talenti?

Albino Vescovi: "No. Anzi sì, forse scrivere, perché comunicare con le parole non è il mio forte, sono una persona riservata. Cerco di farmi leggere al meglio: la mia parola è il disegno".

Il catalogo della mostra “Segno Spazio Luce”, a cura di Meneghelli e Pannini, è pubblicato da Electa. Il volume riunisce per la prima volta le opere artistiche e i progetti di architettura e design di Albino Vescovi, accompagnati dai contributi critici dei curatori e di Sergio Buttiglieri. A questi si uniscono le testimonianze di coloro che a vario titolo hanno incontrato la passione e la professionalità̀ di Vescovi: giornalisti, imprenditori, designer, pittori.

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