Il senso della semplicità nel design giapponese in una bellissima mostra che fa dialogare 150 oggetti con i masterpiece del design italiano

Si fa presto a dire semplice: ma poi, a indagare quale sia il significato della parola giapponese che indica la semplicità, si scopre che nel paese del Sol Levante è qualcosa di un po’ più complicato che in questa parte di mondo.

Per raccontare quella semplicità Rossella Menegazzo, docente di storia dell’arte dell’Asia all’Università di Milano con il designer Kenya Hara, ha messo a punto la mostra Origin of Simplicity. 20 visions of Japanese design all’ADI Design Museum di Milano.

Si va al cuore del problema. O ai cuori perché semplicità è declinata in venti parole e 150 oggetti. Tutti altrettanto semplici?

Ci sono diversi gradi di complessità da affrontare. Primo, l’allestimento. Un’isola al centro di una sala del museo accoglie la mostra, mentre lungo il perimetro esterno si svolge la mostra permanete con i masterpiece del design italiano: il dialogo è inevitabile.

Per Kenya Hara lo spazio centrale è qualcosa di molto speciale perché gli ha permesso di avere una comunicazione unica tra il design giapponese e quello italiano e questa, ha sottolineato,«è la mostra che vedo». Corrispondenze, differenze, proficui confronti e stimoli culturali creativi sono il risultato della semplicità?

Forse, sicuramente questa è un’occasione per farlo. Quanto all’isola del Giappone, quasi fosse una sineddoche dell’arcipelago che racconta, è una specie di foresta semantica. Le parole chiave sono indicate in verticale su un palo/albero che raduna intorno a se creativi di epoche diverse a raccontare quel concetto e il visitatore si muove seguendo il proprio istinto tra i “sentieri” che si creano intorno ai gruppi di oggetti.

Un’esperienza certamente immersiva nella filosofia giapponese.

Secondo, la scelta delle parole chiave. Devono raccontare non solo la semplicità di forme e materiali ma anche (e soprattutto) un’adesione alla natura in senso spirituale, come accade nella letteratura, nell’arte, ma anche nella preparazione del cibo.

Il buddismo e il pensiero zen si assommano all’animismo nel Giappone contemporaneo, come ha spiegato la curatrice Menegazzo, lungo un discorso sul vuoto come spazio divino.

Queste le basi della ricerca che va dal 1950 ad oggi lungo i concetti di Aria, Uno, Grezzo, Offerta, Riciclato, Naturale, Primitivo, Forgiato, Malleabile, Faidate, Double Face, Pieghettato, Trasparente, Annodato, Moltiplicato, Irreversibile, Organismi viventi, Mimica, Compatto, Indaco.

Se alcuni sono di facile comprensione anche all’osservatore occidentale in tema di semplicità (come l’aria, l’uno, il trasparente, magari anche il naturale) altri certamente fanno parte di un’idea piuttosto ampia di semplice: pieghettato, annodato, moltiplicato… E gli oggetti che si trovano sotto i corrispettivi alberi non sono che i frutti di tanta complicata semplicità.

Terzo, l’indefinitezza delle forme del linguaggio giapponese, spiega sempre Menegazzo, rende più importante quello che non si dice piuttosto che il contrario.

«Non occorre un’appropriatezza scientifica, si può lasciare al non detto la sfumatura di qualcosa», spiega la curatrice, «E nel design si ritrova la sovrapposizione di tante forme, colori che sfumano. Che si fanno paesaggio: la lingua giapponese è paesaggio ed è un approccio molto diverso dal nostro».

Dunque la complessità semplice o la semplicità complessa della cultura giapponese si esprime in questa mostra attraverso una serie di oggetti accuratamente selezionati ed esposti in un allestimento a confronto con il design di casa nostra.

Così si passeggia accanto a sedie super lineari in legno o in metallo, per giungere davanti a origami plissettati dall’architettura estremamente complessa, a fogli metallici preformati e pronti per un fidate semplificato, passando per lampade-organismi viventi, oggetti in materiali riciclati e oggetti della tradizione, lungo circa 70 anni di storia del design.

Basterà alzare lo sguardo per trovarsi di fronte alla Uno, automobile Fiat semplice, razionale e spaziosa… oppure al tubo piegato disegnato da Albini per la metropolitana milanese, un corrimano essenziale, quanto iconico. Semplice, no?

Il gioco funziona benissimo perché il Giappone è territorio di un tutto, una sorta di contenitore delle influenze planetarie che poi si esprimono in una maniera peculiare ma che facilmente risuonano al confronto con altre culture. Forse la semplicità sta anche in questo: il design giapponese ci appare semplice, in qualche modo entriamo in sintonia con quegli oggetti.

Ma il segreto è non cercare le parole per dirla quella sintonia. Osservare, guardare, confrontare, mescolare i pensieri e tornare a contemplare la foresta semantica messa in scena all’ADI Design Museum è tutto quello che serve per trovare la propria indefinita risposta alla domanda su cosa sia la semplicità.

Origin of Simplicity. 20 visions of Japanese Design
Adi Design Museum, piazza Compasso d’Oro 1, Milano, fino al 9 giugno