Confrontarsi con il lavoro dell'artista che, con le sue sculture, definiva il vuoto e il tempo, insegna come dare corpo e materia a concetti come la leggerezza e il movimento

«È qualcosa di serio nonostante non dia l’impressione di esserlo»: così Fernand Léger descrisse il lavoro di Calder in occasione dell’esposizione parigina del 1931.

In mostra c’erano sculture senza peso né massa, fatte di fili di ferro a congiungere piccoli oggetti materici in sospensione. In mostra, in effetti, c’erano sculture che definivano il vuoto. Anzi, che si definivano attraverso il vuoto, utilizzando territori che fino ad allora la scultura non aveva mai conquistato.

Perché oltre allo spazio i lavori di Calder si contendono anche il tempo: sono sculture cinetiche e il loro movimento segna inevitabilmente continue differenze tra un prima e un dopo.

Non solo: i mobiles, come ebbe a chiamare queste sculture Marcel Duchamp, si muovono a seconda delle caratteristiche ambientali che incontrano, rendendole, appunto, sempre diverse. Luce, vento, aria, temperatura sono gli ingredienti che fanno vibrare le sculture di Calder, quelle invenzioni che sanno dare forma all’aria, quegli organismi ferrosi, capaci di respirare.

Il Masi - Museo d’Arte della Svizzera Italiana - di Lugano ospita Calder. Sculpting Time, la mostra curata da Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge dedicata al periodo in cui Calder abbandona il figurativo per sperimentare la dimensione astratta.

30 capolavori per circa 30 anni di carriera, dal 1931 al 1960, raccontano come dare matericità a un’idea precisa di leggerezza e movimento: «Così come si possono comporre i colori o le forme, allo stesso modo si possono comporre i movimenti», aveva scritto nel 1933.

E se lo spostamento verso l’astrattismo lo deve, come racconta lui stesso, a Piet Mondrian, certamente poi il suo lavoro si fa autonomo: non è la pittura, ma la scultura a farsi astratta e l’universo (o una sua porzione) a diventare fonte di ogni forma. Di questa ricerca si parla al Masi, grazie anche a un’importante collaborazione con la Calder Foundation che, insieme ad altre importanti istituzioni e collezioni private, ha messo a disposizione una selezione di pezzi davvero sensazionale.

La prima sala ospita un ibrido, un quadro con scultura, potremmo dire, del 1937, senza titolo. Ma è Croisière a tenere la scena, forse perché fu quella la scultura che a Parigi, nel 1931 colpì la sensibilità di tutti: la scultura astratta, senza corpo né peso occupava l’aria… e lo fa anche ora, nel museo di Lugano. Accanto, Big Bird, un pesante, materico e ben ancorato al terreno, uccello fatto di ferro e bulloni, dipinto in rosso e nero. Mentre al centro si trova Cône d’ébène, filo metallico e legno.

A segnare l’ingresso nella seconda sala è un altro masterpiece, Eucalyptus, un ramo frondoso e leggero che fa pensare alla luce estiva che filtra tra le foglie, oppure a un organismo che sa plasmare l’aria stessa, o forse un’idea che sa mostrarsi - nel tempo - in tutte le sue più diverse sfumature e sfaccettature.

L’opera del 1940 è in ottima compagnia. Alle pareti ci sono diversi esemplari delle sue Costellazioni, insieme, tra altri lavori, a Yucca (1941), una specie di fiore di ferro fantasioso e poetico in lastra di metallo dipinta (e normalmente ospitata al Guggenheim di New York); Aspen (1948), una porzione di un campo di fiori sospeso nell’aria, per vederne anche le radici.

E poi Triple gong, geniale rappresentazione del ritmo in musica, ma anche delle onde sonore che si propagano dal (dai?) Gong… per concludere con le ultime due opere, vista lago: la sala si apre sull’acqua e sulle montagne con Funghi Neri (1957) e Red Lily Pads (1956): aria e terra? Troppo facile, sicuramente. Si tratta, come disse Léger, di una cosa seria, nonostante non ne abbia l’aria!

E l’allestimento rende giustizia di questa doppia natura, seria e faceta, di Mr Calder. Certo, il primo problema è proteggere le opere, così leggere e fragili, da eventuali visitatori incauti o distratti, che potrebbero facilmente urtarle oppure farle agitare indebitamente nello spazio soffiando contro i petali metallici che le compongono.

Ma c’è anche il problema di come narrare queste idee in forma ferrosa, queste lastre metalliche senza peso, capaci di muoversi e modificarsi in ogni minuto della giornata. Grandi superfici rotonde bianche fanno da base all’opera, illuminata dall’alto. E la soluzione è perfetta: impone una distanza di sicurezza al visitatore, illumina la scultura con il suo bianco riflettente dal pavimento e ne accoglie il disegno delle ombre.

Così che si vedrà in bianco e nero una forma disegnata dalla scultura, un suo vagare nel cerchio (per uscirne, anche) nel movimento e farsi più intensa a fine giornata, quando la luce che arriva dalla vetrata sul lago si farà più bassa. Tutto qui. Un allestimento essenziale e molto efficace, con grande attenzione alle luci, perfettamente in sintonia con l’essenzialità dei lavori esposti. Che sono a loro volta l’essenza della produzione artistica di Calder.

Calder. Sculpting Time, fino al 6 ottobre 2024. MASI Lugano, Piazza Bernardino Luini 6, aperto da martedì a venerdì in orario 11 - 18, sabato e domenica dalle 10 alle 18; il giovedì fino alle 22.