Come visitare la fiera (partendo dagli emergenti), la nuova sezione Portal, il senso del titolo No Time, No Space

Si intitola “No Time No Space” la 28esima edizione di miart, fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano, che aprirà i battenti dal 12 al 14 aprile (anche se a Milano si parlerà di arte a 360 gradi per tutta la settimana).

Leggi anche: Cosa vedremo a miart 2024

Il tema è un omaggio a Franco Battiato e sottolinea come la fiera sia sempre più orientata ad allargare le sue frontiere, anzi ad abbattere per esplorare territori inediti.

Padrone di casa della kermesse è da ormai quattro anni Nicola Ricciardi. Milanese, classe 1985, ex direttore di OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino, è stato chiamato a guidare la fiera in piena emergenza pandemica. Una sorta di battesimo del fuoco superato in modo brillante, grazie a un percorso sempre all’insegna della qualità. Ma è lui stesso a anticiparci come sarà il miart versione 2024.

Ci spiega il tema No time no space?

Nicola Ricciardi: "Nel 2021 abbiamo iniziato un percorso di crescita che ha portato miart ad aumentare in maniera significativa il numero di gallerie presenti, il numero di spettatori internazionali, il numero di sponsor e premi.

Siamo cresciuti così tanto che non riuscivamo più a essere contenuti all'interno del padiglione fieristico e così abbiamo iniziato a pensare a progetti capaci di invadere la città ma che portassero la firma di miart.

E abbiamo iniziato a espanderci non solo geograficamente — il no space, appunto — ma anche temporalmente, perché per la prima volta siamo andati oltre il nostro tradizionale confine temporale recuperando anche il primissimo ‘900.

Questo sconfinamento cronologico — l’aspetto no time — è inoltre preludio di quello che costruiremo negli anni a venire con il nuovo progetto Timescape che nell’arco di un triennio vedrà miart avventurarsi oltre il XX secolo, raggiungendo altre epoche e altri contesti".

Una delle novità è la sezione Portal: che cos'è?

Nicola Ricciardi: "Questa idea di andare oltre le nostre tradizioni, oltre i nostri consueti confini, ci ha portato a stimolare le gallerie e gli artisti a presentare in fiera progetti che fossero sempre meno convenzionali.

Abbiamo quindi creato un dialogo con due curatrici, Julieta González e Abaseh Mirvali, e abbiamo chiesto loro di stimolare le gallerie a pensare a degli artisti che potessero costruire dei veri e propri portali verso dei mondi all'apparenza lontanissimi, ma capaci poi di parlare del nostro presente e della nostra attualità.

L’idea è quella di giocare sul concetto di atemporalità, di anacronistico. Il risultato è un interessante mix di artisti e di opere che ci parlano di come il tempo non sia un concetto fisso ma qualcosa che si può dilatare, che si può trasformare, qualcosa che può mutare e che non è mai stabile, ma in continua evoluzione.

Portal ospita 12 gallerie che propongono 10 piccole mostre pensate per scoprire o riscoprire universi e pratiche artistiche solo all'apparenza lontanissime".

Quale percorso suggerisce a chi visita la fiera?

Nicola Ricciardi: "Il percorso che suggerirei, anzi quello che in qualche modo è obbligatorio da due anni, è quello di attraversare per prima la sezione Emergent per poi passare a Established.

Questo è un desiderio che abbiamo realizzato due anni fa e che continueremo a portare avanti anche nelle prossime edizioni: mostrare le realtà più giovani come prima visione della fiera, sia per dare un'idea di freschezza sia per sostenerle in un momento storico particolarmente difficile, con un mercato dell'arte estremamente cauto.

In cambio abbiamo chiesto alle gallerie di Emergent di mettete “l'abito buono”. E lo hanno fatto, tanto che questa sezione si è trasformata nel corso degli ultimi due anni in un grande storia di successo, anche commerciale.

Oltre questa prima sezione, una volta entrati in Established, la regola è una sola, “perdersi”. Quello che vogliamo è che il visitatore si smarrisca, che si lasci guidare da curiosità e istinto, e che possa così magari scoprire nuovi nomi o riscoprire sopite passioni. E magari dopo aver collezionato contemporaneo per tutta la vita avvicinarsi al moderno o addirittura all’antico, e viceversa".

Galerie Lelong, Richard Saltoun, Sperone, Fabienne Levy: cosa spinge gallerie così importanti ad essere presenti a Milano?

Milano è sicuramente una città che negli ultimi anni ha dimostrato non solo di sapersi rialzare dopo un momento terribile come gli anni bui della pandemia, ma che ha mostrato come una volta in piedi avesse già i muscoli allenati per rimettersi a correre velocemente.

È una città in cui nel corso di un biennio hanno aperto numerosissime gallerie internazionali e una città in cui moltissimi collezionisti internazionali hanno preso casa. Quello che questi soggetti cercano è un contatto con nuove realtà, con il nuovo tessuto urbano ma anche umano che sta trasformando la città nella capitale dell'arte contemporanea italiana. Un processo avviato quasi una decina di anni fa ma che si sta veramente compiendo solo oggi.

Negli ultimi tempi il confine fra arte e design si è fatto più labile e anche le distanze temporali che separavano l'Art Week dalla Design Week si sono assottigliate. Quanto interagiscono questi due mondi in una città come Milano? E quanto ancora si può fare per rendere questa connessione ancora più solida?

Nicola Ricciardi: "Non si può parlare di Milano senza parlare di design, ovviamente. Le radici di questa città affondano in quello che è il percorso storico che il design ha affrontato nel corso di tutto 900 ed è per tanto naturale che ci sia un’affinità, oltre che una vicinanza temporale, con la Milano Design Week.

Questa vicinanza è fortemente voluta perché da un lato porta a miart un collezionismo ibrido che è interessato sì al design ma che è anche aperto all’arte moderna e contemporanea, e dall’altro perché ispira e genera produttive sinergie, come ad esempio la bella collaborazione che stiamo sviluppando con fuorisalone.it, studiata per portare gli appassionati di design a scoprire le realtà dell'arte milanese attraverso una serie di guide che abbiamo costruito insieme".

Ci sono fiere che con gli anni raddoppiano, o addirittura triplicano le proprie sedi in altre città del mondo (vedi Art Basel). Se idealmente dovesse immaginare un'estensione di miart in un'altra città, quale potrebbe essere?

Nicola Ricciardi: "Credo fermamente che miart non possa esistere senza Milano. La nostra è una fiera estremamente legata alla sua città, alle sue istituzioni, al suo tessuto urbano e sociale. La formula del successo di questa fiera è proprio il legame con quello che le realtà milanesi riescono a offrire e a mettere in campo attraverso la Milano Art Week.

Quest'anno più che mai la città ha risposto alla nostra chiamata alle armi con progetti che vanno dalle performance ai talk, dalle proiezioni alla ricerca di interazioni e allargamenti a pubblici diversi.

La cosa bella è riuscire a lavorare non solo con i musei, pubblici e privati, ma anche ad esempio con il cinema Anteo Palazzo del Cinema, grazie alla virtuosa collaborazione con Careof, piuttosto che con BiM, il progetto di riqualificazione urbana del quartiere Bicocca, che ospiterà la prima grande mostra monografica dell’artista americano David Horvitz.

La permeabilità di questa città e la capacità di assorbire questi contenuti culturali e farli propri, sono quello che ci differenzia da tante altre fiere e ciò che rende Milano unica".

Oltre che professionalmente però, umanamente come l'hanno cambiata questi 4 anni di fiera?

Nicola Ricciardi: "Questi quattro anni mi hanno insegnato quanto sia fondamentale la capacità d’ascolto. Per me è stato estremamente stimolante osservare da vicino il cambiamento che è avvenuto nei rapporti tra la città e la fiera e, ancor di più, tra la fiera e le gallerie.

La fiducia reciproca era stata inevitabilmente minata dalla pandemia nel 2020 e abbiamo investito un’enorme quantità di tempo, attenzione e risorse per ricostruirla, attraverso un semplice principio: riportare al centro di tutto il dialogo, rendendolo il più aperto e trasparente possibile.

Personalmente ho sentito molto il peso della responsabilità: riportare la fiera ad essere prima di tutto una piattaforma utile per le gallerie — utile a trovare nuove energie, nuovi stimoli, nuovi collezionisti — è fondamentale per restituire loro quelle risorse necessarie per sostenere il lavoro degli artisti, senza i quali il nostro complesso mondo sarebbe ancora più difficile da comprendere e sopportare".

Un direttore di fiera si sente più manager o curatore?

Nicola Ricciardi: "In medio stat virtus. Un buon direttore deve inevitabilmente fare il manager per poter gestire non solo le esigenze di gallerie, partner, sponsor e istituzioni ma anche per costruire e amministrare al meglio un team di lavoro serio e dedicato.

Quest’anno mi rende particolarmente felice l’ingresso in squadra di Flavia Lo Chiatto, che è la nostra nuova responsabile delle relazioni VIP, una persona che si sta dimostrando fondamentale per fare un ulteriore salto di qualità ed avvicinarci alla più consolidate realtà internazionali.

Ma allo stesso tempio il direttore di fiera deve essere un curatore, per costruire una manifestazione che non sia un collage di opere e pratiche ma sia sempre anche una storia da raccontare. Abbiamo l’invidiabile possibilità di raccogliere sotto lo stesso tetto centinaia se non migliaia di opere d’arte, e sarebbe da incoscienti non approfittare di questa fortuna per andare a stuzzicare la curiosità di un pubblico sempre più ampio".

Un sogno che non ha ancora realizzato per il miart?

Nicola Ricciardi: "Di sogni ne abbiamo realizzati tanti. Dal ricostruire il programma di talk, che quest’anno tornano in fiera grazie a un partner lungimirante come Starbucks Reserve Roastery Milano, al riuscire ad aumentare sensibilmente i premi e di conseguenza la presenza dei direttori di museo e curatori internazionali in fiera.

Sicuramente una delle direzioni in cui mi piacerebbe spingere la fiera è quella di interagire con la città aprendoci sempre di più a progetti curati da miart, come quest’anno facciamo con la mostra di David Horvitz presso BiM nel quartiere di Milano Bicocca. Riuscire quindi a proporci non solo come in grado di accogliere e gestire oltre un secolo di arte, ma anche di produrla e diffonderla oltre i nostri naturali confini".