Ha inaugurato il 21 giugno a Favara il progetto quadriennale transdisciplinare che denuncia problemi e contraddizioni dell’isola. Una rassegna per innescare il cambiamento

Il 21 giugno ha inauguratp "Abbiamo tutto manca il resto", il progetto quadriennale transdisciplinare di Farm Cultural Park dedicato alla Sicilia, una mostra diffusa nel tempo e nello spazio che parte da Favara e attraversa Mazzarino, le campagne di Butera, Catania, Aragona e Gela.

Un maxi evento che coinvolge una cinquantina di artisti, fotografi, architetti, designer, scenografi, videomaker, imprenditori sociali, fisici quantistici e giuristi siciliani. Un’occasione di denuncia e di riflessione politica sulla Sicilia, per fare luce sulle contraddizioni e sui problemi dell’isola, come la fuga dei giovani, i flussi migratori e l'accoglienza, le opere incompiute, la burocrazia ottusa, il cambiamento climatico, gli stereotipi legati alla mafia, la devastante bellezza siciliana e il senso di incompiutezza e declino che vivono gli abitanti locali da decenni.

Una rassegna che vuole innescare il cambiamento, con iniziative concrete, molte delle quali già attivate anche su scala nazionale.

Andrea Bartoli, che nel 2010 con la moglie Florinda Saieva da Parigi torna a Favara e idea Farm Cultural Park, racconta l’evento e come si riscatta un territorio dimenticato facendo leva sulla cultura.

Come nasce questo maxi evento quadriennale?

Andrea Bartoli, di Farm Cultural Park: “Nasce dal desiderio di occuparci di Sicilia, con una call rivolta agli artisti locali. In questi anni abbiamo portato avanti tante iniziative ma mai totalmente incentrate sull’isola.

La frase che dà il titolo al progetto è una citazione di Pino Caruso, attore e scrittore di Palermo, che parlando di Sicilia disse: “Abbiamo tutto, ci manca il resto”, un po’ il manifesto della nostra regione, che è straripante di bellezza, storia, cultura, umanità, accoglienza, ma dove c’è sempre qualcosa che non funziona e che ti lascia l’amaro in bocca.

L’evento non vuole essere una retrospettiva del panorama artistico siciliano, ma un’occasione per denunciare i problemi e le contraddizioni del nostro territorio e attivare il cambiamento.

Con l’arte proviamo a mettere in discussione, ad avere un impatto positivo sulla comunità dal punto di vista non solo culturale, ma anche sociale, economico e giuridico, mettendo in scena temi trasversali, l’arte e il diritto, l’intelligenza artificiale e la mafia, l’ecologia e il femminismo”.

Partiamo dal titolo: “Abbiamo tutto manca il resto”. Che cos’è il tutto che ha la Sicilia, e cos’è il resto che manca?

Andrea Bartoli, di Farm Cultural Park: “Lo chiediamo agli artisti coinvolti. La Sicilia è piena di energia: per fare un esempio, a Catania il collettivo Isola, che è coinvolto nel nostro progetto, ha trasformato in un hub di incubazione palazzo Biscari, un luogo meraviglioso patrimonio Unesco, diventato un po’ statico e desueto.

La Sicilia ha una energia che però si scontra con amministrazioni e istituzioni lente e ottuse, lontane dal futuro e dai processi virtuosi.

Nel progetto di comunicazione di “Abbiamo tutto manca il resto”, di Lorenzo Romano e Azzurra Messina, siamo ritratti come figure surreali, un po’ extraterrestri, belli e brutti insieme, il tutto e il resto che manca, una riflessione aperta sui siciliani”.

Come gli artisti coinvolti interpretano le contraddizioni della Sicilia?

Andrea Bartoli, di Farm Cultural Park: Loredana Longo propone un muro bucato dai proiettili raffigurante la parola “vittoria”, per sottolineare qual è il prezzo da pagare per una vittoria, cioè la distruzione, la sofferenza e le macerie, una rappresentazione dell’epoca attuale che, in fondo, parla anche della Sicilia.

Nasce dall’urgenza, e dal fatto che ogni anno circa 20mila giovani lasciano l’isola, Marea, il progetto di design sociale dell’imprenditore Antonio Perdichizzi che ha lo scopo di creare un fondo per i siciliani che vogliano fare impresa in Sicilia.

Vlady, artista siciliano basato in Svezia, ha girato l’isola in bici e ci restituisce il suo tutto, e quel resto che manca, attraverso un film-documento che racconta la Sicilia meno battuta attraverso gli occhi e le parole dei suoi abitanti; mentre gli studenti e i professori di architettura di Los Angeles, e una ventina di registi europei più due film makers colombiane, ospiti a Favara, ci regalano una narrazione del nostro territorio visto dall’esterno”.

Tra i temi affrontati anche i flussi migratori e l’accoglienza, la burocrazia ottusa, gli stereotipi legati alla mafia.

Andrea Bartoli, di Farm Cultural Park: “Noi operatori culturali abbiamo il dovere di uscire dalla nostra comfort zone e mettere la creatività al servizio della società. Il 21 giugno costituiamo Transition for, un collettivo transdisciplinare che ha l’obiettivo di promuovere progetti di social design per ripensare luoghi, politiche e pratiche di accoglienza.

Con Farm Cultural Park nel 2023 abbiamo sottoscritto un accordo biennale con la prefettura di Agrigento per migliorare l’ufficio immigrazione della città e l’hotspot di Porto Empedocle, abbiamo già ultimato l’intervento dell’artista Salvo Ligama, adesso lanciamo la call per selezionare altri sette artisti.

L’artista Nuuco propone un’opera esperienziale che ricrea la stessa sensazione di angoscia che si prova di fronte alla burocrazia ottusa, e che fa riflettere sulla nostra relazione malata con le istituzioni in questa regione.

Invece il duo formato dallo scenografo siciliano Giuseppe Accardo e dal filmmaker belga Jérémy Depuydt partecipa con il film Pina, una rivisitazione del mito di Proserpina ambientato nei primi del Novecento, un racconto della mafia di oggi che va oltre gli stereotipi, una mafia che non è solo l’organizzazione criminale, ma chiunque per dolo, colpa, negligenza o incompetenza impedisca lo sviluppo della nostra isola, anche la burocrazia che ti chiede una tangente per darti un permesso è mafia”.

In mostra una cinquantina di artisti, designer, architetti, scenografi, videomaker, imprenditori sociali, fisici quantistici e giuristi.

“Per la prima volta tutti nomi siciliani, più oltre 150 tra registi, studenti e docenti internazionali ospitati. Nel 2025 la mostra atterra ad Agrigento, capitale della cultura italiana, e tra quattro anni puntiamo a coinvolgere altri territori siciliani, per impattare su più luoghi e creare un circuito sempre più esteso che attiri visitatori da tutto il mondo”.

Tra i protagonisti anche Fosbury Architecture, il collettivo curatore del Padiglione Italia alla Biennale di architettura 2023.

Andrea Bartoli, di Farm Cultural Park: “Ad Aragona c’è un auditorium cominciato oltre trent’anni fa e mai finito. Il 21 giugno riapriremo il cantiere di progettazione con Fosbury Architecture, Alterazioni Video e Analogique, coinvolgendo gli aragonesi, l’amministrazione, le associazioni, le scuole, gli artisti locali, per ripensare insieme il luogo e attivarlo.

Con il dipartimento di Scienze politiche e relazioni internazionali dell’università di Palermo stiamo studiando una proposta di legge su scala nazionale per le opere pubbliche incompiute in Italia, che sono più di mille, e non sono oggetto di discussione politica. Una mostra come “Abbiamo tutto manca il resto” diventa un dispositivo per cambiare concretamente qualcosa".

Nel 2010 con sua moglie Florinda Saieva da Parigi torna a Favara e idea Farm Cultural Park per rigenerare il territorio facendo leva sulla cultura. Qual è il bilancio, a distanza di 14 anni?

Andrea Bartoli: “Farm ha coinvolto la comunità, ha attirato un pubblico internazionale in territori lontani dalle rotte turistiche, un sogno individuale di Florinda e Andrea che è diventato un sogno collettivo. È un progetto autofinanziato, una sfida che affrontiamo con pochi mezzi e tante idee e collaborazioni.

Favara in questo momento è in grande crisi, le città sono degli organismi viventi con variabili che sfuggono al nostro controllo, per esempio, per la rinascita del centro storico, totalmente distrutto, abbiamo bisogno dell’intervento dello Stato, un’organizzazione culturale può arrivare fino a un certo punto ma non può fare miracoli.

Oggi c’è una congiuntura felice, con la presenza di Filippo Romano, prefetto di Agrigento illuminato attento a Favara e al territorio”.

Come si rendono attrattivi i luoghi dimenticati con la cultura?

“Noi lo abbiamo fatto con il passaparola, facendo stare bene i nostri ospiti, creando dei momenti di confronto stimolanti e di respiro internazionale. Quello della città minori e rurali è un tema che non riguarda solo il Sud Italia, ma è di interesse planetario.

Siamo diventati oggetto di studio da parte di urbanisti, ricercatori, architetti e università internazionali perché Farm è uno degli esempi più longevi di rigenerazione urbana a base culturale dal basso, in condizione di cattività, un progetto totalmente autofinanziato, tutto quello che guadagniamo dai nostri lavori - io notaio, mia moglie giurista - lo riversiamo in questa nostra utopia, perché crediamo sia importante restituire alla società.

C’è un grande bisogno di impegno in una dimensione di sussidiarietà, di sostituzione del soggetto pubblico da parte dei privati, e di affrontare i problemi con la creatività.

Per questo stiamo immaginando il collettivo Transition for su scala nazionale, perché serve molta più creatività nelle istituzioni e nelle amministrazioni, abbiamo bisogno di artisti al potere”.

L’evento "Abbiamo tutto manca il resto" è supportato da Dolciaria Di Stefano.