Una mostra mette in scena piccole architetture instabili dell'artista-designer: 9 "barricate" e 16 disegni che diventano metafora della necessità di scegliere da che parte stare

Barricades, l’ultimo progetto di Mario Trimarchi, è esposto fino al 6 aprile alla Galleria Antonia Jannone di Milano: è una piccola mostra che però dà tanto a chi la visita.

Si tratta di otto piccole sculture in ottone e una in vetro soffiato, accompagnate da 16 disegni a china.

Mario Trimarchi le chiama Barricades e sono costruzioni geometriche, tubi che si uniscono, intersecano, incrociano e si appoggiano a pietre, pezzi di legno, vasetti di vetro, giunti in metacrilato per realizzare equilibri apparentemente precari. Naturale, guardandole, pensare che se si togliesse un elemento tutto crollerebbe.

Guarda un Reel sul progetto

La parola Barricades evoca scenari da Commune de Paris, disordine fisico ma ideali ben chiari, caos ma impegno.

Chi dice “barricades” e pensa immediatamente a quelle “muraglie” di botti assemblate nelle strade della capitale francese, strutture apparentemente instabili e realizzate alla bell’e meglio ma in realtà solidissime che proteggevano i ribelli.

“Ho deciso di lavorare sul tema delle Barricades che mi pare oggi rappresentino la necessità di scegliere, senza esitazione, da che parte stare”, spiega Mario Trimarchi.

Leggi anche: 6 mostre (più 1) da non perdere a febbraio

Barricades è un progetto da godere con lentezza

Come tutti i progetti di questo artista e designer che “progetta per capire l’anima poetica degli oggetti” e “disegna per capire il mondo”, Barricades va assaporato con lentezza. Perché siamo agli antipodi rispetto alle grandi kermesse immersive che oggi vanno per la maggiore: qui la meraviglia appare solo a chi si prende il tempo di osservare, farsi ispirare, fare connessioni.

Le sculture, allestite lungo le pareti della Galleria, sono oggetti fatti di assemblaggi di altri oggetti: presenze enigmatiche che, da lontano, si ha l’impressione potrebbero crollare da un momento all’altro, “che siano non finite, che attendano un ultimo gesto del loro creatore”, come scrive Marco Sammicheli nel catalogo.

Basta avvicinarsi, però, per capire che tutto, qui, è stato realizzato con una maestria inedita.

L’ottone è proposto in versione lucida, ma anche spazzolata con grane diverse, sabbiato.

Il legno è millenario, raccolto dal mare. Il vetro è soffiato da Lunardon che ha realizzato i vasetti estraibili ma anche il pezzo in vetro verde, grande prova di talento (tutti i tubi sono collegati, con un solo foro di uscita per lo sfiato).

I giunti a tre braccia in metacrilato sono stati lavorati con macchine a 5 assi da entrambi i lati e poi rifiniti a mano: la precisione è tale che non si sente alcuna soluzione di continuità con i tubi di ottone che tengono insieme. La bandierina in metacrilato che svetta sulla scultura che si chiama “La guerra è finita” è decorata con un disegno tra due lastre sottilissime: e quando la luce la bagna disegna sul muro delle nuvole.

“Volevo una bandiera più bianca di tutte le bandiere bianche”, spiega Mario Trimarchi. “Non c’è nulla di più bianco delle nuvole”.

Le pietre sono da cave della Val d’Ossola o, in altri casi, sassi raccolti sulle sponde del lago Maggiore. “In studio ne abbiamo a centinaia, sono la mia passione”, dice l’artista. “La bellezza è intorno a noi, basta saperla cogliere”.

Cosa c’entrano allora le Barricades

Ognuna di queste sculture è dunque una Barricata, quindi in teoria un accumulo di cose che ci proteggono dall’esterno.

Ma è scoprendo i nomi di queste opere che si coglie il loro significato.

Si chiamano Per fermare il tempo, Per ascoltare il tramonto, Per sfiorare le nuvole, Per catturare il vento, Per sfidare la tempesta, Per rinascere dalle rovine, Per restare in equilibrio, Per naufragare in questo mare. E poi, come già detto, La guerra è finita.

È scoprendo i nomi, si diceva, che si capisce che la protezione che ci danno queste Barricate non è una chiusura verso il mondo ma una possibilità di scoprirlo con occhi diversi, lontani dalla frenesia, dalla fretta, dalle cose fatte velocemente e male.

“A metà tra gli assemblages casuali e la scienza delle costruzioni, le mie Barricades vorrebbero salire fino al cielo per gridare che la guerra è finita”, dice Trimarchi.

E a chi visita la mostra resta il compito di decidere da che parte stare.