La prima personale dell'artista, curata da Piergiorgio Caserini, nella galleria di via Ponte di Legno 9. Fino al 29 aprile 2022

Miraggio è l'illusione ottica che sfuma nell’allucinazione, nella visione. Spesso prende forma e colore di una prospettiva tanto allettante quanto fallace: il miraggio per eccellenza è quello dell’acqua nel deserto. Un'illusione ottica naturale che si verifica quando i raggi del sole incontrano uno strato d'aria più caldo rispetto agli strati sovrastanti più freddi e più densi. Ecco, allora, che nel deserto compare al suolo un lago che altro non è che il riflesso del cielo, mentre sull’asfalto si ha l’impressione di scorgere chiazze liquide in cui si specchiano le auto in arrivo senza che ci sia una goccia d’acqua. E' il miraggio inferiore.

Uno sguardo al lontano

“Un miraggio inferiore è l’asfalto che beccheggia come fosse mare. E' un effetto del caldo, dell’umidità e della lontananza, una strana inflessione del sopra sul sotto che chiunque conosce bene, soprattutto chi è avvezzo ai paesaggi infinitamente lunghi e agli orizzonti in cui lo sguardo si sbaraglia tanto che è soltanto possibile seguire le cose sparire. Parliamo ovviamente della pianura: padana ed emiliana. Sono paesaggi che hanno la peculiarità di sollecitare l’osservatore a esercitare continuamente uno sguardo al lontano, a ciò che scompare e a ciò che soltanto camminando compare, e qui si vive d’opposti: la nebbia è il massimo ripiego, dove casomai le cose più che scomparire compaiono all’improvviso. Insomma, gli spazi bislunghi e apparentemente infiniti facilitano il miraggio, che sia inferiore o superiore: che sia il cielo a far vibrare l’asfalto e la terra, o che siano le montagne a scomparire sotto l’orizzonte”, spiega Piergiorgio Caserini, curatore della mostra presso ArtNoble in via Ponte di Legno 9 a Milano, in zona Lambrate.

Art-brut, underground e post-impressionista

Roberto Alfano, 41 anni, lodigiano, nato e cresciuto nella Bassa, si interessa all’arte a partire dalla prima metà degli anni 90 dedicandosi all’arte urbana. In quel periodo realizza i suoi primi graffiti che, nel corso degli anni, si trasformano in passione per il disegno e la pittura. I suoi modelli di riferimento appartengono alla cultura contemporanea underground, all’art-brut (pitture, disegni, oggetti eseguiti da alienati, bambini, persone estranee a un ambiente culturale e prive di qualsiasi educazione artistica), alla pittura dei maestri francesi del post-impressionismo. Accanto all’attività artistica, si forma nell’ambito dell’arte-terapia clinica occupandosi di creare e condurre laboratori artistico-esperienziali e di dinamiche delle espressioni artistiche in situazioni di disagio psicofisico e sociale.

Bambini, campi, cani e passeggiate

“Partiamo da una cartolina che attinge ad aspetti decisamente biografici dell'artista. La cartolina in questione è un’immagine o un ricordo che sembra a un primo sguardo rimandare al bucolico neorealista della corte-cascinale, dei bambini che corrono nei campi, dei cani e delle passeggiate. E sembra subito che i soggetti di Miraggio Inferiore siano cani: di legno, di terra, argilla e cemento, cani di tele e paillettes, maculati e striati, immobili e scattanti. C'è una baracca, proprio come quelle abusive che si trovano spesso sotto i cavalcavia delle tangenziali, dove non si sa mai se la foschia sia smog o viceversa. C'è anche la ricorrenza di figure e segni dai tratti infantili, ed è da qui che possiamo partire”, prosegue Caserini.

Una baracca diventa casa interiore

E la baracca, realizzata con materiali poveri e di scarto (tavole di OSB, pezzi di compensato, pannelli di legno, teli ombreggianti tenuti insieme da listelli lignei e schiuma poliuretanica), attende veramente il visitatore, sorvegliata a vista: all'esterno dal Cane che piange di gioia (in adobe - argilla cotta in fossa – smaltata, legno, schiuma poliuretanica), all'interno dall'Altissimo cane (in adobe) in compagnia del Cucciolo di cane (in adobe su base di cemento armato) e di un visionario Memento mori (sempre in adobe su base di cemento armato). Una baracca che è casa interiore, capace di esprimere quella necessità interiore percepibile nella pratica di tutte le forme artistiche. Una percezione volontaria che oltrepassa quella spontanea delle azioni quotidiane e permette di centrare l’essere su frequenze sintonizzate sull’inconscio, vivendo dal profondo di sè la percezione del mondo attraverso immagini scaturite da simboli collettivi e universali.

La necessità dell'arte

Guardando l'opera di Alfano ci si trova di fronte a uno degli aspetti più ostici dell'arte: la sua necessità “di saper far fronte costante alle cose che compaiono e svaniscono, che affliggono l’animo e lo spezzettano in ogni porzione di sguardo, in ogni visibile, quelle affezioni che, se intense, rendono faticoso il distinguo tra chi guarda e cosa si vede, tra guardare e essere guardati, tra la paranoia di una baracca in uno uno spazio tanto ampio da sembrare infinito e la strana libertà di sparire nello stesso spazio”, chiarisce Caserini.

Tra fantasia e ossessione ripetitiva

La produzione artistica di Alfano si muove tra due poli. Se da un lato ricorrono figure di fantasia (un’attitudine quasi infantile a spaesarsi, a seguire un tratto-bambino che rincorre forme, ritratti, scene), dall’altro è percepibile la ripetizione degli elementi. “Se ci si chiede cosa sia un tratto-bambino, bisogna innanzitutto pensare a un gioco di simpatie forzate, ma pur sempre simpatiche. Che significa non concedersi all’accadere delle cose ma piuttosto imporre la realtà della fantasia, e aprire avventure laddove pare che non ce ne siano: e qui, se si vuole fantasticare, può tornare ancora la figura dell’orizzonte. Ma insomma, il fatto è che questi cani hanno perlopiù una caratteristica in comune. Sono sproporzionati, alcuni troppo piccoli e altri quasi deformi, alcuni grotteschi e altri inteneriti”, conclude il curatore.

Photo di Michela Pedranti