Il fotografo israeliano attraversa tematiche ordinarie e straordinarie: tempo e atemporalità, storia personale e storia dei luoghi, restituendole attraverso immagini deteriorate e danneggiate. Non una scelta stilistica ma un rimando analogico all’esperienza che non è mai incontaminata

Se l'arte è più visibile diventa più democratica.Aprire” materialmente una finestra sull'arte contemporanea perchè un numero sempre maggiore di persone possa goderne, è un gesto che rende più fruibile l'arte, solitamente rinchiusa in musei e spazi espositivi esclusivi. Adec Arte ha fatto questo, aprendo non una semplice “finestra”, ma tre “vetrine” affacciate su via Edmondo De Amicis al civico 28 che promuovono, fino al 30 agosto, arte e bellezza a vantaggio di tutti.

Un museo inclusivo a cielo aperto

Con la mostra Sagome fluttuanti del fotografo israeliano Michael Ackerman, prende il via il progetto di “portare l’arte sulla strada” un museo inclusivo a cielo aperto, visibile 24 ore su 24. La vetrina diventa non solo uno spazio fisico, ma culturale, un teatro a disposizione di chi vuole vedere, dove gli artisti si costruiscono una nicchia esistenziale condizione fondamentale della loro creatività, per costruire una casa comune con lo spettatore in strada. Curata da Davide Di Maggio, in collaborazione con Claudio Composti / mc2gallery, la mostra è l'occasione per incontrare uno degli artisti più interessanti della fotografia internazionale attraverso una selezione di alcune delle sue fotografie recenti più significative.

Tra finzione e allucinazione

Nel lavoro di Michael Ackerman, documentario e autobiografia concorrono alla finzione, e tutto si dissolve in allucinazione. La sua fotografia è sempre stata attraversata da tematiche ordinarie e straordinarie: tempo e atemporalità, storia personale e storia dei luoghi restituite tramite immagini deteriorate e danneggiate, non come scelta stilistica ma come rimando analogico all’esperienza, che non è mai incontaminata. I suoi viaggi abbracciano New York, L'Avana, Berlino, Napoli, Parigi, Varsavia e Cracovia, ma i luoghi non sono necessariamente riconoscibili.

Riflessioni su vita, dubbi e angosce

Nato a Tel Aviv nel 1967, nel 1974 emigra a New York. Tra il 1993 e il 1997 viaggia spesso in India e i reportage dal grande paese asiatico sono oggetto del suo primo libro End Time City (Delpire, 1999), che ottiene il Prix Nadar nel 1999. Dal 1997 entra a far parte dell’Agence e Galerie VU' di Parigi con la quale ha lavorato per circa vent’anni. Michael Ackerman cerca e trova nel mondo che attraversa, riflessioni della sua vita personale, dei suoi dubbi e delle sue angosce. Nel 1998 gli viene conferito l'Infinity Award for Young Photographer dell’International Center of Photography di New York. Da allora ha esposto in numerose città sia in Europa sia negli Stati Uniti. Le sue fotografie fanno parte di importanti collezioni a livello internazionale. Il suo ultimo libro Half Life è stato pubblicato nel 2010 da Robert Delpire ed è la terza opera di Michael Ackerman. Negli ultimi anni, ha tenuto workshops e masterclasses all’ICP di New York, alla Neue Schule Fur Fotografie a Berlino e in altre scuole e istituzioni nel mondo.

Fiducia nella bellezza

Nelle sue fotografie, Ackerman cancella distinzioni geografiche e di altra natura per allontanarsi dalle restrizioni del metodo documentario tradizionale. Se il suo lavoro appare duro a prima vista, i paesaggi riportano a una delicatezza equilibrata, a una fiducia nella bellezza. L'artista ha un interesse profondo per gli arcaici treni coperti di neve che attraversano l'Europa. Su questi treni, oggi, si percorrono centinaia di chilometri, ma durante il viaggio non si è in nessun luogo e, d’inverno, si fluttua in mezzo al biancore, che inevitabilmente contrasta e rimanda ai terribili treni merci delle deportazioni naziste, con i vagoni piombati. Lo stesso candore ma ben diversa percezione. Il bianco, fortemente vignettato, e il nero caratterizzano tutto il suo lavoro, creando delle atmosfere ovattate quasi nebbiose dove le figure appaiono irreali nella realtà che le circonda.

Immagini contrastanti

Negli ultimi anni Ackerman ha esplorato i cambiamenti concreti e la dimensione sognante della propria famiglia ristretta, moglie e figlia. Immagini intime, audaci che riecheggiano di sincerità, calore, semplice erotismo e amore. In contrasto con le visioni dure e inquietanti delle fotografie dei soldati in marcia verso l'ignoto, di una casa bombardata, di figure maschili che fanno la doccia, che riportano alla mente i prigionieri nei campi di concentramento. O di un anziano cameriere che elegante si aggira con lo sguardo sperduto in una città deserta e la serie dei ritratti (che sarà esposta in mostra) di uomini che rappresentano la prova del disagio contemporaneo, contorti in smorfie di dolore o con gli sguardi persi nel nulla. Immagini che narrano la fatica di vivere, l'inquietudine di tempi difficili e la paura di viverli. La paura si mescola all’audacia, la gioia comporta trepidazione, l'innocenza è reale, intricata e fugace. Tuttavia, alla fine del percorso, la sensazione è di armonia e riflessione. Ackerman affronta la realtà cruda e la fotografa senza filtri, senza menzogna.