Nel palazzo del Podestà di Castell'Arquato, una selezione di 30 opere dell'artista ripercorre la storia del XX secolo attraverso i suoi protagonisti e alcuni eventi cruciali

La fotografia di Maurizio Galimberti travalica la pura dimensione tecnica per abbracciare un nuovo modo di vedere e sentire il reale.

Le sue opere sono scansioni meticolose di spazi che accolgono, di volta in volta, persone, volti, paesaggi, architetture, città, frammenti ricomposti seguendo sia le emozioni sia un rigore compositivo estremo. Una ricerca che lo ha condotto negli anni a rivelare nei suoi lavori le proprie visioni, una prospettiva personalissima, le estensioni tridimensionali di uno sguardo curioso e attento che lascia comunque la porta socchiusa all'immaginazione di chi osserva.

La poetica del ready made

In occasione della mostra Uno sguardo sulla nostra storia (dall'8 ottobre al 27 novembre presso il palazzo del Podestà a Castell'Arquato (Pc), curata da Denis Curti e organizzata dal Comune di Castell'Arquato - Assessorato Cultura e Turismo, con il supporto della Direzione Beni Culturali Ecclesiatici della Diocesi di Piacenza-Bobbio e della Fondazione Piacenza Vigevano) lo abbiamo intervistato per parlare con lui del suo modo di fare fotografia e chiedergli come nasce questo percorso espositivo che prende in analisi alcune icone della nostra storia recente e, "attraverso la poetica del ready made, restituisce nuova forza a immagini conosciute e forse fin troppo radicalizzate" (Denis Curti).

Che cosa è la fotografia per Maurizio Galimberti? Qual è la sua potenza, qual è il suo messaggio?

La fotografia è la mia vita. Ho dedicato e dedico tutto me stesso a questa passione che è diventata poi la mia professione come fotografo e artista attento alla storia dell'arte e alla ricerca sperimentale. Attraverso lo sguardo del fotografo, un oggetto anche banale può diventare poesia, messaggio comunicativo, rivestirsi di una carica estetica importante.

Il suo primo scatto: l'attimo esatto in cui è scoccata questa passione?

Avevo nove, forse dieci anni e, con la mia famiglia, andavamo a pranzo alla domenica in un ristorante in Brianza vicino a Erba. Avevo una macchinetta semplice, una AGFA Optima che scattava in 24x36: la mia prima fotografia è stata ai parenti a tavola in quel ristorante. Poi, presa confidenza con quella rudimentale fotocamera, andavo sui cantieri con mio padre, e anche in quelle occasioni scattavo le mie prime foto.

Qual è l'aspetto del suo lavoro che le piace maggiormente?

In questo periodo sto realizzando una serie di ritratti: ne ho fatti tanti nel corso della carriera, eppure riescono sempre a sorprendermi per il movimento, il ritmo, la freschezza. La cosa che mi sorprende ancora di me è la capacità di rinnovarmi, di non ghettizzare il lavoro in un format automatico, di restituire in ogni scatto la contemporaneità, alzando l'asticella senza sedermi sugli allori con una progettualità sempre nuova.

Venendo ai contenuti: come viene scelto il soggetto (persone, paesaggi, architetture, città) da riprendere?

Dipende. Alcune volte sono progetti che nascono dalle mie passioni. Al momento, ho in mente un lavoro sui filosofi italiani viventi come omaggio a una disciplina che mi ha sempre affascinato ma non ho mai approfondito. Poi ci sono soggetti, come per esempio la storia, cui mi sono accostato grazie a un amico, Paolo Ludovici: accostandomi con lui al tema storico, scegliendo i soggetti insieme è emerso il fotoreporter che era in me e che non è mai stato in zone di guerra o a fare fotocronache in giro per  il mondo. Con questo tipo di contenuti, cerco di togliere la polvere alla storia, di filtrarla attraverso la mia visione accarezzandola. Ogni soggetto e ogni tema lo scelgo passando attraverso immagini che già esistono, rendendole affreschi contemporanei di una storia passata. E' il concetto del ready made di Duchamp (soggetti pronti, già confezionati da altri, estrapolati dal loro contesto e resi opera d’arte tramite la semplice selezione da parte dell’artista, NdR).

Arte e fotografia: nei suoi lavori, le possibilità espressive della fotografia vanno oltre la dimensione tecnica e affrontano quella del vedere e del sentire. Quali sono le muse ispiratrici della sua 'poetica' fotografica?

Le più evidenti, nei mosaici e nei ritratti, sono Umberto Boccioni e Marcel Duchamp. Vortici dinamici di linee e forme evidenti nella “Città che sale” di Boccioni, ma anche in tante opere futuriste da Giacomo Balla a Fortunato Depero. Poi chiaramente, il “Nudo che scende le scale” di Duchamp, dove il soggetto è fermo, immobile e, attraverso la scansione dell'artista, acquista movimento. Anche per me è così: grazie al ritmo che riesco a darle, l'opera si anima. A livello concettuale, altri riferimenti sono artisti come Man Ray, Pablo Picasso, Francis Bacon, Alberto Giacometti, Alighiero Boetti, Domenico Gnoli, per arrivare a fotografi come Robert Frank.

Una volta lei si è definito 'musicista', perchè le piace vedere la realtà come uno spartito da riempire: suonare lo spazio con la fotografia e utilizzare il mosaico come spartito... Quanto dell'esercizio compositivo scandito dal ritmo, caratteristico della musica, ritorna nella sua fotografia?

Quando realizzo un mosaico, a differenza delle opere di David Hockney che ritagliava la realtà come se lo facesse con la forbice dandole un movimento interiore, io dilato molto la scena: un paesaggio di 50 tessere lo faccio diventare di 250, lo moltiplico. E' un po' come faceva Glenn Gould nelle “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach: nel 1955 le suonò in 35 minuti, nel 1981 in 51 minuti. Quei 16 minuti sono “lui” che interpreta la musica, la dilata, ci vive dentro, la rende parte di sè. La musica come dilatazione dello spazio, la musica come note che decidi tu se suonare o non suonare, e su quale spartito (piccolo, grande, denso, fluido). E' come abbracciare il ritmo e il tempo di una musica che si ripete, sale, scende.

Perchè questa mostra? Da cosa nasce il progetto Uno sguardo sulla nostra storia?

Nasce dal desiderio di trasmettere alle persone, attraverso uno sguardo particolare, il senso della storia, per non farla dimenticare. La storia è dolorosa, ha seminato morte e distruzione. La storia ha fatto anche sognare attraverso miti del cinema e dello sport. Io ne voglio essere testimone rileggendola, comunicando a chi guarda il senso che quell'episodio, quel personaggio rappresentano. Fare questo mi ha fatto crescere a livello di progettualità, mi ha fatto diventare più meticoloso, più professionale. E' stata un'avventura impegnativa ma bella che vorrei coinvolgesse anche il pubblico più giovane, che non ha assistito a eventi e momenti passati che tuttavia sono diventati iconici e restano profondamente attuali.

In questa mostra lei dà nuova vita e nuovi significati a scatti realizzati da altri autori: come si affronta un passaggio di questo tipo?

Sicuramente serve sfrontatezza, una sana faccia tosta verso le regole del copyright. Io ho preso il lavoro di altri, l'ho fatto mio e l'ho restituito del tutto nuovo filtrato dalla mia visione. Italo Calvino sosteneva che “si può riscrivere quello che già esiste”. Questo toglie polvere alla storia, alle storie, agli avvenimenti e li riporta alla nostra contemporaneità. Oggi la storia ha bisogno di ri-nascere dalla storia stessa, da tutto quello che ci ha preceduto. Facendo questo, non invento nulla di nuovo, mi limito a descrivere. Questo, per me, vuole essere un messaggio d'amore verso l'umanità intera.

Quello che colpisce guardando le sue opere sono il rigore e la precisione: da cosa dipendono e come si ottengono?

Deriva tutto dalla mia maniacalità. Nel mio lavoro sono estremamente preciso e rigoroso nell'assemblaggio, nella composizione, nulla viene lasciato al caso. Serve tanta pazienza attraverso un lavoro che diventa una sorta di meditazione su se stessi.

Quando ha colto per la prima volta le potenzialità della fotografia istantanea (Polaroid, Fuji, Impossible Project) e quello che si poteva fare di così atipico, inusuale, particolare?

A un certo punto non sono più andato in camera oscura perchè non volevo più stare al buio per una serie di ricordi legati a quando ero bambino. Allora ho cominciato a fare Cibachrome (si tratta di un processo di stampa a colori positivo-positivo ossia dalla pellicola alla carta che non richiede il ricorso alla camera oscura, NdR) che mi permetteva di lavorare in un ambiente luminoso. Poi però ho capito che volevo fare altro rispetto a Cibachrome che aveva colori troppo freddi e piatti, quindi ho iniziato a usare la Polaroid che all'epoca era una fotocamera istantanea e creativa che mi dava grande soddisfazione. Nello stesso periodo ho cominciato a studiare la storia dell'arte e mi sono accorto che le due cose interagivano tantissimo. La fotografia istantanea è diventata il mio format di vita.

Nella sua opera si pone un problema di archiviazione e conservazione di supporti fragili e delicati, che possono deteriorarsi facilmente. Come tutela le sue foto?

Tutte le mie foto vengono scansionate e conservate in un archivio digitale per gli uffici stampa, i collezionisti ecc. L'originale va conservato con cura, l'importante è non esporlo ai raggi solari diretti. L'ideale sarebbe mettere un vetro museale anti U.V. a protezione della foto in un ambiente con luce controllata. Poi molto dipende dalla pellicola: le Fuji (tutta questa mostra è realizzata con pellicole Fuji) hanno, come le Polaroid, una resistenza fantastica. Una volta stabilizzate, tra 100 anni, le Fuji saranno ancora perfette, mentre Polaroid è più delicata ma capace di rendere le foto come una pittura, come un sogno, e più ancora le Impossible. Molte le ho perse, ma la fragilità di quelle foto è magica, affascinante, mi ha permesso di ottenere effetti, talvolta anche dovuti al caso, che sono meravigliosi. Una imperfezione che emoziona. E questo è un po' il senso della vita che è meravigliosa, fragile e imperfetta nello stesso tempo.