“Luca Meda, architecture, design, drawings”: Nicola Braghieri, curatore con Sabina Carboni e Serena Maffioletti, ci racconta il libro edito da Silvana Editoriale sul grande designer e art director di Molteni&C. che verrà presentato stasera all'ADI Design Museum

Luca Meda ha sempre avuto un profilo riservato, poco incline a cercare le luci della ribalta. Un professionista operoso, fecondo, che amava condividere il lavoro con i colleghi, Aldo Rossi in primis, e imparare con passione da maestri come Marco Zanuso. E questo ritratto di un milanese simpatico e un po’ calvinista emerge anche dal lavoro fatto da Nicola Braghieri, che conosceva bene il grande designer e art director di Molteni&C., per raccontare il suo lavoro. “Non è stato facile destreggiarsi fra le centinaia di disegni raccolti”, spiega. “Ho voluto occuparmi della parte biografica e personale e Luca Meda interpretava e capiva il mondo disegnando in continuazione”.

Infatti nel testo introduttivo lo definisci “un instancabile disegnatore”...

Usava il disegno per “guardare” le cose. Trasformava il progetto in un’azione fisica perché credo che sostanzialmente non si fidasse dell'istinto creativo e dell’intelletto. Se ne avesse avuto i mezzi probabilmente avrebbe fatto modelli 3D in continuazione. Era un processo progettuale mutuato alla Scuola di Ulm, dove aveva studiato. Il disegno tecnico e meccanico allora era risolto con una serie di lucidi sovrapposti, e lui lavorava così. Inoltre disegnava in assonometria, che non è certo una cosa tipica dei creativi, ma è più un’abitudine militare.

Non amava scrivere, non amava fare grandi costruzioni intellettuali. Usava il disegno per comunicare e capire. Aveva un duplice approccio, molto tecnico e al contempo molto espressivo e spontaneo, a mano libera. Disegnava velocissimo, con la biro. In studio c’erano dei pennarelli dozzinali, non era interessato né a tecniche particolari né aveva preferenze per strumenti particolari. Non aveva volontà d’artista.

Il disegno è la parte che lega tutto il suo lavoro. Tanti allestimenti e progetti di immagine coordinata di aziende, anche piccole. E lavorava sempre con qualcuno: un dettaglio di cui mi sono accorto solo riguardando il regesto. Era sempre in dialogo con qualcuno e non sapevo cosa fosse la gelosia o l’ossessione autoriale. E non aveva nessuna ossessione autoriale: erano cose che non lo interessavano.

Luca Meda ha lavorato molto per la progettazione di oggetti "tecnologici". Come si può spiegare la sua attitudine a un'idea di "bella" tecnologia?

Parliamo del lavoro per Moulinex e Girmi. Tra gli anni ‘70 e ‘80 c’era il design radicale, che era la cifra del design italiano. Poi c’era il buon design borghese, che era quello di Luca Meda. Lui pensava al prodotto industriale con un approccio sistemico, attitudine che condivideva con gli amici Tomas Maldonado e Max Bill. Il prodotto doveva essere essenziale, di buona qualità, pulito.

L’oggetto effimero che ha un suo valore estetico non era la sua preoccupazione primaria. Ci arriva tardi, quando disegna la macchina del caffé Teatro. Ma ho sempre ho avuto l’impressione che quel lavoro sia diventato un’icona involontaria: Luca Meda faceva quello che sembrava corretto fare per l’azienda e il mercato. E in quel momento fare “le cose a forma di…” era di moda. È uno dei suoi progetti più conosciuti ma non riassume il suo lavoro.

Le cose invece che lo rappresentano sono quelle più anonime, che richiedono tantissimo lavoro, riflessione, correzioni. Un approccio più simile a quello di Dieter Rams. Le radio, ad esempio, sono una continua citazione degli insegnamenti di Marco Zanuso: semplici, corrette, senza ricerche estetiche esplosive. Luca Meda amava migliorare l’esistente, perfezionare i linguaggi degli involucri. Non va oltre. Non era il suo interesse.

Cosa è importante oggi del lavoro di Luca Meda? Qual è la sua eredità professionale?

Penso che sia proprio questo: la mancanza di un'ambizione autoriale. È paradossale, ma lo portava a eseguire progetti impeccabili. Di fatto un oggetto che passava dalle sue mani non aveva l’ambizione di cambiare qualcosa, di essere deflagrante, di rottura. Prendiamo ad esempio i sistemi d’ufficio: per molti designer sono stati dei divertissement in origine. Erano complicati, magari molto funzionali ma assolutamente non pensati per essere gestiti dagli utenti finali. Uscivano dalla fabbrica progettati su misura e praticamente montati.

Meda invece ha cercato di realizzare sistemi aperti che non fossero modulari unicamente dal  punto di vista produttivo, ma anche nelle funzioni  e nell’uso. Un approccio forse più simile a quello usato per le cucine, ma infinitamente più razionale e utile. Poi ovviamente ci sono anche progetti molto famosi, ma sono quelli firmati insieme a Aldo Rossi, ad esempio. Che aveva una capacità comunicativa fuori dal comune.

Luca Meda non era così: forse perché era un tipico milanese di buona famiglia che amava lavorare e non aveva bisogno di promuoversi.  Tant’è vero che non ha dato vita a una scuola: proprio non era interessato a costruire qualcosa di celebrativo intorno a quello che lui considerava un mestiere come un altro.

Cover photo: orizzontale: Primafila; verticale: sedia ViaVai. Courtesy photo