Le Procuratie Vecchie di piazza San Marco ospitano dal 23 aprile all'11 settembre, la mostra dedicata all'artista che ha inventato il linguaggio nuovo e radicale dell'assemblage

E' un incontro con frammenti di vita quotidiana, attraverso materiali dimessi, inutili o ancora utili, un contatto stretto e fisico con le loro potenzialità e carenze, un vederli diventare “altro”, nel momento in cui generano nuove sinergie e nuovi rapporti tra i vari elementi assemblati. Frammenti di una totalità dispersa, figli di continua sperimentazione e ricerca costante. E' quello dell'assemblaggio il tema della mostra, nel contributo che Louise Nevelson, protagonista assoluta dell’Espressionismo Astratto nell’arte americana, ne ha dato. Lavorando con materiali trovati o scartati, Nevelson (nome d'arte di Leah Berliawsky nata nel 1899 a Kiev e morta a New York nel 1989) ha inventato il linguaggio nuovo e radicale dell’assemblage, con il quale ha trasformato e trasfigurato i “detriti” della vita quotidiana facendoli diventare pura forma.

Riferimenti domestici

Molti materiali da lei utilizzati conservano un riferimento domestico: oggetti che derivano, o fanno allusioni indirette, allo spazio della sua casa, opere connesse al suo status di donna e al suo impegno nella sfera domestica, materiali affini con quelli usati da artisti italiani del dopoguerra (per esempio dal movimento artistico dell’Arte Povera).

Le Procuratie Vecchie

In mostra oltre sessanta pezzi (tra assemblage, collage e sculture monumentali dipinte) che raccontano l'arte di Nevelson dagli anni 50 agli anni 80, installati in nove sale delle Procuratie Vecchie affacciate su Piazza San Marco, oggetto di un recente restauro firmato da David Chipperfield (leggi A Venezia le nuove Procuratie vecchie). Ogni sala si concentra su connessioni e risonanze tematiche specifiche, seguendo non una stretta cronologia ma sottolineando risonanze formali e concettuali tra le opere e tra i diversi periodi del suo percorso artistico.

Nuove relazioni cromatiche

Tra i temi toccati, la dedizione dell’artista (soprattutto nell’ultimo decennio della sua vita) ad assemblage bidimensionali destinati a essere montati a muro. Oggetti che appartengono quasi tutti alla produzione degli anni 80, tra i lavori meno conosciuti della Nevelson, eppure significativi nell’ambito della sua pratica più matura, in un periodo in cui si trovava ad affrontare crescenti limitazioni fisiche. Nei suoi lavori basati sul collage, l’artista si sottrae all’abitudine di dipingere l’opera di un colore unico. Invece, un range di diverse colorazioni, dal metallo al legno grezzo, definisce un insieme più complesso di relazioni cromatiche, indirizzando verso una comprensione più articolata del suo approccio formale.

I collage bidimensionali

Una sezione della mostra è dedicata ai collage: l’artista continuò a creare collage bidimensionali attraverso il corso di tutta la sua carriera. L’esposizione ne raduna realizzati con cartone, carta, foglia metallica, carta vetrata, nastro, fibre, legno sempre tra gli anni 50 e 80. Opere che le offrivano la possibilità di lavorare con una gamma di materiali dalle importanti potenzialità grafiche, ma anche la chance di sperimentare con il colore e le sue declinazioni.