In un mese che amplifica ogni emozione, anche le più intricate e complicate, una mostra lieve e poetica ci regala un inno alla fragilità, quella potente – e rigenerante – della natura

Inizia dicembre, un mese che sembra vederci (e volerci) tutti impegnatissimi, energici, positivi, pronti a fare e scartare regali, a passare le feste mangiando e brindando tra eventi, pranzi e cene, con famigliari, amici e colleghi. Un mese felice, per i felici.

Dicembre in realtà è un mese che amplifica ogni sentimento, ogni emozione rischia di esplodere, oppure implodere. Matasse da sbrogliare oppure stanchezza da affrontare, tralasciano la retorica disturbante, a volte irrispettosa, del “se vuoi puoi”, chi è fragile fisicamente o psicologicamente, poco cambia si sente ancora più fragile.

Ecco che quindi La fortuna della fragilità delicata ed eterea, discreta e sussurrata, intrisa dellinsostenibile (potente) leggerezza della natura, coronata da ombre teatrali che danzano tra silhouette evanescenti, ma anche da parole cerchiate e foglie accartocciate mentre ci invita a osservare e imparare, ci aiuta a riparare una ‘rete’ di fragilità, a ricomporci e ricostruirci.

Una mostra che sembra un dono. Per tutti.

La fortuna della fragilità

Esposta alla Galleria Mattia De Luca di Roma fino al 10 dicembre 2022, La fortuna della fragilità nasce dal dialogo tra Marcela Calderón Andrade e Tommaso Spazzini Villa, artisti che si interrogano su temi che spaziano dalla transitorietà, all’impossibilità di trovare una lettura univoca della realtà, dal fascino insito nel mutamento alla creatività sorprendente della natura.

Prima iniziativa di Mattia De Luca projects, la mostra è un progetto off, completamente libero, che nasce dal desiderio di esplorare ambiti svincolati da dinamiche strettamente commerciali.

Ricordare, riparare e curare la rete di fragilità

Le opere di Marcela Calderón Andrade nascono dall’osservazione della complessità delle relazioni in natura, e sono spesso composte da elementi organici (semi, foglie, membrana interna del guscio d’uovo...) con cui crea lavori scultorei ma leggeri, quasi impalpabili.

Ripararsi e rigenerarsi come fa la natura

Per questa esposizione l’artista colombiana ha scelto di esporre sette opere che fanno parte del progetto Enchura:

  • Hongo guarda alla configurazione di un minuscolo fungo che si sviluppa nella buccia di alcuni frutti durante il processo di degradazione (Rhizopus stolonifer), riproducendone le fragilissime connessioni come un ingrandimento su un microcosmo che si rivela in scala architettonica.

 

  • Círculo-Infinito, Churo-Espiral e Vibración-Onda, lavori parte della serie Vestigio, sono realizzati con le membrane interne dei gusci d’uovo – struttura protettrice di vita –, che dopo la rottura sono in grado di ricostituirsi grazie alla memoria che la materia riesce a conservare, attuando un processo di distruzione e ricomposizione.

 

  • Intreccio di sottili fili di carta, Red rappresenta un esercizio con cui l’artista ci invita a ricordare, riparare e curare la rete di fragilità a livello emotivo, fisico, biologico, politico.

Scatole d’ombra, silhouette e teatrini

Tommaso Spazzini Villa espone invece alcune opere site specific della serie Ombre:scatole d’ombra, con lo stesso funzionamento di un piccolo diorama teatrale, che nascono come omaggio ai Teatrini di Lucio Fontana. 

L’ambiguità della natura e le possibilità metafisiche dell’illusione

L’ombra e il rapporto col suo referente diventano il fulcro dell’opera, attraverso la creazione di immagini evanescenti e silhouette misteriose che nascono da foglie secche: una riflessione sull’ambiguità della natura e le possibilità metafisiche dell’illusione, un’ideale prosecuzione del mito della caverna platonica.

Il potere e la libertà delle parole

Accanto a questi lavori l’artista propone un video legato all’opera Autoritratti, un progetto ancora inedito di arte partecipativa svolto nelle carceri italiane nel 2018, in cui ha coinvolto quattrocento detenuti chiedendo loro di scegliere alcune parole da singole pagine dell’Odissea, così da ricomporre una frase all’interno di ciascun brano. 

Il gesto minimo tra le pieghe del quotidiano per svelare la delicata complessità umana

Un’opera ricca di rimandi e significati che trovano nuove attualizzazioni, in bilico fra il tempo non misurabile del poema omerico e quello contingente e raccolto della sospensione umana. Alla radice di opere alla sola apparenza dissimili, emerge un motivo di ricerca coerente e unitario: trovare nelle pieghe del quotidiano il gesto minimo che favorisca l’incontro con un elemento attraverso il quale svelare la delicata complessità umana.