Accra / London - A Restrospective. Fino al 31 luglio 2022 al Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano - MASI / Palazzo Reali

Un fotografo non dovrebbe uscire in strada per fare delle foto, ma fare delle foto perchè esce per strada. La differenza tra i due atteggiamenti è sottile e profonda nello stesso tempo. Esplorare la città, girovagare per le strade, osservarne vita, scorci, persone, animali, architetture in modo nuovo, in luoghi familiari o meno familiari, catturando il “momento decisivo” con la fotocamera e raccontando storie: “Se avevo bisogno di una foto o di una nuova storia, mi precipitavo al mercato di Makola, dove la gente si comporta in modo più simile a se stessa. Questo mi piaceva di più della fotografia in studio. Usavo una piccola macchina fotografica. Era ottimo per trovare storie” racconta James Barnor. Nato ad Accra in Ghana nel 1929, oggi vive e lavora a Londra, e nella carriera, che abbraccia sei decenni e due continenti, è stato testimone dei cambiamenti sociali e politici del suo tempo. Muovendosi tra luoghi, culture e generi diversi (dal fotogiornalismo ai ritratti in studio, alla fotografia documentaria, a quella di moda e lifestyle) si è sempre distinto per il suo sguardo moderno e il suo approccio pionieristico.

Un racconto cronologico

MASI Lugano, in collaborazione con Serpentine Londra, presenta fino al 31 luglio la più ampia retrospettiva mai dedicata alla sua opera. “James Barnor: Accra/London - A Retrospective” mette in mostra oltre 200 lavori dall'archivio del fotografo, tra cui numerose immagini inedite. Oltre a opere vintage, ristampe e documenti originali, anche copertine di riviste e dischi. Il percorso espositivo si snoda dagli inizi ad Accra ai soggiorni londinesi, come un racconto cronologico.

Storia ufficiale e storie personali

James Barnor inizia a fotografare nei primi anni 50 ad Accra, in Ghana (colonia inglese che stava diventando indipendente) dove fonda il suo studio Ever Young. La struttura rigida della ritrattistica in studio di grande formato si scioglie in immagini dinamiche e informali appena abbandona studio e treppiedi per avventurarsi in strada, a caccia di storie. Ottiene incarichi per il Daily Graphic, diventando il primo fotoreporter del Paese. Già in questi primi lavori, racconta allo stesso modo storia ufficiale e storie personali che si intrecciano in un intimo dialogo.

Uno sguardo controcorrente

Si trasferisce a Londra nel 1959: nella capitale inglese, ritrae la vita della comunità africana, diventando il più importante testimone della diaspora africana. I suoi scatti per la rivista sudafricana Drum raccontano gli Swinging Sixties londinesi attraverso uno sguardo diretto e controcorrente: in un mondo di bianchi, mette in copertina modelle di discendenza africana come Erlin Ibreck e Marie Hallowi. Torna ad Accra per fondare il primo laboratorio ghanese di fotografia a colori. L'accesso al colore rivoluziona anche il ruolo della fotografia: “Il colore ha davvero cambiato le idee della gente sulla fotografia. Il kente è un tessuto ghanese intrecciato con molti colori diversi e la gente voleva essere fotografata dopo la chiesa o in città indossando questo tessuto, quindi la notizia si diffuse rapidamente”, racconta Barnor. Diverse sue immagini in mostra restituiscono decorazioni, acconciature, abbigliamento e moda del tempo.

Calendari e copertine di dischi

Numerose anche le commissioni commerciali, tra le quali un calendario promozionale per Agip, nel 1974: in mostra uno scatto attuale che presenta eleganti modelle di colore sullo sfondo di taniche e camion cisterna. Commissioni che includono anche fotografie di copertine di dischi. Completano l'esposizione un video di Campbell Addy, in cui Barnor presenta il suo lavoro, e un video-documentario in cui illustra la sua tecnica fotografica.

Il catalogo

Edito da König, co-prodotto da Serpentine Galleries di Londra, MASI Lugano e Detroit Institute of Arts, progettato e illustrato da Mark El-khatib, il ricco catalogo in lingua inglese include contributi di Christine Barthe, sir David Adjaye OBE, David Hartt, Alicia Knock, Erlin Ibreck e una conversazione tra James Barnor e Hans Ulrich Obrist.