In conversazione con Elmgreen & Dragset alla Fondazione Prada dove la loro gigantesca installazione Useless Bodies? si offre come una riflessione, distopica e poetica, sul ruolo del corpo nel mondo digitalizzato

Useless Bodies? È un titolo, ma prima di tutto è una provocazione, che spicca il volo dal punto interrogativo finale, con cui gli artisti scandinavi Michael Elmgreen e Ingar Dragset, alla Fondazione Prada di Milano, fino al 22 agosto, ci invitano a trarre le nostre, personalissime, conclusioni sul fatto che i corpi nell’era degli schermi siano, o meno, diventati inutili.

“Sì, ha capito bene, quella domanda è per il pubblico”, mi dicono con il sorriso sulle labbra, “perché ognuno di voi può avere idee molto più intelligenti delle nostre”. Loro si sono presi ben 3 mila metri quadri per farci entrare in un film distopico, da protagonisti, e noi prenderemo giorni e mesi per fare spazio ai punti di domanda che sorgeranno spontanei dentro di noi.

Perché le loro installazioni sono, da sempre, metafore visive delle inquietudini sociali, immagini potenti messe in scena con un umorismo sovversivo e un nonsense surrealista. Cosa che succede anche in questo caso, dove le conseguenze della nostra alienazione da noi stessi (e dalla realtà?) sono portate all’estremo.

Ed è proprio per questo che dobbiamo sperimentarle, per cercare, insieme agli artisti, nuove risposte, nuove speranze e nuovi finali alle loro storie paradossali, di cui, che ci piaccia o meno, saremo protagonisti.

E loro non ci abbandonano mai, anzi, per aiutarci a costruire la nostra storia ci lasciano molti indizi nascosti tra le sale come succederebbe nei migliori thriller, piccoli colpi di scena che ci strappano una risata in mezzo a tanta desolazione. Viene voglia di allungare la mano prenderli quegli oggetti, appunti sparsi, un libro di autoaiuto scritto da uno psicologo, statuette di Karl Marx, bicchieri del caffè apparentemente abbandonati chissà da chi (perché in giro non c’è nessuno), per scoprire chi ci sia dietro e come finiscano quelle storie, che poi, sono le nostre.

In mostra ci sono setting grandiosi e apocalittici in cui i visitatori si muovono come attori all’interno di una commedia umana. Il vostro background, nella poesia e nel teatro, come influenza le vostre installazioni?

Michael Elmgreen: "Abbiamo sempre tenuto in mente il pubblico mentre preparavamo la mostra, perché per noi chi la visita è co-performer, co-creatore e co-autore insieme a noi. È pensata per fare immergere le persone all’interno delle scene.

Nel Podium, dove abbiamo ambientato un ufficio, abbiamo lasciato sulle scrivanie alcuni indizi di chi ci lavora come libri, appunti, oggetti, statuette proprio perché chi ci passa sia coinvolto nella storia e ne immagini i possibili sviluppi. Nella Galleria Nord c’è un interno domestico del futuro che spinge a immedesimarsi nella famiglia che, presumibilmente, abita in quella casa”

Ingar Dragset: “Amiamo il cinema e le scenografie, che nella mostra hanno un ruolo fondamentale. Perché i film sono bidimensionali, non puoi balzare dentro lo schermo e farne parte. Ed è proprio per questo facciamo le nostre installazioni, ci puoi entrare e puoi concludere tu stesso la storia. Diamo un corpo, un’ambientazione reale ai film e, nello stesso tempo, una storia aperta ai visitatori”.

Le vostre sculture sono corpi, ma nello stesso tempo vivete in un mondo in cui i corpi non sembrano più necessari, come vivete questo cortocircuito e come lo raccontate nei vostri lavori?

M.E. “La nostra generazione sta vivendo sulla propria pelle il vuoto, la solitudine e la malinconia, siamo stati forzati a spostare la nostra vita online, sempre di più. Questo è stato il nostro punto di partenza, mettere questo sentire in dialogo con gli spazi della fondazione, con i curatori, con tutto il gruppo di lavoro.

Ci siamo chiesti dove stia andando il corpo con questo presupposto, è davvero possibile continuare ad accelerare questo meccanismo fino a un punto di rottura in cui davvero ce ne dimentichiamo completamente? Oppure troveremo un equilibrio? Il punto è che non abbiamo risposte preconfezionate, il nostro è un invito a riflettere.

Non siamo contro la tecnologia, ma dobbiamo iniziare a trovare nuovi modi e nuovi equilibri affinché le persone continuino a mantenere la propria dignità, il proprio valore e l’orgoglio di esseri umani, cose che oggi stiamo davvero perdendo”.

I.D. “La mostra potrebbe anche intitolarsi Il problema con lo spazio, perché quando si parla di corpo il vero punto è che non abbiamo abbastanza spazio. Si vede negli uffici, dove le persone lavorano sempre più schiacciate una sull’altra, in meno metri quadri possibili, la chiamano “ottimizzazione delle risorse umane”. Ora l’estrema conseguenza è che non c’è più nemmeno bisogno di avere le persone negli spazi di lavoro. Dopo la pandemia le aziende si sono accorte che possono non pagare più gli affitti, perché la gente può lavorare da casa.

E così è nato il problema con la casa, che prima era il luogo dello svago, il nostro spazio privato e ora è stato invaso dagli occhi degli altri, dal loro giudizio, da ogni tipo di social media, ed è diventata uno spazio pubblico. Così, in tempi di selfie culture, molte persone usano la propria casa solo come una vetrina per il pubblico, non perché sia comoda e accogliente, ma perché sia condivisa e di grande effetto. Sembreranno più uno showroom che un luogo per la contemplazione, dove puoi vivere la tua vita e non l’immagine riflessa che gli altri hanno di te.

Molti oggetti, all’interno della casa che abbiamo allestito, sono al confine tra design e scultura, c’è una cucina in acciaio che si ispira alle opere di Donald Judd, abbiamo tradotto il suo linguaggio scultoreo in un ambiente super moderno, in cui ogni arredo è bello ma scomodo, è una casa in cui puoi morire prima di iniziare a viverci.

È una fusione tra un’astronave, un bunker e un laboratorio scientifico, perché ci sono molte persone abbienti che pagano per avere intere case che sembrano bunker, anche sottoterra, nel deserto, spendono milioni per costruire rifugi o investono capitali per andare nello spazio a vedere quel che resterà, forse, del loro futuro”.

Il mondo in cui viviamo potrebbe essere una simulazione. Quanto dovremmo preoccuparci? O cosa possiamo fare per inventare un futuro diverso?

M. E. “Dovremmo sempre preoccuparci, specialmente in un tempo in cui la tecnologia è così veloce che è difficile capire cosa stia davvero succedendo. Nel diciannovesimo secolo il corpo umano è stato parte attiva della produzione e della creazione di beni, poi siamo diventati consumatori, nel ventesimo secolo, e ora siamo noi stessi il prodotto da cui estrarre i dati, in cui tutti i nostri rituali quotidiani vengono osservati, indicizzati e diventano fonte di investimenti. Abbiamo bisogno di essere più consapevoli, di agire insieme e di farci rappresentare, a livello individuale e collettivo”.

Nel Podium, al primo livello, ci sono sculture classiche in dialogo con alter ego contemporanei, si guardano negli occhi. C’è qualcosa che vogliono dirci che solitamente non viene detto?

M.E. “Abbiamo ricreato una sorta di incontro tra sculture di tempi diversi, tra il classico e il nuovo figurativo, oltre la storia. Vogliono raccontare di come è stata rappresentata la virilità nel corso dei secoli, perché noi abbiamo una percezione falsata, nel nostro immaginario la rappresentazione storica dell’uomo è eroica, machista, ma non è così nella realtà, è solo l’arte del diciannovesimo secolo che ha promosso questa immagine di come dovesse essere l’uomo.

È un errore dire che nei tempi antichi l’uomo era un vero uomo e che oggi è diverso, è stato così solo per un brevissimo tempo che ha riscritto la storia dell’arte secondo una logica binaria e di genere. E in mostra ci sono esempi del fatto che non sia così. Corpi sognanti, che esitano, che hanno la paura e la solitudine negli occhi”.

Sulla divisa del personale di sala del museo è stata cucita una targhetta che riporta il titolo della mostra. Perché?

M. E. “Abbiamo spesso trasformato gli spazi e le persone che ci lavorano, parlando con loro. Qui, sebbene indossino la stessa divisa che mettono di solito, abbiamo pensato a un ruolo leggermente diverso. Perché loro stessi potrebbero essere sostituiti da robot o da telecamere a circuito chiuso, ma invece sono importanti, sono fondamentali per tante ragioni. Quindi estendiamo la domanda della mostra, per chiederci, cosa intendiamo oggi con la definizione di “lavoro utile”, perché che persone che lavorano nel museo dovrebbero essere Useless Bodies?”

Nella Cisterna avete messo in scena l’industria del benessere, ma la spa, la piscina e lo spogliatoio sono stanze vuote e desolanti. Perché?

M. E. "L’industria del benessere vuole assicurarsi che non ci sentiamo mai soddisfatti, ci chiede di migliorarci continuamente, ma ci ricorda sempre che non siamo abbastanza perfetti, è un loop senza fine in cui nessuno è mai contento".

I. D. "C’è sempre una nuova app di fitness sul mercato, c’è sempre una nuova crema per tirare su la faccia".

Come vorreste che uscisse chi vede la mostra?

I. D. "Spero che facciano esperienze molto diverse della mostra, noi due siamo qui solo per fornire una piattaforma di discussione e di interpretazione di ciò che succede. Anzi, speriamo che escano con idee molto più intelligenti della nostra.

Qui mettiamo in scena un mondo surreale, ma lasciamo spazio anche all’ironia, allo humor, per dare una speranza, una visione ottimistica, attraverso i dettagli e gli indizi che inseriamo nella mostra, che sono piccole storie individuali all’interno della storia collettiva. Possiamo dire che siamo dei misantropi molto allegri! E questo è il grande finale della mostra".