Dal 24 al 26 giugno si ragiona sul tema diversità a Base Milano. Mostre, dibattiti, progetti per ridisegnare la dignità di ogni essere umano

A Milano per tre giorni si riflette sulla diversità. È l’obiettivo dell'associazione DiverCity, che con l’omonimo festival da Base Milano invita a ripensare i temi intorno che toccano le possibili variazioni dell’umano.

Cosa ci fa diversi dagli altri? La nostra storia, il colore della pelle, la provenienza, la disabilità, le scelte sessuali. Ma soprattutto gli occhi degli altri, i progetti degli altri, di quanti si considerano normali.

Andi Nganso e Paolo Maurizio Talenti, fondatori di DiverCity, lo ripetono più volte. Non è una questione di razzismo, e nemmeno di mancanza di buona volontà. È una questione di sguardi e di progetti.

"L’anno scorso durante la design week 2021 abbiamo cominciato a ragionare sulla progettazione dello spazio, con una prima partecipazione da Base Milano. E abbiamo continuato a farlo anche quest’anno, sia da Base che al Satellite, in un esercizio progettuale che è un primo step del Festival DiverCity.

Ci siamo chiesti come i soggetti fragili navigano lo spazio urbano. Ci siamo resi conto che la fragilità è nell’assenza di progetto e di visione. Ed è questo che rende vulnerabili i portatori sani di diversità", spiega Paolo Maurizio Talenti.

"La mancanza di azioni da parte delle istituzioni crea la discrimanzione. Non possiamo pensare che i problemi siano ovviamente solo progettuali: il design da solo non cambia le cose. È ovviamente un problema politico".

Cosa significa diversità?

Andi Nganso, medico, ha una lunga esperienza nell'accoglienza dei migranti: "La diversità è un tema sottile, che noi cerchiamo di affrontare partendo dalla costruzione di un’identità individuale. E della guarigione del trauma generazionale.

Perché chi arriva qui da lontano, magari con un colore di pelle diverso e sicuramente con una storia diversa, trova enormi difficoltà.

Le istituzioni sono razziste, nel senso di non inclusive. Chi naviga questo nuovo spazio si misura con una narrazione e un progetto che non tiene conto della molteplicità, ma di una media costituita da bianchi, eterosessuali, normodotati. Però la percentuale di persone che non rispondono a queste caratteristiche, benché più piccola, è in aumento. Fare finta che non esista è un atto di progettazione mancata".

Come si progetta con uno spazio inclusivo?

Paolo Maurizio Talenti: "Il designer danese di origine africana Edem Agbodan, con cui abbiamo lavorato all’installazione per l’ultima Design Week 2022, ha fatto una riflessione interessante: c’è molto design nella pratica della migrazione. Non soltanto nel reinventare lo spazio, ma nel reinventare le vite. La percezione dell’altro è un elemento chiave.

Chiama la capacità immaginativa, perché costringe a pensare a qualcuno che in effetti esiste, ma non è immaginato. Non è bianco, non è etero, non è cisgender. E allora come capisco di cosa ha bisogno? Lo spazio va pensato insieme a chi lo spazio lo vive: è un processo democratico.

Occorre comprendere quanto il cambiamento demografico porta di nuovo all’interno di un contesto così rigido rispetto all’occupazione dello spazio pubblico, ai servizi, ai luoghi collettivi.

Cosa può fare il design davvero per chi è diverso?

Andi Nganso: "Ho visto centri di prima accoglienza di ogni tipo, da nord a sud. E hanno tutti un problema comune: la mancanza di bellezza e di attenzione verso l’umano. La bellezza fa parte della cura. Permette di riposare, di contemplare, di rigenerarsi. Di ricominciare. Ed è quello di cui hanno bisogno le persone che hanno fatto molta fatica per approdare in un luogo sicuro, che sia un luogo fisico o dell’anima.

Il progetto deve lavorare anche sulla riattivazione sociale e sul recupero delle persone in uno stato di vulnerabilità. Dare dignità è il vero tema. Il secondo passo è conoscere a fondo, per cambiare la narrazione. L’esempio delle stazioni è lampante: sono luoghi raccontati come pericolosi, perché sono popolati da stranieri che sostano.

Sostare è percepita come un’attività minacciosa. Esattamente il contrario di quanto accade nel mio paese d’origine: il Cameroun. Lo spazio pubblico è un luogo dove si vive, si sta, si fanno cose. Il contrario sarebbe pericoloso”.

C’è una forza nella fragilità dell’essere diversi?

la forza della consapevolezza, del farsi domande e cercare risposte. Quando la dignità viene messa in discussione, il valore della vita minacciato, ci si fanno domande fondamentali. E gli si dà il giusto posto nella propria vita quotidiana.

Credo che vivere la diversità sia una risorsa soprattutto da questo punto di vista. E poi c’è del buono nel diverso, ovviamente. La narrazione imperante dice che l'Africa è fragile, ad esempio. Il diverso è vulnerabile.

Un racconto che ascoltano tutti, i bianchi come i neri, i normali come i diversi. Ma è solo un racconto: basta cambiare sguardi e parole per accorgersi che possiamo sempre imparare da chiunque, soprattutto da chi è diverso".