Dal 23 aprile, la Biennale di Venezia a cura di Cecilia Alemani racconterà un mondo in cui tutti possono divenire altro. Tra corpi ibridi, capsule del tempo e nature artificiali, Il Latte dei sogni racconta la fine dell’antropocentrismo

La Biennale 2022, a cura di Cecilia Alemani (23 aprile-27 novembre) inviterà alla riflessione e al cambiamento che parte dal corpo umano e lo frammenta, lo disperde, lo ibrida, per rispondere alle domande più urgenti dell’attualità: quelle sul rapporto che ci lega alla tecnologia, alla natura e alle altre specie. Tutti insieme in un unico mondo all’interno del quale, chissà perché, ci siamo sempre sentiti al centro.

La 59sima Biennale di Venezia è soprattutto donna

La 59ma Esposizione Internazionale dell’Arte di Venezia - da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre 2022 ai Giardini e all’Arsenale – semina il dubbio e la speranza attraverso i lavori di 213 artiste e artisti, donne per la stragrande maggioranza, 58 nazioni, 80 nuove produzioni, 1433 opere, tra grandi installazioni, video, tele, fotografie e un format speciale che mette in dialogo diverse generazioni.

Sarà una grandiosa rassegna che Cecilia Alemani, nominata curatrice nel gennaio del 2020 un attimo prima della pandemia, ha messo in piedi “dall’oblò di uno stanzino a New York”, racconta, ovvero da quella stramba finestra sul mondo che ci apre il digitale. Un fare lontano dalle studio visit e dai viaggi, “che però ha dato il via a conversazioni confessionali con gli artisti”, dice, “e ha creato un senso di intimità da fine del mondo che ha tinto il senso della mostra”.

Da dove nasce il tema della Biennale 2022, il Latte dei Sogni?

Il latte dei sogni, questo il titolo della Biennale 2022, cita un libro per bambini di Leonora Carrington, artista surrealista che, durante la Seconda Guerra Mondiale è scappata in Messico dall’Inghilterra.  Qui, negli anni Cinquanta, ha iniziato a disegnare storie fantastiche di creature ibride sui muri di casa, per i suoi bambini, per poi raccoglierle in un taccuino.

Esseri mutanti che raccontano un mondo in cui tutti possono cambiare e divenire altro. “È proprio da quel dialogo intimista con gli artisti che sono nate le riflessioni della Biennale”, dice Alemani. Sì, perché la mostra parte con delle belle domandone (standing ovation) e ci fa mettere in gioco, ci fa riflettere, semina dubbi e speranze attraverso la poesia che ogni artista sa farci arrivare dritta addosso.

Donne e individui non binari

“La mostra ha una grande maggioranza di artiste donne e individui non binari”, racconta Alemani, “una scelta che riflette il panorama internazionale di grande fermento creativo di chi sta mettendo in crisi la figura dell’uomo al centro del mondo”.

Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze tra vegetale, animale, umano e non-umano? Quali le nostre responsabilità verso i nostri simili, le altre forme di vita e il pianeta? Come sarebbe la vita senza di noi? Questioni esistenziali distillate, da Alemani, in tre tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra individui e tecnologie, la connessione tra corpi e terra.

L’arte in capsule

Il latte dei sogni attraversa la storia, perché tra il Padiglione Centrale e l’Arsenale alterna cinque piccole mostre chiamate Capsule, che mettono in dialogo opere del 900 con i lavori di chi, oggi, porta avanti la ricerca seguendo le stesse tematiche. Un incontro tra generazioni ambientato in atmosfere atemporali progettate dal duo di designer italiani FormaFantasma.

Da La culla della strega, la prima capsula, escono corpi metamorfici e ambigui che sovvertono i cliché, come quelli di Leonor Fini. Corpi che si ribellano alle rappresentazioni classiche come quelli della storica Carol Rama e quelli distorti, tra le artiste contemporanee, di Christina Quarles. Dalle sculture ibride di Andra Ursuta ai corpi di cemento che si annodano di Sara Enrico e le piccole tele iperrealiste con i dettagli epiteliali di Chiara Enzo.

Ne Le tecnologie dell’incanto, la seconda capsula, va in scena il rapporto tra corpo e tecnologia, e le opere di artiste come Nanda Vigo e Grazia Varisco sono accostate ai ritratti di computer di Ulla Wiggen. Mentre ne Il corpo orbita, la terza capsula, artiste, intellettuali e scrittrici utilizzano il linguaggio come strumento di emancipazione. Tra le big Paula Rego, che dedica il proprio lavoro ai diritti delle donne, Cecilia Vincuña, che realizzerà una grande installazione site specific dedicata al fragile ecosistema della laguna veneziana, e Alexandra Pirici con una coreografia, sempre accessibile, che parlerà delle relazioni simbiotiche e parassitarie tra individui.

All’Arsenale e alle Corderie va in scena il rapporto tra individui e terra. Nella prima capsula, sotto il titolone Una foglia, una zucca, un guscio, una rete, una borsa, una tracolla, una bisaccia, una bottiglia, una pentola, una scatola, un contenitore, si rilegge la storia della nascita della civiltà umana e della tecnologia. In mostra sculture antropomorfe, come quelle uterine di Ruth Asawa, ottenute intessendo il fil di ferro e grandi installazioni come il grande labirinto di terra in cui passare attraverso, della colombiana Delcy Morelos.

Nell’ultima capsula, La seduzione di un cyborg, la mostra si farà sempre meno umana e più sintetica con le opere monumentali e fluide di Marguerite Humeau, insieme alle quelle di Lynn Hershman Leeson, che in un video celebra il compleanno del cyborg, e Diego Marcon, che mostra un mondo in cui i personaggi sono nascosti da maschere artificiali, fino ad arrivare nel giardino entropico di Precious Okoyomon.
Extra.

Nel Padiglione delle Arti Applicate va in scena la collaborazione con Victoria&Albert Museum di Londra, dove Sophia Al-Maria presenta un video che esplora la collezione di automi del museo. E a Forte Marghera ci sarà un nuovo progetto dell’italiana Elisa Giardina Papa, che intreccia tradizioni siciliane su contro-scenari moderni e postapocalittici, girati a Gibellina nuova. All’interno del percorso espositivo ci saranno anche Simnikiwe Buhlungu, Ambra Castagnetti, Andro Eradze e Kudzanai-Violet Hwami, i quattro vincitori della call Biennale College.

“Il latte dei sogni non è una mostra sulla pandemia, ma registra inevitabilmente le convulsioni dei nostri tempi”, dice Alemani, “in questi momenti l’arte e gli artisti ci aiutano a immaginare nuove forme di coesistenza e nuove infinite possibilità di trasformazione”.

Cover photo: Alexandra Pirici, Aggregate, 2017–2019. Photo Andrei Dinu. Courtesy the Artist. © Alexandra Pirici