Vista Pantheon

L’affaccio sul Pantheon, un miracolo dell’architettura classica (le sue dimensioni disegnano una sfera perfetta), ha certamente ispirato l’armonico equilibrio di linee e proporzioni che anima gli interni di questo appartamento romano.

L’intervento conferma la cura, quasi maniacale, che i Labics – alias Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori – rivolgono al disegno dello spazio, qualunque sia la scala su cui operano: dall’interior design ai masterplan, passando per residenze, uffici e musei (fra tutti, il pluripremiato Mast di Bologna). Ce ne parlano in questa intervista esclusiva.

Una bella responsabilità mettere mano a un palazzo nobiliare con vista sul Pantheon…
Francesco Isidori. In realtà l’edificio appartiene al tessuto medievale della città, anche se poi nel tempo ha subito una serie di alterazioni, sopraelevazioni e fusioni, come del resto è avvenuto in quasi tutto il cosiddetto ‘tessuto di base’ del centro storico di Roma…

Rimane comunque la complessità di operare in una città antica, ricca di storia…
F.I. Il nostro progetto ha voluto recuperare gli elementi essenziali del contesto, per reinterpretrali in chiave contemporanea. Contesto inteso in senso ampio: dalla geometria della pianta ai materiali del luogo, dalla spazialità dell’interno al carattere tipologico dell’edificio in cui dovevamo operare. Come in tutti i nostri progetti abbiamo cercato di cogliere l’anima del luogo: questo ha prodotto un’immagine inedita, una struttura del tutto nuova. Per esempio, in questa casa abbiamo scelto di enfatizzare lo spazio continuo, inteso come sequenza di stanze, marcando le soglie tra i vani con portali in marmo statuario bianco. Che abbiamo, però, ridisegnato in modo asciutto, elementare, direi quasi essenziale… Bene, in questa sequenza c’è tutto il progetto.
Maria Claudia Clemente: Anche la scelta dei materiali rimanda in qualche modo alla classicità, e non solo romana: il marmo, l’ottone e anche il ‘pastellone’ del pavimento del piano giorno sono materiali ‘veri’, il cui linguaggio non si è modificato nel tempo; è la modalità d’uso che li colloca in questo momento, ma loro sono sempre stati lì. In generale l’idea è stata quella di attribuire alla casa una spazialità monumentale, nel senso materico, della scala di progetto e della continuità spaziale, ma minima nei segni e nel linguaggio…
F.I. Insomma, è una monumentalità riletta e mediata dalla contemporaneità.

Come avete risolto questo passaggio?
M.C.C. L’idea base è stata appunto quella di partire dallo spazio, che, in questo caso, consisteva di due appartamenti distinti e sovrapposti su due livelli, ‘snaturati’ nel corso degli anni a causa di numerosi rifacimenti. Abbiamo quindi deciso di dedicare un piano alla zona giorno e quello sovrastante alla zona notte; in entrambi i livelli abbiamo voluto recuperare la struttura spaziale originaria e, cioè la sequenza di stanze una dentro l’altra, senza soluzione di continuità. E soprattutto, senza alcuna distinzione fra pubblico e privato.
Una casa aperta, insomma, trasparente… una casa il cui sviluppo può essere traguardato in un solo colpo d’occhio.

Sicuramente si tratta di una scelta coraggiosa…
Sì, lo è stata, visto che ha messo in discussione alcune regole classiche del vivere domestico: per andare in soggiorno, per esempio, si passa dalla cucina e la camera da letto dei figli precede quella dei genitori… Ma alla committenza – una coppia straniera, che ha vissuto in diverse metropoli internazionali – non è parsa una scelta così estrema: anzi, l’hanno accolta con entusiasmo. Va anche detto che da parte loro c’era arrivata una richiesta molto particolare.

Quale?
C.M.C. Progettare una casa che, pur conservando una sua identità romana, guardasse anche alla tradizione giapponese, di cui si erano appassionati durante il loro soggionro a Tokyo.
F.I. Questo è stato lo stimolo nel cercare di costruire un ponte fra la classicità romana e il mondo orientale, ovvero tra la materia e l’astrazione, attraverso un uso ragionato dei materiali e delle texture, privilegiando leggerezza, asciuttezza e riduzione dei segni.
Il progetto assorbe al suo interno tutti gli arredi fissi – i necessari contenitori – per lasciare spazio al ‘vuoto’; un telaio geometrico, che ricorda i telai delle shoji giapponesi, ne disegna le superfici modificandosi a seconda delle esigenze, creando così una continuità tra gli ambienti. Anche le porte spariscono negli spessori dei muri portanti ma, aperte, rivelano all’interno del vetro un tessuto metallico in ottone che ricorda la trama della carta di riso giapponese.
Persino la scala, nuovo collegamento fra i due piani giorno e notte, nasce all’insegna della leggerezza: coraggiosamente sospesa nel vuoto, si ancora al solaio grazie a una struttura leggera di quadrelli di ottone. Infine, ricordo che è propria della spazialità giapponese l’idea di apertura, di continuità, di trasparenza.

Soddisfatti del risultato finale?
F.I. Direi di sì. La casa ha un carattere sofisticato, ma gli interni restituiscono un’atmosfera domestica, accogliente, mai fredda. Del resto abbiamo avuto la fortuna di lavorare con una committenza ‘illuminata’, aperta al dialogo… M.C.C. …che ci ha permesso di mantenere ben saldo il nostro obiettivo: conservare il genius loci della casa, la sua anima, le sue memorie con quella sequenza di spazi…

…che portano magicamente al Pantheon…
M.C.C. Certo, è così: il Pantheon rappresenta il traguardo di questo percorso che procede di soglia in soglia sino a quell’ultima finestra. Aperta sulla storia di Roma.

Foto di Alessandra Chemollo – Testo di Laura Ragazzola