Soft Landing

Tecnologie digitali e artigianato sono un binomio sempre più coeso di innovativi processi industriali. Anche nel tessile. Dal filato, al tessuto, alla tecnica di manifattura, tessitura e computazione sono in simbiosi più di quanto si creda.

Dall’invenzione del telaio jacquard a tessere forate del XVII sec, che influenzò il pioniere del computer meccanico Charles Babbage (1791-1871), saper fare e innovazione tecnologica si alimentano reciprocamente alla ricerca di una sempre maggiore variazione nella serie.

Dalla moda al design dell’arredo, la forte richiesta di personalizzazione di prodotto, unita all’esigenza di gestire al meglio il ciclo produttivo, spinge le aziende a riprogettare l’ecosistema industriale e a pensare il ‘made to measure’: produrre non solo ‘su misura’ ma anche ‘a misura’, ovvero in base al lavoro richiesto.

Il brand catalano di tappeti Nani Marquina ha introdotto il configuratore di prodotto online Mia, che consente al cliente di creare il proprio tappeto in base a differenti dimensioni, colori e possibilità di decorazione quali frange, cuciture e ricami con relative tonalità. Alla fine del percorso si ha anche un’indicazione di prezzo e di tempo di consegna a domicilio.

L’innovazione, non di per sé primigenia, è interessante perché consente anche a una piccola azienda di gestire facilmente e senza sprechi un alto livello di personalizzazione e di operare una distribuzione capillare in assenza di rivenditori in loco.

Start-up britannica fondata nel 2013 da Hal Watts, Kirsty Emery e Ben Alun-Jones, ma lanciata solo nel 2015, Unmade è una piattaforma digitale completa per prodotti di maglieria, che consente ai marchi della moda di creare ‘esperienze’ di personalizzazione su scala industriale.

Attraverso un software di morphing all’interno del sito di e-commerce, il cliente finale può variare i colori e i pattern grafici del capo, aggiungere monogrammi e ricami o le modifiche che il fashion designer ha immaginato. Il file viene poi inviato direttamente in fabbrica dove gli ordini vengono centralizzati e processati da macchine per maglieria computerizzate.

Unmade ha finora lavorato per i brand Opening CeremonyChristopher RaeburnFarfetch e Selfridges. L’interfaccia di configurazione è estremamente intuitiva e divertente. Ognuno è parte integrante del processo creativo e nessun prodotto sarà uguale a un altro. La produzione è dunque on demand e diminuisce considerevolmente lo spreco. Infatti, oltre il 30% dei prodotti stagionali rimane invenduto perché realizzato in base alle proiezioni dei trend di vendita e non all’effettiva richiesta dei consumatori.

A proposito di volumi invenduti, l’inglese Jenny Banks, brillante neolaureata del Central Saint Martins e, non a caso, assunta dal marchio di moda sostenibile Finisterre, ha progettato un processo circolare per il settore del fast fashion che vede il riciclo di fibre tessili post consumo in nuovi capi di moda.

Jenny Banks parte dalle circa 350 mila tonnellate di indumenti usati, pari a un valore di 140 milioni di sterline, che vanno ogni anno in discarica nel Regno Unito. E propone di utilizzare la tecnologia accessibile, economica e versatile della stampa 3D, per realizzare una serie di tessuti-non-tessuto stampati a partire dalle fibre in fiocco di basso valore dei capi post consumo. Oltre alla progettazione dei tessili attraverso la macchina, il caso studio fa il passo avanti di riprogettare l’infrastruttura del settore della moda.

Che ciò sia un’esigenza lo testimoniano colossi del fast fashion come H&M, che è recentemente diventata socia minoritaria della startup svedese Re:newcell, specializzata nel riciclaggio di prodotti tessili, con l’obiettivo nel 2020 di riciclare a livello mondiale 25 mila tonnellate annue di capi post consumo.

Così come le stampanti 3D stanno cambiando dal basso i processi di produzione industriale, così la piattaforma digitale opensource Kniterate.com vuole trasformare la fabbricazione della maglieria. Il software è ancora in sviluppo e, essendo opensource, è in continua implementazione.

Kniterate vuole essere una macchina che stampa file di abbigliamento dalle dimensioni compatte e dal costo accessibile. Vuole riportare la produzione su piccola scala e localmente, cambiando i modi di produrre delle industrie manifatturiere della moda.

Per usare le parole del fondatore Gerard Rubio, Kniterate è un movimento per la produzione distribuita, perché può essere collocata in qualsiasi officina con un costo di dieci volte inferiore rispetto a pari macchine industriali e tempi di test su filati e tessuti decisamente ridotti. Nell’ultimo anno, il team ha creato un prototipo di app web-based e sta lavorando su uno script in grado di convertire immagini in pezzi lavorati a maglia.

I belgi Diane Steverlynck, Anne Masson ed Eric Chevalier dello studio lænd hanno creato dei tappeti il cui motivo decorativo nasce nella progettazione stessa del filato. In altre parole, la decorazione e le geometrie sono codificate prima che la macchina realizzi il prodotto. Nonostante l’astrazione dell’idea, le minuscole oscillazioni del filo, così come le fluttuazioni di tensione dovute alle imperfezioni nella fibra o le oscillazioni nella velocità e svolgimento della bobina, conferiscono un leggero margine di inaspettato che costituisce il valore aggiunto del progetto.

Ricercano la codifica del pattern decorativo anche i designer Cecilia Delaney e Vladimir Gheorghe, di stanza a Londra. Raum è una serie di tessuti stampati le cui decorazioni, tutte uniche, nascono dalla rielaborazione in tempo reale di immagini video, riprese da luoghi reali. L’obiettivo è esplorare l’incrocio tra luogo fisico, scansione temporale e spazio digitale.

Ricercatrice instancabile nell’ambito del colore e del tessuto – con una mostra alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera (fino a settembre 2018) dopo la monografica al Design Museum di Londra – Hella Jongerius studia l’intersezione tra tradizioni artigianali del tessile e processi di produzione industriale.

Tra i tessuti sperimentali alla mostra di Monaco, un jacquard multistrato, realizzazione possibile proprio grazie ai telai jacquard industriali. Lo strato superiore in filato di lino spesso e nero ha lunghi ‘galleggianti’: fili di trama non legati al tessuto di base con l’ordito.

Questi possono essere tagliati e aperti a mano rivelando lo strato al di sotto, composto da filati in poliestere colorato sottile con motivi grafici. I tessuti della Jongerius mostrano quanto la creazione applicata sia la leva per spostare in avanti i limiti del fare. Come dice la stessa designer, “if you think our future is making, therefore it’s in our hands”.

di Valentina Croci