Può essere questo il progresso?

Architetto di “carta e matita” di scuola messicana e americana, Alberto Kalach ha interpretato in modo personale le lezioni moderniste dei prediletti Luis Barragán e Louis Kahn. Declinando nelle parole-chiave della sua progettazione compositiva “geometria, dinamismo spaziale e luce naturale” molto altro: asimmetrie, linee frammentate, materiali nudi privi di rivestimento.

E soprattutto la natura, intesa come materiale vivente e paradigma di riferimento imprescindibile: “Le piante della multiforme vegetazione tropicale crescono, traspirano, cambiano profumo, colore e forma, con le stagioni e i giorni, dilatando il gioco dei sensi” ha spiegato. E, protagonista della narrazione, la natura è anche l’elemento-sorpresa dei tre progetti selezionati e pubblicati in queste pagine.

La Torre 41 in Av.Constituyentes a San Miguel Chapultepec, D.F., una costruzione in acciaio, cemento colorato, legno e vetro dallo sviluppo verticale è stata pensata proprio per configurare spazi di lavoro e uffici che restituissero, dal tetto al parcheggio, la dimensione di un’isola verde inondata di luce naturale.

Nel suo essere un faro nel paesaggio, con la forza materica di un corpo ancorato alla terra spezzato dal ritmo di giardini sospesi protesi verso il cielo, ricorda una totemica costruzione precolombiana che dissolve i confini tra edificio e città, rendendoli mutevoli a seconda della posizione dello sguardo.

Ha commentato Kalach: “Questa torre, a ridosso del parco più grande e bello della città, in una zona complessa e ibrida che galleggia tra il tempo e lo spazio, dove primitivo e moderno si fondono in modo spontaneo, intende far scaturire uno scintillio. Una vista verde alimenta un pensiero verde. Dalle radici fiorite a quota stradale al foliage selvaggio sul tetto, anche un prisma di luce (autosufficiente), durante la notte, grazie a una  griglia di geometrie luminose può trasfigurare la sua silhouette in una ‘fiamma’ urbana. È un bel posto per lavorare  in modo creativo anche su se stessi”.

Ne La Platanera, dimora dei noti galleristi d’arte Mónica Manzutto e José Kuri, l’architetto-giardiniere ha invece lavorato sul concept della casa-giardino. L’edificio nato come monastero nel XX secolo non lontano dalla trendy Condesa, dietro il semplice muro di facciata che lo isola dalla strada, ha ritrovato lo stato di grazia di una storia ricca di connotazioni teologiche e coloniali intorno a cortili-patii e giardini, dove in passato primeggiavano alberi di banano.

Senza confondere i piani del confronto, nel complesso compound di volumi che oggi contraddistingue La Platanera, la trasparenza delle vetrate esalta ora nuovi vuoti spaziali e compone grandi pareti con la natura. Un nuovo muro di mattoni adobe integra i rami secolari del nativo esemplare di tepozán conservato.

Altri dispositivi spaziali ricorrenti come un tessuto connettivo – dalle pareti in pietra alle superfici in legno nude e grezze, fino ai lucernari – disegnano confini multipli tra esterno e interno, dando profondità e un nuovo significato a parole come pace, contemplazione, silenzi. Con l’idea di un giardino come necessario completamento dell’abitazione in chiave di “benessere fisico e psichico” dei fruitori.

La Kurimanzutto art gallery dista cinque minuti a piedi da La Platanera. Il dna è il medesimo. Incarna radici ed espressioni storiche e culturali del Messico, anche se funge da incubatore di tendenze artistiche internazionali (tra gli autori che ospita, Gabriel Orozco, Damián Ortega, Gabriel Kuri, Abraham Cruzvillegas e Dr Lakra).

Originariamente era un deposito di legname, celato dietro un edificio in muratura a tre piani fronte strada. “Mancava luce e abbiamo lavorato all’idea di veicolarla attraverso una lanterna centrale che taglia la ‘navata’ del primo cortile-volume dallo sviluppo longitudinale, dedicato alle esposizioni scultoree e connotato da una costruzione a tralicci in legno primitivo, fino al cortile posteriore open air, riservato al tempo libero e privilegiata dimora di vegetazione esuberante, sole, fiori e farfalle.

Qui si innesta il secondo corpo di fabbrica organizzato per accogliere gli spazi cucina-pranzo-living di servizio alla galleria” ha illustrato Kalach. Il risultato è una minuziosa opera di carpenteria tradizionale che testimonia in fondo altro.

Ovvero che anche nella configurazione di spazi espositivi e uffici contemporanei, lo spirito atzeco può incontrare il Bauhaus: supporti in acciaio nudo ossidato rocce laviche autoctone, muri disallineati ad hoc una lineare scala di collegamento interna in calcestruzzo che richiama le rovine monumentali di Teotihuacán.

Foto di Yoshi Koitani, Pedro Rosenblueth/courtesy studio Kalach
Testo di Antonella Boisi