INTERNI. The Magazine of Interiors and Contemporary Design

Una visita a Water, Air, Light la recente mostra di Bijoy Jain presso Assab One, il noto centro d’arte milanese di Elena Quarestani, è diventata l’occasione per un’intervista a 360° con il pluripremiato architetto indiano, classe 1965, formatosi tra Gran Bretagna e Stati Uniti e founder nel 1995 dello studio-laboratorio Mumbai.

Acqua, aria, luce, ma anche gravità, equilibrio, dinamismo, leggerezza, trasparenza, materia e colore sono parole-chiave della sua espressione linguistica, ciascuna a suo modo centrale nel processo creativo di abitare lo spazio.

Con che cosa si confronta, innanzitutto, il suo lavoro?
“Con le emozioni. Tutto proviene dalla natura e ha la capacità di tornare a essa. L’uomo nella natura o la natura nell’uomo: questo mi interessa. Mi spiego con un esempio. C’è una festività religiosa ogni anno in India, che si declina in un paesaggio di strutture fatte di bambù legate con fili di cotone, a volte intestini di capra, mentre giunti e nodi sono riempiti di argilla o fango. Alla fine delle cerimonie, vengono smontate e messe in un fiume, in un lago, nell’acqua.
L’intera struttura si dissolve, il fango scompare, i cavi cedono, tornano alla terra. E il ciclo ricomincia l’anno successivo. Architettura, arte, design sono contenitori di vita, una rappresentazione della fisicità dell’intangibile.
Ecco perché considero questi ambiti di riferimento disciplinari soltanto dei confini messi da noi, pregiudizi che ci distolgono dal cogliere l’essenza: lo spazio e il tempo. Ma noi comprendiamo lo spazio, sempre diverso perché vivo, se ci relazioniamo a esso in modo consapevole attraverso i sensi”.

Che cosa cambia quindi nel suo sguardo quando è coinvolto come artista e non come architetto?
“Nulla. I metodi di ricerca e i processi di produzione sono i medesimi. L’arte è ricerca per l’architettura come l’architettura è ricerca per l’arte. Entrambe si riconducono al modo in cui guardiamo, recepiamo e rielaboriamo. Al centro per me resta sempre l’uomo (e non l’io) e l’idea che noi siamo materia, utilizziamo il corpo per fare qualcosa, e il processo informa quello che ne emerge. Incorporiamo energia in un edificio o in un oggetto. Ma, anche quando prepariamo il cibo o ci preoccupiamo degli animali, sviluppiamo un progetto che fa parte di un tutto più grande”.

Nello specifico su quali coordinate ha riflettuto nella mostra Water, Air, Light?
“Mi sono interrogato su come i fenomeni possono essere assorbiti e consumati, nonché sulla nostra interazione con il tempo. Realizzare questi oggetti non è stata una soluzione pragmatica a un problema. Ma mi ha permesso di osservare i miei pensieri e le cose che vedevo. Con un’apertura verso la scoperta. Le superfici di questi oggetti e la loro consistenza hanno origine dalla relazione concreta con la materia ed evocano l’istanza interiore di confondersi con essa.
Poi, attraverso la lettura dello spostamento delle loro masse, pesi, densità, ho esplorato le relazioni tra gli elementi di cui siamo fatti noi stessi e tutto ciò che ci circonda. Un contesto in continua trasformazione, un flusso continuo. La civiltà è costruita su fondamenta liquide. Il mondo e la cultura sono in movimento. C’è un linguaggio che viene costantemente scritto ed enunciato intorno e insieme a noi. Il rapporto con la fisicità delle mani e la gestualità nello spazio diventa così un dialogo con la materia di un pensiero. Ho reso l’idea?”.

Certo. Ma, quali sono le domande che si pone all’inizio di un nuovo progetto?
“Cerco di capirmi come presenza in uno specifico paesaggio, che deve restituire la potenzialità di esistere indipendentemente da me o dalla persona che abita o abiterà lo spazio immaginato. Ricerco una sensazione di qualità. Spesso non è un processo logico. Mi impegno affinché il luogo sia il medium per stimolare la direzione dello sguardo verso il genius loci; un centro, nel quale anche a nuove cose sia permesso di entrare.
Di fatto, mi pongo una fondamentale domanda di negoziazione. L’architettura in tutte le sue espressioni e scale resta per me un’interfaccia tra terra e cielo. È il modo in cui bilancio la gravità che le dà forma. Una rappresentazione di cosa significhi essere umano”.

C’è qualcosa in questo approccio quasi filosofico che sembra restituire un senso del sacro o della sacralità. È così?
“La sacralità – credo si possa ricondurre all’assenza o alla presenza dell’acqua: sacra in virtù del suo rapporto con l’origine della vita”.

Ha dichiarato che per lei l’architettura è universale. Come progettista, però, il modo in cui immagina di aprire una porta, disegnare una sedia o la texture di una parete sarà differente quando lavora in Europa e non in India, perché differenti sono il background culturale e i comportamenti degli abitanti. In che modo l’architettura può essere inclusiva e globale?
“Premesso che non troveremo mai un humus comune tra continenti e geografie, il centro resta l’uomo, materiale vivente, al di là della provenienza; la sua partecipazione a quello che viene fatto e soprattutto al modo in cui viene fatto. La tecnologia si può trasferire ovunque, la sensibilità che integra empatia, cura e anche l’idea di una comunità fa la differenza.
La sensibilità si può ricondurre anche a un materiale che incarna o rafforza qualcosa. Di recente, per esempio, mi sono interessato ai mattoni perché, un miliardo e duecento milioni di persone, vivono in edifici costruiti in laterizio. E non da architetti. Proprio il rapporto che questi elementi instaurano con la terra, la gravità, il peso, la dimensione definisce il loro modo di essere architettura”.

Ritiene che l’architettura sia democratica e possa lavorare per il miglioramento della vita delle persone, come vuole il socialmente impegnato Alejandro Aravena?
“È democratica per fondamento. Come lo sono la medicina e l’arte. Condividono la medesima sensibilità: l’empatia, la capacità di osservare e di immedesimarsi in un’altra situazione o condizione, occuparsene e proteggerla, nella speranza di fornirle quello che le serve per essere se stessa”.

Chi è il suo committente ideale? In che modo sceglie i suoi clienti?
“Si va di passaparola innanzitutto, poi dipende. Personalmente sono interessato a un’architettura anonima. Spesso è il cliente a entrare in contatto con me. Si discute e insieme cerchiamo di capire il progetto. Su questa base, scegliamo se accettare o meno una reciproca collaborazione”.

Come è organizzato il suo studio?
“Siamo un collettivo di architetti-artigiani. Lavoriamo con lo spirito della bottega. ll team centrale è composto da me e da 10-12 persone molto giovani, provenienti da diversi Paesi. Poi, per alcuni progetti sull’estero collaboriamo con basi locali”.

In che modo ha scoperto l’architettura?
“È stato molto tempo fa. In modo naturale, stimolato dai viaggi giovanili con la famiglia, anche di qualche mese, in giro per l’India. Ho visto uomini e donne che lavoravano, strumenti, luoghi, processi, parole, edifici fatti di fango, terra, limo, rami e meravigliosi oggetti realizzati a mano. Poi, i lavori di Le Corbusier nel 1972, le espressioni dell’antica architettura indiana-buddista. Situazioni molto variegate. Sono stati questi paesaggi che mi hanno influenzato.
La diversità consente una maggiore sensibilizzazione alla percezione spaziale. Non ci ho pensato molto e mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura”.

Sognava da bambino di diventare architetto?
“In realtà, avrei voluto essere un palombaro”.

Nella sua famiglia c’erano altri architetti o palombari?
“No, sono tutti medici. Ma sapevo già da piccolo che non avrei voluto fare il medico”.

C’è un architetto contemporaneo che sente vicino alla sua visione?
“Mi piaceva molto l’architetto spagnolo Enric Miralles, prematuramente scomparso. Geniale. Preciso e non facile da replicare. Dotato di un sesto senso, che ritrovo pensando a Gaudì o a Louis Kahn. Erano tutti alla ricerca di qualcosa che andava al di là della loro comprensione: l’incommensurabile.

L’arte in questo senso lo è ancora di più. Prendiamo Leonardo o Michelangelo. Erano artisti e architetti. Non mi paragono certo a loro. Ma anche per me non ci sono confini. Mi interessa decostruire lo statuto delle discipline a favore di uno sconfinamento linguistico, esplorando l’idea di altre possibilità”.

Come artista contemporaneo chi sente in questo senso affine?
Marcel Duchamp.

Le cose non sono come appaiono; sono altro in Duchamp. Che cosa l’ha attratto della sua opera?
“La perdita del concetto di pregiudizio. Pensi a The Large Glass. Nasce in un momento storico (1915-23) in cui il movimento pacifista ha permesso a una forza esterna di entrare nell’opera e influenzarla. Ha modificato il corso delle cose. Il parametro di valutazione non è stato più ‘mi piace/non mi piace’, quanto piuttosto altri equilibri e connessioni. Apprezzo anche le opere di Joseph Beuys, land artist quali Michael Heizer, Robert Smithson. Ma Duchamp è stato il più rivoluzionario. Ha sfidato l’idea di che cosa è arte, aprendo lo spettro delle possibilità”.

Con questa visione freethinking, che cosa le piacerebbe progettare?
“Una scuola per bambini, dove non importa. Ho l’idea di come potrebbe essere. Formata da aule dove è più importante guardare fuori dalla finestra. Non per distrarsi, ma per osservare come esterno/interno si rafforzino reciprocamente. Un segno nello spazio che consenta ad altre generazioni o civiltà di incontrarlo, recuperarlo o dissiparlo. Un modo per pensare al tempo con un maggior senso di distacco.  Attraversandolo”.

Sul piano di realtà, invece, a cosa si sta dedicando?
“Lo studio ha cantieri di architettura aperti in India, Francia (un hotel di lusso ricavato dalla trasformazione di un vecchio convento del XVI secolo), Giappone (uno spazio comunitario con una piccola spa a Onomichi), Spagna, Cina e Svizzera. Parallelamente, proseguo la mia personale ricerca artistica”.

Nella complessa semplicità che guida il suo lavoro a tutte le scale, dove sta la qualità del prgetto?

“Nella pratica e nel ritornare a essa come progettualità. Per me la teoria è la pratica”.

di Antonella Boisi

 
Bijoy Jain ritratto con un artigiano mentre lavora alla relizzazione della sua opera site-specific, con modellini di studio immersi nella calce e cosparsi di pigmenti naturali.
 
Tazia (2015-2017) in rame, bambù e foglia d’oro allestita in uno spazio del centro d’arte milanese Assab One. L’opera si ispira alle strutture costruite e portate in processione dalle comunità musulmane in India in occasione di una festività religiosa.(foto courtesy Giuseppe Fanizza).
 
Foto del processo artistico e del backstage della mostra Water, Air, Light by Bijoy Jain presso lo spazio Assab One di Elena Quarestani a Milano, ideatrice del progetto 1+1+1, a cura di Marco Sammicheli.(foto courtesy Celine Bianchi, Lilian Istrati, Giuseppe Fanizza)
 
Foto del processo artistico e del backstage della mostra Water, Air, Light by Bijoy Jain presso lo spazio Assab One di Elena Quarestani a Milano, ideatrice del progetto 1+1+1, a cura di Marco Sammicheli.(foto courtesy Celine Bianchi, Lilian Istrati, Giuseppe Fanizza)
 
Foto del processo artistico e del backstage della mostra Water, Air, Light by Bijoy Jain presso lo spazio Assab One di Elena Quarestani a Milano, ideatrice del progetto 1+1+1, a cura di Marco Sammicheli.(foto courtesy Celine Bianchi, Lilian Istrati, Giuseppe Fanizza)
 
Foto del processo artistico e del backstage della mostra Water, Air, Light by Bijoy Jain presso lo spazio Assab One di Elena Quarestani a Milano, ideatrice del progetto 1+1+1, a cura di Marco Sammicheli.(foto courtesy Celine Bianchi, Lilian Istrati, Giuseppe Fanizza)