Lungo il filo della tradizione

A Bhogpur, vicino a Rishikesh nello Stato indiano del Punjab, il progetto di un centro di produzione tessile unisce in una sintesi virtuosa e innovativa la sapienza artigianale e i materiali naturali, reinterpretando l’architettura locale in chiave contemporanea

 

Progetto Studio Mumbai
Foto Iwan Baan – Testo Matteo Vercelloni

 

Il Ganga Maki Textile Studio, progettato da Studio Mumbai in India, ai piedi dell’Himalaya, si configura come un piccolo borgo: quattro volumi a ‘L’ si dispongono intorno a una corte centrale disegnando uno spazio pentagonale aperto sul vertice. Gli altri edifici in linea accolgono le strutture per la ristorazione, gli alloggi per il personale e gli ospiti, una galleria espositiva con negozio e una stalla per le mucche.

Chiaki Maki, l’imprenditore giapponese titolare del laboratorio tessile, ha conosciuto il lavoro di Bijoy Jain e dello Studio Mumbai in una mostra a Tokyo, dedicata ai primi vent’anni di ricerca progettuale dello studio di architettura indiano, conosciuto ormai a livello internazionale per la sua capacità di attivare percorsi innovativi e virtuosi in grado di rilanciare in chiave contemporanea i saperi artigianali del costruire.

Maki, che già possedeva a pochi chilometri di distanza un piccolo laboratorio, aveva necessità di spazi più grandi per ampliare la particolare produzione caratterizzata dalla fermentazione del colore indaco, usato nella tintura naturale di tessuti di seta, lana, cotone e lino, tutti realizzati rigorosamente a mano con telai in legno tramandati da una generazione all’altra.

Ispirandosi al valore della tradizione artigianale insito nella collezione dei tessuti di Ganga Maki Textile Studio, Studio Mumbai ha interpretato, su una superficie complessiva di circa 1.400 metri quadrati declinata in vari corpi di fabbrica, lo spirito dell’azienda, coniugando in modo sinergico conoscenze e tecniche costruttive legate all’impiego di materiali naturali ricchi di forza espressiva.

“L’architettura, i suoi materiali, la proporzione degli spazi, il tipo e le dimensioni delle aperture, la quantità di luce e la ventilazione, tutto è stato calibrato in base alle varie funzioni degli edifici”, afferma Bijoy Jain.

Questi sono stati realizzati con mattoni e calce prodotti in loco; pietra e marmo vengono dal Rajasthan e il bambù dal Bengala. Alla provenienza dei materiali ha corrisposto quella delle maestranze: i muratori sono della zona, gli specialisti nel trattamento della calce e nella lavorazione del bambù sono arrivati dal Bengala, i falegnami dall’Uttar Pradesh.

I volumi principali disposti intorno alla corte sono costruiti in mattone intonacato e hanno pavimenti di pietra color grigio scuro. Le coperture sono composte da lastre di cemento prive di amianto. I corpi adiacenti che ospitano le aree di lavoro hanno murature dello stesso tipo, mentre i pavimenti sono in calce lisciata e tetti in lastre di pietra.

Dei quattro corpi a ‘L’ che delimitano la corte, quello destinato a Chiaki Maki si distingue per alcune finiture e scelte costruttive: la struttura è composta da cornici di bambù intonacate con una miscela di fango e sterco di mucca. Una copertura traslucida illumina lo spazio filtrando la luce attraverso un controsoffitto sospeso di canne di bambù.

L’abitazione di Maki e le residenze degli ospiti sono introdotte dalla galleria che espone i manufatti dell’azienda. Essa presenta un tetto modulare in legno con inserti di sottili lastre di marmo bianco, che proiettano all’interno diverse sfumature di luce a seconda delle ore del giorno.

Ogni elemento è stato prodotto appositamente per questo progetto, come le scatole elettriche personalizzate e i bulloni delle porte. “L’intento di questo lavoro”, dice Bijoy Jain, “è stato quello di accompagnare la relazione ciclica tra lavoro e vita, tra sole e luna, unendo passato, presente e futuro”.