Nel cuore di Roma, alle spalle del Foro Romano, la governata ‘mutazione’ di tre anonimi edifici abitativi, costruiti per sommatoria nel tempo,
dà vita al Rhinoceros, un’architettura narrativa firmata da Jean Nouvel per la Fondazione Alda Fendi Esperimenti
come nuovo polo culturale aperto a ospiti, opere d’arte e performance

 

Progetto di Jean Nouvel
Foto di Roland Halbe e Gionata Xerra courtesy Fondazione Alda Fendi Esperimenti-Jean Nouvel, Matteo Vercelloni
Testo di Matteo Vercelloni

 

Il rinoceronte è simbolo di saggezza, pazienza e stabilità, e anche di solitudine. Ma il nome Rhinoceros scelto per questo luogo, un complesso di tre edifici per abitazioni costruiti nel tempo a partire dalla seconda metà del XVI secolo sul terrapieno a fianco dell’arco di Giano, rimanda soprattutto alla Roma Imperiale, capitale di un vasto impero – caput mundi – e di tutte le sue meraviglie, delle quali l’animale allora sconosciuto e arrivato da lontano costituisce esempio eloquente.

Svetonio racconta infatti del grande stupore che accolse il rinoceronte quando l’Imperatore Augusto lo mostrò ai cittadini presso i Saepta Iulia, i recinti dove si svolgevano le elezioni. Rhinoceros AT Saepta è il nome dell’installazione di Raffaele Curi, ideatore della linea artistica della Fondazione Alda Fendi – Esperimenti, che ha segnato con una scritta di luce laser l’arco di Giano nei giorni dell’inaugurazione del complesso.

Un rinoceronte di vetroresina iperrealista di sapore felliniano stava immobile di fronte al monumento. Questo, grazie all’opera di Vittorio e Francesca Storaro, era illuminato all’interno da una luce arancione che nasceva dalla terra – il Giano di ogni inizio – per sfumare verso l’alto dove diventava gialla come la luce del giorno splendente di Giove. L’esterno, ‘lavato’ da luce bianca radente, valorizzava l’antica figura architettonica.

L’installazione si riconduce all’idea di meraviglia e stupore, per il rinoceronte augusteo, che in fondo anche l’intervento architettonico – metodologico ed esemplare nel campo della disciplina del restauro contemporaneo al pari di quello di David Chipperfield per il Neues Museum a Berlino (Interni, maggio 2009) – tende a perseguire nella sua sintesi finale. In questo progetto Jean Nouvel pone l’accento sull’importanza del recupero e della trasformazione del manufatto urbano, nella fattispecie un’aggregazione di vecchi e anonimi palazzi considerati alla stregua di ‘monumenti’, al pari di una rovina antica.

Questo atto enfatizza in chiave programmatica la ‘dignità’ di ogni costruzione, cancellando la dicotomia tra le categorie di edilizia e architettura che deriva dalla contrapposizione crociana tra letteratura e poesia. Ogni edificio diventa così degno di attenzione e ogni pezzo di città viene ‘ascoltato’ per generare, quando possibile, quel processo che Nouvel identifica come “mutazione”.

In una conversazione con Jean Baudrillard (Architettura e nulla. Oggetti Singolari, Electa 2003), Nouvel dichiarava quello che ci ha confermato nell’incontro a Roma in occasione dell’apertura del Palazzo Rhinoceros lo scorso ottobre: “L’atto architettonico è quello di installarsi in un’architettura isolata. Può essere qualcosa che è costruito all’interno o sul tetto, o su una terrazza; ciò non toglie che questo processo di sedimentazione crei e qualifichi lo spazio. Non è soltanto una modificazione, è una mutazione […] si giunge, attraverso derivazioni successive, a una ri-creazione-rigenerazione che nessuno avrebbe immaginato possibile. Questa metodologia di fabbricazione delle città è da incoraggiare”.

Essa parte da un ascolto sensibile dello spazio che sottolinea come gli interni siano “il luogo privilegiato di approfondimenti e sfumature”. In questo intervento Nouvel ha valorizzato le tracce del tempo, le sue stratificazioni in un rapporto dialettico tra passato e presente, tra storia e valore – irrinunciabile – del segno contemporaneo, creando, nella ‘mutazione’, un’architettura “del senso e dell’essenza, a partire da una materia grezza”.

Spiega Nouvel: “Sulle facciate abbiamo conservato tutto ciò che poteva testimoniare il passaggio del tempo, per porre meglio in evidenza le differenti stratificazioni, per permettere la scoperta di un palazzo che ha smesso di invecchiare – e questo senza chirurgia estetica (tutte le sue rughe sono amate e conservate)… Tale principio rafforza il radicamento di queste costruzioni nella storia”.

I venticinque appartamentiThe Rooms of Rome – sono ricavati all’interno degli edifici esistenti insieme alle sale espositive del piano terreno, che diventano una naturale estensione al coperto dello spazio pubblico intorno, cui si aggiungono nei pianerottoli e in vani connettivi ai diversi piani altri luoghi dedicati ad accogliere l’arte nelle sue più diverse espressioni.

Gli ambienti si organizzano intorno a due cavedi interni; il primo, scuro e percorso da passaggi di lamiera nera cerata, ricorda le magiche e drammatiche atmosfere piranesiane delle Carceri; l’altro, bianco e luminoso, cattura la luce naturale dall’alto incorniciando il cielo ed è ‘attivato’ da una serie di piccole finestre incandescenti.

Queste sono in realtà le scatole di derivazione e d’ispezione impiantistiche (in genere mascherate e celate da ogni architetto) che qui, tramite uno scarto concettuale e compositivo, sono invece letteralmente ‘messe in luce’, illuminate da led perimetrali interni a evidenziare le ‘vene’ del nuovo possente e gentile Rhinoceros.

Gli appartamenti raccontano ognuno una diversa storia, leggibile nelle tracce, nei colori, graffiti, e intonaci sbiaditi, riportati in luce sui muri degli involucri. Al loro interno contengono essenziali ‘capsule’ di acciaio, compiute e indipendenti: volumi monolitici che accolgono bagni e cucine in una declinazione di soluzioni adatte alle diverse situazioni planimetriche.

Nella voluta e programmatica assenza di ogni forma di decorazione emerge il valore ‘narrativo’ del progetto: pezzi di design che a quelli su disegno aggiungono una selezione-tributo alla storia del design italiano, le poesie Haiku sulle porte a cura di Raffaele Curi e l’invenzione, ancora di Nouvel, di un formidabile ‘dispositivo letterario’ per portare in ogni stanza e esporre alla scena urbana la ‘memoria figurativa’ degli interni com’erano passato.

Un’alta quinta ripiegabile in due sezioni e ruotante su un perno laterale fisso è collocata di fianco a ogni finestra a mo’ di scuro, per chiudere le stanze alla luce del giorno o al buio della notte. La superficie riporta in grande formato fotografie a colori delle stanze prima dell’intervento; grazie a una luce a pavimento posta sotto ogni davanzale, una volta ruotata la quinta di 180° a schermare la finestra, nella notte la veduta della stanza scomparsa è offerta alla città, in un mosaico di memorie anonime sempre illuminato.

Un progetto che nella ‘complicità’ tra architetto e committente, tra Jean Nouvel e Alda Fendi – “la complicità è la sola garanzia per riuscire a progredire […] tutte le grandi architetture si sono sviluppate nella complicità”, afferma Nouvel – porta il valore della ‘complessità narrativa’ nella disciplina del restauro contemporaneo, dove la poesia è ancora troppe volte assente.

 

gallery gallery
I due cavedi attorno cui si sviluppano gli ambienti del Rhinoceros. Quello scuro (foto di Roland Halbe) con passaggi di lamiera nera ricorda le atmosfere delle Carceri del Piranesi.
gallery gallery
Quello bianco (ph. ©M.V.) che incornicia un pezzo di cielo è attivato da una serie di finestrelle luminose: le scatole di derivazione e ispezione degli impianti assunti come vene pulsanti del nuovo organismo architettonico.
gallery gallery
L’installazione dell’arco di Giano a cura di Raffale Curi: luci permanenti di Francesca e Vittorio Storaro, rinoceronte di vetroresina dello scenografo Riccardo Buzzanca, corpi illuminanti iGuzzini Illuminazione. (ph. ©M.V.)
gallery gallery
Un ambiente pranzo-cucina che conserva parte delle piastrelle preesistenti, assunte come un antico mosaico romano (foto Roland Halbe).
gallery gallery
Scorcio di una stanza da letto con la quinta girevole di chiusura della finestra che riporta una grande foto della situazione del locale prima dell’intervento (ph. ©M.V.). La seduta è la Plywood Group DCW di Charles & Ray Eames per Vitra.
gallery gallery
Una volta girate di 180° per chiudere le finestre, le quinte illuminate dal basso creano un affascinante mosaico di memorie offerto alla città (ph. ©R.H.).
gallery gallery
Vista della scala principale in cemento armato a vista con fianchi metallici, all’interno del vano in mattoni rinforzati da rete strutturale (ph. ©M.V.).
gallery gallery
La zona giorno di un appartamento: i blocchi di acciaio indipendenti e compiuti, su disegno (realizzati da Devoto Design) accolgono bagni e cucine, creando un forte rapporto dialettico tra conservazione e segno contemporaneo.Imbottiti Vienna di Jean Nouvel per Wittmann. (ph. ©Gionata Xerra).
gallery gallery
Scorcio prospettico di un corridoio di collegamento tra zona notte e soggiorno. Il mobile rosso, su disegno, corre lungo la parete cieca trasformandosi in contenitore, scaffale e letto. Lampada May day di Konstantin Grcic per Flos. Di fronte, il blocco d' acciaio della cucina si alterna a una parete di vetrocemento (ph. ©M.V.).