La mente liquida

La capacità dell’ecosistema digitale di svolgere lavoro cognitivo al posto degli utenti sta depotenziando l’esercizio del pensiero critico, con la conseguenza di una crescente vulnerabilità nei confronti delle fake news

 

di Stefano Caggiano

 

La cultura del progetto ha sempre dialogato con le correnti di pensiero e le discipline in voga del momento, aprendosi al razionalismo nel periodo tra le due guerre e all’antropologia con l’avvento della società di mercato. Oggi è tempo che la riflessione sul design si lasci contaminare da un nuovo ambito, quello delle scienze cognitive, che si stanno dimostrando indispensabili per una reale comprensione della socialità digitale.

Il punto di partenza ideale è in tal senso costituito dalla teoria della ‘mente estesa’, secondo la quale il pensiero non ha luogo all’interno del cervello ma ‘si estende’ attraverso gli strumenti esterni (dal pallottoliere all’agenda, dalla bussola al righello) che supportano l’esecuzione dei processi cognitivi (fare calcoli, trarre inferenze, memorizzare, ecc.).

Data questa costitutiva compenetrazione tra dimensione strumentale e dimensione mentale, ne consegue che le caratteristiche della sfera culturale determinano quelle della sfera mentale. La domanda è quindi: quali caratteristiche ha l’attuale contesto culturale, sempre più ‘digitalizzato’, e come sta ridefinendo le modalità del pensiero?

La rete di GPS, traduttori linguistici, supporti per la memorizzazione e motori di ricerca potenzia la capacità di elaborazione cognitiva (la mente) a un livello fino a poco tempo fa inimmaginabile. Ciò ha però una conseguenza paradossale: il cervello, infatti, messo nella condizione di delegare una quantità crescente di lavoro cognitivo, disimpara a elaborare le informazioni interamente, divenendo sempre più incapace di pensiero critico.

Data cioè la natura ‘divisa’ della mente, più l’ambiente esterno è cognitivamente performante (e l’ecosistema digitale lo è ai massimi livelli), più il cervello, parsimonioso dal punto di vista energetico come tutti gli organismi biologici, tende a ridurre la propria parte di lavoro, con gli adattamenti neurali (in questo caso in perdita) che ne derivano.

Il pensiero si fa allora superficiale, la riflessione ‘abbrutita’, e tre quarti dei lettori di una notizia sui social mettono commenti senza nemmeno aprire l’articolo. Ma ancor più preoccupante è l’aumento di casi di analfabetismo funzionale, ovvero dell’incapacità di capire il senso di un testo dopo averlo letto e, in generale, di andare oltre la propria esperienza, che diventa l’unico metro di valutazione della realtà. Ecco allora che basta incrociare alcuni immigrati nel tragitto da casa al bar per convincersi che “l’Italia è invasa dai clandestini”, anche se i dati dicono il contrario.

A favorire l’analfabetismo funzionale è soprattutto il grado di customizzazione dell’informazione resa possibile dai social network, che creano attorno al singolo utente una ‘camera dell’eco’ nella quale egli sente solo la conferma della propria voce: infatti, più o meno consapevolmente, l’utente ha definito una playlist di blog e ‘amici’ che la pensano come lui.

Questo tipo di ambiente mentale inibisce in modo pericoloso il bilanciamento tra quelli che Freud chiamava “principio di piacere” e “principio di realtà”, ovvero il desiderio di immediata gratificazione e il freno posto dalla realtà a tale desiderio (il bambino vorrà mangiare caramelle a dismisura, ma il mal di pancia lo costringerà a moderarsi).

È proprio l’accettazione di questa risposta negativa esterna a favorire il processo di maturazione dell’individuo, il quale impara a relazionarsi con gli altri nella misura in cui il riconoscimento della loro individualità costituisce un freno all’eccessiva espansione della propria. Nella camera dell’eco, invece, tutto è congeniato per non scontentare mai l’utente, così che il suo principio di piacere si allarga a discapito del processo della sua maturazione.

Così prende forma il fenomeno degli haters, utenti incapaci di relazionarsi con gli altri ‘da persone adulte’, che rispondono ai post contenenti punti di vista diversi dal loro attraverso commenti carichi di odio sgrammaticato.

Anche l’affermazione delle forze populiste in Europa e negli Stati Uniti è in gran parte dovuta alla diffusione della mente liquida, la quale – cognitivamente performante nella dimensione estesa, ma con un nucleo cerebrale sempre meno capace di una riflessione profonda – presenta una preoccupante vulnerabilità nei confronti delle fake news, create apposta per rinforzare le opinioni interne alle camere dell’eco.

E ancor più grave è il crescente discredito nei confronti della scienza, il cui metodo costituisce il massimo riconoscimento del principio di realtà. Invece che misurarsi con l’evidenza scientifica, il pensiero liquido preferisce credere che i vaccini siano pericolosi o che la Terra sia piatta, perché le narrative del complotto ben si attagliano a una lettura superficiale dei fenomeni.

Tutti questi casi mostrano come con la liquefazione del pensiero sia la nozione stessa di ‘verità’, in quanto contrapposta a quella di ‘falsità’, a trovarsi in pericolo. Abbiamo infatti sempre dato per scontato che la verità, seppure occultata dalla propaganda, continuasse a restare intatta al di sotto del velo delle falsificazioni.

Oggi, però, non siamo più di fronte a una maschera che copre il vero, ma a un miscuglio inestricabile di verità e menzogna che dilaga sotto gli occhi di tutti, per arginare il quale occorrerà inerpicarsi in direzione contraria, con un lavoro ostinato di discernimento, lungo e a tratti ingrato.