JW Marriott Venice Resort & Spa

Ci si arriva solo via acqua (15 minuti di navetta privata da San Marco) all’Isola delle Rose, altresì Sacca Sessola, una fra le isole artificiali (private) più generose, 16 ettari, della Laguna di Venezia, realizzata a fine Ottocento con il materiale di risulta degli scavi per il porto commerciale di Santa Marta. Destinazione agricola, alberi da frutto, vigneti e orti, in origine, ma anche piante non autoctone, come palme e ulivi che, grazie all’incontro tra positive correnti lagunari e marine, trovano un micro-clima ideale alla crescita fino agli inizi del secolo.

Dal 1914 agli anni Cinquanta, base di un ospedale per la cura della tubercolosi polmonare concepito come una struttura moderna (anni Trenta) adagiata in un grande parco con bel giardino formale e cisterna di approvvigionamento dell’acqua, insieme ai suoi 19 padiglioni più piccoli che ospitano attività correlate al sanatorio. Poi in stato di abbandono e ammaloramento fino agli inizi del Duemila, quando, a seguito di un concorso a inviti, inizia la sua ristrutturazione-riconversione in struttura ricettiva firmata dallo studio Luca Rossi di Venezia e così una nuova vita. Benvenuti al JW Marriott Venice Resort & Spa, il primo hotel italiano e resort in Europa 5 stelle deluxe del brand americano, parte del gruppo Marriott International, oasi di relax e privacy da marzo a novembre.

L’entrata in gioco di Matteo Thun e Luca Colombo risalgono al 2011 quando allo studio Thun & Partners viene chiesto di intervenire sul costruito, vincolato dalla Sovrintendenza, per restituire, in una prospettiva olistica di sostenibilità, la riqualificazione di tutta l’isola: dal masterplan al progetto paesaggistico, dall’architettura all’interior design fino al product design di alcuni oggetti e arredi.

Una realizzazione complessa, e ancora parzialmente in fieri, che non conosce l’opulenza classica di altre proposte d’ospitalità veneziane e una certa patina di formalità. “Il resort riflette lo spirito della laguna: acqua, lentezza e silenzio” spiega Thun. “Il lusso della proposta si propone attraverso una sottrazione che non crea rifiuti e che riconosce l’importanza di integrare gli edifici con il paesaggio”. Trova asilo ovunque questo mood che mantiene l’autenticità dell’isola.

Non solo nell’edificio più alto (quattro piani) destinato all’Hotel: quattro tipologie di stanze, una spettacolare piscina sul tetto, di nuovo disegno, belvedere sul giardino e sulla laguna fino a piazza San Marco, un ristorante (Sagra) che si protende all’esterno con terrazze laterali attrezzate; e, al piano terra, la lobby, integrata alla darsena principale d’approdo, con la zona reception, il bar, le aree di sosta a grappolo, rese fluide dai fluttuanti tendaggi in lino bianco lungo le vetrate perimetrali e intorno ai pilastri che scandiscono lo spazio; a latere, la galleria d’arte contemporanea, la sala colazioni con cucina a vista, la Dispensa-Delicatessen e la Cooking Academy (chef stellati al lavoro con gli ingredienti freschi coltivati negli orti).

Il medesimo mood si ritrova nella Residenza, nell’Uliveto, nella Maisonette, nella Villa, le altre quattro declinazioni di ospitalità del resort, tra suite-loft su due livelli, vetrate e partizioni scorrevoli interne a tutta altezza che effondono di luce naturale e colori del paesaggio gli ambienti, arredi di selezionato design e confortevole eleganza moderna… un totale di 250 camere e suite di segno unitario.

Bussa poi alle porte del padiglione che ospita il ristorante Dopolavoro (ex spazio polifunzionale di intrattenimento per gli impiegati sanitari che si avvale della consulenza dello chef Giancarlo Perbellini, due stelle Michelin) o della grande spa con hammam (1750 mq) gestita dall’asiatica GOCO Hospitality, due luoghi raggiungibili ora in modo indipendente grazie alla riapertura di un percorso-canale; o ancora della chiesa sconsacrata destinata a eventi culturali, workshop e cerimonie.

“Abbiamo ristrutturato gli edifici nel rispetto del loro valore estetico e storico, adottando materiali – perlopiù legni, piastrelle e tegole – prodotti localmente, una palette-cromatica che spazia dal bianco al tortora, dal celeste al turchese mediterraneo, e soluzioni low tech che ottimizzano l’efficienza energetica. E optato in molti casi (Residenza e Maisonette) per la soluzione ‘box in the box’. Ovvero, mantenuto le pareti esterne del corpo di fabbrica, recuperato il tetto spiovente in legno laddove possibile e inserito, all’interno, delle vere e proprie scatole che articolano camere e suite, in modo da garantire standard qualitativi all’avanguardia in termini di impiantistica” racconta Luca Colombo.

Non solo, come approfondisce la riflessione di Matteo Thun: “Qual è l’ospite del XXI secolo? Non è forse quello che cerca l’autenticità e il calore, la decelerazione, servizi personalizzati e attenti? Allora l’isola è perfetta. E poi l’hotel principale è ubicato in un edificio già concepito per accogliere numerosissime stanze e aree pubbliche di vario genere. Questo ci ha facilitato nella destinazione funzionale degli spazi, senza dover stravolgere la struttura dell’involucro originale, conservato anche nell’aspetto esterno. Gli edifici più piccoli invece sono numerosi. Questo fatto ci ha consentito di utilizzare ognuno di loro per una funzione differente, soddisfacendo le esigenze degli ospiti e nascondendo al contempo le tecnologie di supporto nei rispettivi interrati o nelle aree più remote dell’isola. Tecnologie e servizi possono infatti essere di alto livello, ma senza invadere il progetto paesaggistico, architettonico o di interior design”.

Quali sono gli elementi che contraddistinguono questa proposta di ospitalità rispetto ad altre del contesto veneziano? “A Venezia, sono poche le realtà alberghiere che possono avvalersi di ampi terreni o anche solo di piccoli parchi o giardini privati per il tempo libero e per il relax. L’isola invece è una superficie di 16 ettari che abbiamo potuto strutturare in differenti aree: giardino formale, uliveto, orto, Family pool, darsena e lungo-canale ecc. In più, molte suite e la Villa hanno un giardino privato con piscina. L’ampiezza degli spazi ci ha permesso altresì di realizzare una struttura congressuale di grande capienza senza che essa interferisca con la vita tranquilla dell’ospite vacanziero. Unire tutti questi aspetti non sotto lo stesso tetto, ma sulla stessa isola è stato un grande privilegio ed è la caratteristica distintiva del JW Marriott Venice”.

Quattro piani di intervento progettuale: masterplan – architettonico – interni -styling: la sinergia tra questi campi è la formula vincente per rispondere alle sfide di un mondo globalizzato? “L’approccio olistico che abbiamo applicato a questo progetto aveva l’intento di rendere l’isola un unico sistema, connotato da un linguaggio architettonico e paesaggistico omogeneo che rispettasse e valorizzasse la storia del luogo. Ed è su questa storia che l’isola può davvero fare affidamento, prescindendo in un certo senso dalle logiche del mercato globalizzato. Ovvero, sì, abbiamo rispettato standard qualitativi e di comfort estremamente elevati, ma senza l’esigenza o la volontà di vendere il genius-loci pur di stare al passo con evoluzioni tecnologiche ed infrastrutturali che il mercato globale potrebbe voler imporre. Venezia non è né Las Vegas né Dubai”.

Una riflessione su queste parole-chiave: eredità, sostenibilità, carattere …“Eredità e sostenibilità vanno di pari passo. Mi spiego meglio: la sostenibilità di un progetto riguarda non solo la sostenibilità ambientale in termini di efficienza energetica, ma anche il suo valore estetico. Solo rispettando l’eredità locale e geografica è possibile restituire un valore estetico longevo. E solo se un progetto ha una valenza estetica senza tempo può essere considerato effettivamente sostenibile. Altrimenti si consumerà. Se poi consideriamo che il carattere più forte e autentico di un luogo è quello che eredita dalla sua storia, bene, siamo di nuovo all’argomento della sostenibilità”.

La filosofia del Km Zero. Come si applica qui? “Km Zero è un aspetto che riguarda da un lato la realizzazione dell’hotel, con fornitori e prodotti locali o regionali, laddove possibile. Dall’altro, la fase gestionale della struttura ricettiva. Sull’isola è soprattutto l’orto il rappresentante del concept “a chilometro zero”, serbatoio d’eccellenza di materie prime dedicate alle cucine dei vari ristoranti.

Come si adatta the JW Marriott aesthetic a quella di Venezia? “Il focus di questo progetto per il gestore, ovvero la JW Marriott, è stato il tema del lusso. Ma ci è stata lasciata ampia facoltà d’interpretazione. Abbiamo potuto fare delle scelte anche inconsuete e, ad esempio, realizzare un bistrot con sedie in legno naturale, adottare lampade in essenza in luogo di chandelier in vetro soffiato, ecc..”.

Si percepisce comunque nelle scelte di design il sensibile recupero di tradizioni artigianali peculiari del territorio…“Venezia è ricca in questo senso e offre numerosissimi spunti per arredare gli interni. L’ampio utilizzo di vetro e di tessuti (Rubelli) rispecchia il savoir faire degli artigiani veneziani e la stessa serie di lampade Laguna di Artemide è stata specificamente disegnata per questo progetto, partendo dalle suggestioni dell’arte vetraria di Murano. Ma abbiamo utilizzato anche altri marchi locali, come ad esempio Barovier & Toso. Di Zucchetti sono gli accessori da bagno. E legno di provenienza locale è stato adottato per i piani dei tavoli”.

testo di Antonella Boisi

foto di Paolo Utimpergher