Il potere delle storie

Dotata di un’innata capacità comunicativa, Sara Ricciardi ha saputo cogliere al meglio le potenzialità dei nuovi media per esprimere se stessa. E per definire un modo diverso di fare design, dove immagini e parole si fondono per creare racconti e attivare energie. Sia che si tratti di oggetti da collezione che di progetti sociali

 

di Maddalena Padovani

 

Guardando il profilo Instagram di Sara Ricciardi, ventinovenne ed esuberante progettista campana oggi molto amata dalle riviste di design, viene da chiedersi come la sua attività di creatrice di immagini, così sofisticata da essere paragonata a quella di un’esperta stylist, possa convivere con quella di docente di social design, svolta sin dai tempi del suo diploma alla Naba di Milano.

Poi la incontri, la conosci, e tutto diventa chiaro: la sua forza – nonché il segreto del suo successo – è proprio la grande e connaturata capacità di comunicare, di creare empatia, di liberare energia. E questo succede sia che comunichi attraverso i media digitali, sia che entri in contatto diretto con le persone.

A lei abbiamo chiesto di raccontarci questa sua vocazione di ‘millennial designer‘, che la porta a occuparsi di periferie, città terremotate, bambini, malati psichiatrici e, nello stesso tempo, a disegnare oggetti concettuali di design da collezione. Ma sempre con la stessa idea: quella di ‘progettare racconti’. “Ho fatto studi classici, di cui ho sempre amato la componente concettuale e filosofica. L’approccio manuale è venuto in seguito, frequentando la Naba.

La narrazione è alla base di tutto il mio lavoro. Io penso che ciascuno di noi, nella sua attività, debba inizialmente identificarsi per mettere poi tutto se stesso in quello che fa. Questa la ragione che mi porta a interessarmi del progetto solo in quanto veicolo di una comunicazione”.

Sei molto attiva sui social e la tua comunicazione avviene attraverso un originale mix di immagini e parole. Qual è il tuo approccio a questi media che ti hanno dato una grande visibilità?  
Per me il social media è innanzitutto uno strumento di narrativa personale, un mezzo molto importante (ma non l’unico) per arrivare agli altri. Uno strumento che però va approcciato e studiato con molta coscienza. A me piace usarlo per creare un rapporto di confidenza con il pubblico. Le mie immagini sono infatti sempre corredate da testi che rappresentano esattamente quello che sono, i miei pensieri, le mie suggestioni del momento. E questo genera una reazione molto attiva, quasi inaspettata da parte di chi mi segue. Ma senza contenuti di verità la comunicazione non potrebbe funzionare.

I tuoi testi, sempre ricchi di suggestioni, sono presentati con un ritmo e una qualità di sintesi che spesso rimandano più a una composizione poetica che non a una descrizione progettuale. Quanto studio c’è dietro a questi pensieri?
In realtà sono il risultato di un processo fisico e mentale molto immediato: si forma un’immagine e per me è naturale fissarla con le parole. Da quando sono piccola tengo dei diari dove scrivo continuamente. Scrivo e poi disegno. In realtà scrivo molto di più di quanto non disegni. Attraverso i testi, sui social, non faccio altro che trasferire e condividere i miei personali brainstorming, senza avere un’idea di dove questi possano portare.

Le tue ispirazioni partono dalle immagini o dalle parole?
Sempre dalle parole. Prima di arrivare alle immagini con cui racconto i miei progetti elaboro sempre un concetto, una storia, che poi condivido e discuto con i fotografi con cui lavoro. E per arrivare a uno scatto ho sempre bisogno di tempo, perché mi piace studiare l’equilibrio tra i vuoti e i pieni e altri elementi che di fatto sono l’espressione estetica di discipline mentali. Questo succede anche quando scatto le immagini in prima persona.

Senza Instagram Sara Ricciardi sarebbe diventata la persona che è adesso?
Credo che Instagram sia stato un grande facilitatore e acceleratore del mio percorso. Ma senza questo strumento avrei sicuramente ideato altre dinamiche per arrivare alla gente. Mi ricordo uno dei miei primi progetti universitari. Avevo costruito una macchina, una sorta di carretto in legno, con cui andavo in giro per Milano tessendo e montando altalene in maglia.
Utilizzavo il megafono, fermavo i passanti, facevo in modo di creare un contatto diretto con le persone. Più camminavo, più producevo, dato che la velocità del telaio circolare era legata a quella delle ruote del carretto. Per documentare questa performance avevo realizzato delle foto e girato dei video; non c’era ancora Instagram, però internet dava già la possibilità di condividere dei contenuti e di fissare dei racconti. Cosa che io ho fatto subito sul sito aperto al secondo anno di università, proprio perché sentivo la necessità di presentarmi.
Il teatro, che ho praticato per tanti anni, mi ha insegnato che è importante aprirsi agli altri e fare arrivare qualcosa di se stessi alle persone che stanno attorno a noi. E Instagram, come qualsiasi social media, non è altro che uno dei possibili strumenti con i quali questa comunicazione può avvenire.

A quali progetti stai lavorando?
A gennaio, in occasione di Pitti Uomo, a Firenze, verrà presentato l’allestimento da me ideato per Luisa Via Roma in relazione al brand Attico. L’idea è quella di creare una sorta di eden, di spazio del benessere e della piacevolezza: un giardino delle delizie dotato di macchine piumate.
Sto inoltre realizzando una collezione di arredi per Houtique, un marchio valenciano che propone oggetti realizzati esclusivamente dagli artigiani locali; il linguaggio si diversifica da quello della produzione industriale, ma i costi rimangono accessibili. Sono andata a Valencia dove mi hanno fatto conoscere un artigiano che realizza le grandi sculture caricaturali in polistirolo esibite e poi bruciate durante la festa popolare de Las Falls, molto importante per gli abitanti del luogo. Lì ho avuto modo di studiare le particolari colorazioni usate per queste sculture artistiche che ho deciso di reinterpretare facendo una sorta di caricatura dei salotti classici. La collezione verrà presentata a Milano durante la design week di aprile, così come l’installazione che sto ideando per Serge Ferrari.
Ho inoltre concluso da poco una mostra alla Swing Gallery di Benevento, la mia città d’origine, per cui ho realizzato una serie di pezzi dedicati per l’appunto al territorio. A differenza delle altre città campane, molto aperte, Benevento ha una natura più introversa e misteriosa; è la città delle streghe e la sua storia è impregnata di rituali e di uno spirito esoterico. Per questo ho pensato a degli elementi che potessero ‘ritmarsi’ in un sabba, quasi a voler rievocare una bellezza magica, sapiente, un po’ sonnolenta.
Tra questi, per esempio, c’è una lampada dotata di una sfera in ossidiana – il materiale della consapevolezza del sé – che, afferrata e spostata, attiva la luce e, di conseguenza, una danza di radici sulla base di una musica appositamente composta. Mi piace lavorare su tutti i sensi: la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto. La collezione è realizzata da artigiani di Benevento.
Per i Cavalli Longobardi, una serie di panche, ho fatto ricorso alla tradizionale lavorazione della ceramica di San Lorenzello e a quella del ferro nero. Ogni pezzo riprende un diverso tema della fioritura, a livello decorativo, e, a livello formale, quello della colonna e del capitello, facendo riferimento ai resti dell’antichità che i palazzi di Benevento hanno via via inglobato nello loro mura per evitarne la trafugazione.

 Dal social design alle gallerie d’arte: come possono convivere queste due dimensioni del tuo lavoro?
In realtà l’una si alimenta dell’altra: la cura dell’oggetto mi porta ad avere la stessa attenzione quando mi occupo del sociale. In un certo senso, i materiali mi hanno insegnato a ragionare con le persone.

Cos’è per te la ricerca?
Sono molto affezionata a una frase di Albert Einstein che diceva “Non si chiamerebbe ricerca se sapessi dove sto andando”. Per me significa sperimentare, chiedersi, mettersi in gioco. Facendo social design, ho imparato che non è tanto importante creare qualcosa di nuovo, quanto cambiare l’atteggiamento nei confronti di quello che già hai. Per cui la ricerca non significa necessariamente fare cose nuove, bensì sviluppare nuovi racconti applicati alla realtà e far sì che la gente si affezioni a essi.