INTERNI. The Magazine of Interiors and Contemporary Design

La lampada Dome è stata disegnata da un’italiana che da anni lavora in Spagna  ed è tra le protagoniste dell’architettura internazionale. In questa intervista racconta la storia di questa sua avventura nel campo del design.

“Nella vita non ci sono che inizi”, diceva Madame de Staël. Questa affermazione riassume assai bene l’originale genesi della lampada ‘Dome’, un progetto che, paradossalmente, “è nato da una sconfitta”, come ci spiega la sua ideatrice, Benedetta Tagliabue, una delle presenze femminili più influenti nel panorama del progetto internazionale. Che, con questa realizzazione, ha voluto misurarsi con la dimensione “micro” del design.

Architetto, cominciamo dall’inizio: come le è venuta in mente Dome?
È un’architettura in miniatura nata da un’architettura mancata, scusi il gioco di parole. Prende infatti le mosse dalle ricerche che avevamo fatto in occasione del concorso per il Padiglione Italia a Expo 2015: avevamo pensato al ‘Tree of Life’ come una sorta di albero-cupola-piazza, che prendeva forma all’interno del padiglione per rappresentare l’anima, la storia ma anche il futuro del nostro Paese. Per un centesimo di punto perdemmo quella competizione, ma non rinunciammo alla realizzazione del progetto…

In che modo?
Proponemmo agli organizzatori di Expo di realizzare delle cupole-container ispirate al progetto, da replicare in più unità nell’area di Expo, per presentare al pubblico un esempio di architettura bella, utile e sostenibile, che era poi il messaggio dell’Esposizione Universale milanese.
Riuscimmo tuttavia a costruirne soltanto due (il padiglione ‘Love.it’ realizzato per Copagri, ndr) per mancanza di finanziamenti. Ma l’idea non venne meno: cambiò di scala, rimpicciolendosi e trasformandosi in una lampada, il cui prototipo fece per un po’ bella mostra nel nostro studio di Barcellona…

Poi, che cosa accadde?
Venne a trovarci Joana Bover, founder e anima dell’omonima azienda illuminotecnica spagnola. Che se ne innamorò immediatamente sino a metterla in produzione nel suo catalogo con il nome di Dome, che in inglese significa ‘cupola’: a me quel nome piacque subito moltissimo perché anche il nome di mio figlio.

Insomma, ha trasformato un edificio che assomigliava a una lampada in una lampada…
Proprio così. Certo Joana, forte della sua esperienza nel campo della luce, ci ha dato un grandissimo aiuto. Insieme, infatti, abbiamo dovuto ripensare le proporzioni, risolvere i problemi tecnici, quelli produttivi. Ma io e i miei collaboratori non abbiamo rinunciato all’anima del progetto, all’idea forte di sperimentare e realizzare una struttura al passo con i tempi, sostenibile, riciclabile. A cominciare dall’uso del legno: sono oltre 170 i pezzi che ne compongono la struttura.

E la forma della cupola a che cosa si ispira?
È un viaggio nel passato, attraverso la meravigliosa storia dell’architettura rinascimentale italiana. Come non ricordare la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze o le perfette proporzioni del Pantheon romano? Ma è anche un tuffo nel futuro: partendo dalle utopiche costruzioni di Richard Buckminster Fuller, la cupola rappresenta per le nuove (e visionarie) generazioni di architetti un tema-manifesto irrinunciabile.

Come si è trovata nei panni di designer?
Benissimo: io e i miei collaboratori ci siamo divertiti tantissimo. In fondo siamo degli artigiani-inventori e passare da una scala a un’altra rappresenta solo un plus. Perché ti permette di essere più veloce, di vedere realizzato ciò che hai pensato in breve tempo senza dover aspettare degli anni, come succede con un museo, uno spazio pubblico…

Dome si è già conquistata l’Archiproducts Design Awards nel 2016: sarà soddisfatta?
Certo. Un buon inizio, considerando che è la ‘mia prima lampada’…

Testo di Laura Ragazzola – Foto di Marcela Grassi, Shen Zhonghai e courtesy of Bover

 
Maxi formato (si può scegliere fra le versioni con diametro di cm 90 e cm 180) e luce a Led per la scultorea ‘Dome’ prodotta dalla spagnola Bover: più di 170 pezzi di legno con finitura faggio ne disegnano la struttura, regalando magici giochi di luce.
 
Schizzi di progetto per il ‘Padiglione Italia’ pensato dallo studio Miralles Tagliabue EMBT per Expo 2015 (si classificò al secondo posto nella competition): la cupola-Albero della Vita ha ispirato il design della lampada ‘Dome’.
 
La lampada Dome.
 
La doppia cupola del Padiglione ‘Love-it’ realizzato per Copagri dallo studio Miralles Tagliabue EMBT in occasione di Expo 2015.
 
La doppia cupola del Padiglione ‘Love-it’ si presenta come una sorta di origami con struttura in legno lamellare, riciclabile al 100 per cento.
 
Il Padiglone Spagna, firmato dallo studio catalano per Expo Shangai 2010: il progetto combinava una moderna cornice in acciaio con una facciata ‘intrecciata’ come i tradizionali cestini in vimini. Anche questo progetto, ci ha spiegato l’architetto Tagliabue, ha ispirato la lampada ‘Dome.