Attraverso lo specchio

Dall’Europa agli Stati Uniti, dal design all’arte. Un viaggio fisico e concettuale, intrapreso da giovani designer di diversa origine e formazione, che nelle gallerie di New York trova il suo naturale approdo 

 

di Guido Musante

 

Il celebre volume scritto da Lewis Carroll nel 1872, Through the Looking-Glass and What Alice Found There, viene spesso citato come metafora di un passaggio di stato, un cambio tanto radicale quanto repentino delle condizioni, tale da ingenerare nella realtà che ci circonda, una volta oltrepassato lo specchio, uno stato di alterazione fisica e concettuale che immerge nel paradosso cose, paesaggi e personaggi.

Andando oltre la vocazione didattica del libro, destinato al mondo dell’infanzia, Carroll, da raffinato pensatore e matematico, innerva le pagine dello scritto di sofisticati princìpi concettuali, variamente applicabili in ambito scientifico e progettuale. Il più noto e incisivo di questi è certamente il cosiddetto effetto della Regina Rossa, un’ipotesi evolutiva formulata nel 1973 dal biologo americano Leigh Van Valen, secondo cui l’affinamento costante dell’adattamento delle specie è necessario anche solo per mantenere quello relativo.

In particolare, Van Valen prende spunto da un’affermazione del citato personaggio del libro per sostenere che, per evolversi, si deve oltrepassare uno stato standard di progressione: “Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto; se si vuole andare da qualche altra parte, si deve correre almeno due volte più veloce di così!”

Sorprendentemente (ma forse non troppo), la profondità di questa metafora scientifica può essere di riferimento per la lettura di un fenomeno che interessa sempre più la cultura del progetto, ma i cui confini teorici appaiono ancora spesso sfrangiati e di difficile definizione: l’intersezione fra arte e design. Un fenomeno qui riferito ad alcuni giovani, ma già affermati, designer europei e medio orientali che, grazie a un ‘viaggio attraverso lo specchio’, quello dal loro Paese d’origine alle gallerie di New York, hanno trovato un naturale approdo.

Uno sguardo su tale realtà era già stato gettato da Interni, esattamente un anno fa, con l’articolo Oltre Frontiera, in cui Domitilla Dardi osservava come il lavoro svolto da diversi autori statunitensi con le gallerie newyorkesi stesse spostando l’orizzonte del design americano, per tradizione improntato al pragmatismo, alla semplificazione e alla ‘fierezza seriale’.

Un’analisi ancora più interessante se rapportata all’impostazione progettuale europea che, per quanto sfaccettata e difficilmente riassumibile, si distingue da quella americana per quella che potrebbe essere definita la sua ‘quota d’arte immanente‘. Basti pensare all’uso esplicito dei linguaggi artistici da parte di molti grandi maestri del design italiano: dai readymade di Achille Castiglioni, al primitivismo di Ettore Sottsass Jr. alle incursioni cinetiche di Enzo Mari.

Provenendo da tale contesto, le giovani generazioni di designer europei sembrano trovare oltre oceano – ma anche oltre la frontiera dell’arte e del mercato – un’occasione per “correre il doppio”: una strategia di rinnovamento dei linguaggi plastici che tende a generare forme sempre più complesse. Non a caso, il progetto-manifesto di questa attitudine porta il nome paradigmatico Distortion (2017): promosso da una galleria di forte carisma come Friedmann Benda, porta la firma delle giovane libanese Najla El Zein (1983).

Distortion Bench consiste in una coppia di panche in cemento fibrorinforzato e schiuma, gonfiate sul piano in maniera tanto inaspettata quanto seducente e allo stesso tempo enfatizzate da geometrie primitive e sovradimensionate. Oggetti contraddittori, femminili e mascolini, accoglienti e respingenti, armonici quanto alterati: potrebbero essere giacigli ideali per la Sculpture pour aveugles di Constantin Brâncusi.

Altrettanto giocosi e allo stesso inquietanti gli individui della serie Roly-Poly Chair (2016), realizzati per la stessa galleria da Faye Toogood (Regno Unito, 1977) e appartenenti alla ricerca Assemblages. Si tratta di una serie limitata a otto pezzi di una seduta dalla figura tozza ed elefantina, massiva al limite della mancanza di grazia. La versione più interessante è Water, realizzata in cristallo opalino al litio-bario, materiale super-puro solitamente utilizzato per il laser, specialmente nel settore ottico. Unito al senso originario di massa, il cristallo dona all’opera un’evanescenza anti-materica e la sembianza di una creatura aliena.

Volendo stabilire una corrispondenza con i personaggi del classico di Carroll, allora i gemelli Tweedledum e Tweedledee non potrebbero che essere i lavori dei francesi Vincent Dubourg (1977) ed Erwan Boulloud (1973) – il primo attivo con la Carpenters Workshop Gallery, l’altro con la 21st Gallery –, entrambi impegnati in una rivisitazione in chiave domestica dei temi espressivi e concettuali del decostruttivismo architettonico nato alla fine degli anni Ottanta proprio in Usa.

Apparentemente simile la ricerca del britannico Jake Phipps per Todd Merrill Studio: in realtà il suo approccio non intende tanto esplodere le qualità formali degli oggetti, quanto enfatizzare le componenti basiche della materia. Se nella sue serie Stellar il vetro e l’acciaio vengono ingranditi al microscopio nella loro mineralità, allo stesso modo il supporto del suo potente Flux Console Table (2016) tramuta la natura fibrosa di una tradizionale base in legno in un vorticoso loop composto da un unico, scultoreo macro-filamento (in realtà mezzo km di filamenti di ottone intrecciati come in un gigantesco conduttore di energia). Ne deriva un effetto-Gorgone che seduce e paralizza l’osservatore con la sua figura mostruosa e mitologica.

Il viaggio oltre lo specchio non può che chiudersi con la Regina Rossa: blu in questo caso, ma in realtà sperimentata in diverse varianti cromatiche e materiche. L’autore è Harry Nuriev, designer, artista e architetto russo, fondatore di Crosby Studios e stella nascente dell’interior design internazionale. La sua Crosby Tower (2017) per Patrick Parrish in realtà non colpisce per la stravaganza morfologica che accomuna i suoi compagni di viaggio trans-oceanici. È piuttosto la lineare ed elegante trasposizione a scala di oggetto di modelli architettonici e pittorici di inizio Novecento (il razionalismo, il neoplasticismo).

Eppure, la sua presenza non è meno indispensabile all’individuazione di una comune tendenza espressiva. Perché se è vero che ogni regola ha sempre la sua eccezione, è altrettanto vero che una tassonomia non può essere priva della grande voce et cetera. Specialmente, se effettuata oltre lo specchio.