Architetture collettive

I volumi compatti e compiuti, tra loro connessi con attenta regia, l’alternanza nei fronti tra l’uso deciso del colore e la pietra, il rapporto con il paesaggio catturato in patii verdi e in giardini preziosi, sono alcuni elementi che Victor Legorreta sviluppa all’interno del suo percorso progettuale nell’ascolto della lezione del padre Ricardo.

Un percorso complesso, che affronta tipologie tra le più varie, inventandone alcune, come l’Otay Cross Border Xpress di San Diego un edificio in grado di scavalcare uno dei confini più ‘caldi’ del pianeta e di unire in un abbraccio architettonico il Messico agli Stati Uniti d’America.

Una ricerca, quella di Legorreta che – nel campo dell’architettura collettiva che presentiamo in queste pagine con tre esempi eloquenti – tende alla definizione di spazi in grado di stimolare l’incontro. Aggiungono infatti agli ambienti di lavoro e per lo studio, per il transito e la partenza, occasioni di sosta; pause in cui osservare il paesaggio urbano da giardini sospesi; dove sostare sotto le stelle raccolti in un patio dopo una giornata di studio; in cui attraversare un confine scavalcando fili spinati e un’autostrada passeggiando in un tunnel viola sospeso.

La torre di Mexico City del 2016, disegnata insieme allo studio di Richard Rogers – occasione che ha portato alla formazione dello studio associato LegoRogers – accoglie l’headquarter della BBVA Bancomer. Sviluppandosi per un’altezza di cinquanta piani ha saputo unire le diverse competenze e i linguaggi dei due studi di progettazione in una sintesi architettonica allo stesso tempo contestualizzata ed emergente.

Ubicata nel Paseo de la Reforma, la torre segna, come una sorta di nuova porta urbana, il Chapultepec Park verso cui si rivolge e si rapporta con i suoi giardini sospesi che spezzano ogni nove livelli il fronte architettonico continuo. Questo è caratterizzato da un brise-soleil viola che scherma il curtain wall interno dalla luce diretta dei raggi del sole colorando allo stesso tempo l’intero volume.

Una soluzione che ha ottimizzato le prestazioni energetiche dell’edificio ottenendo il certificato Gold LEED. La trama di facciata è scandita da una geometria diagonale che s’ispira alle tradizioni decorative dell’architettura messicana traducendole in chiave contemporanea e funzionale.

Colori accesi si ritrovano anche nel corpo arancione del volume in curva dell’auditorium che si affianca alla sky lobby al dodicesimo piano e nei plafoni e sulle scale elicoidali scultoree di ogni giardino sospeso ubicate nelle grandi logge che interrompono con decisione e armonia lo sviluppo verticale del vibrante rivestimento di facciata.

La sky lobby è pensata come una sorta di belvedere per osservare la città e il parco; uno spazio a uso flessibile per accogliere mostre ed eventi pubblici che connette la hall a tre livelli della quota stradale allo spazio dei ristoranti ricavati all’ultimo livello, il dodicesimo, del volume più basso. Un grattacielo per attività terziarie in cui si insinuano spazi pubblici e dove dei piccoli giardini verticali si aggiungono agli ambienti di lavoro offrendo delle inconsuete logge verdi aperte sulla città.

L’Otay Cross Border Xpress (CBX) del 2016 è invece un terminal d’imbarco aeroportuale che connette il territorio americano dalla città di San Diego (CA) direttamente all’aeroporto di Tijuana in Messico. Un edificio-ponte sia a livello tipologico, sia dal punto di vista simbolico, pensato per unire invece che per dividere, e che con un virtuoso slancio compositivo scavalca il confine, la sua triste cesata metallica con filo spinato e l’autostrada sottostante, per inserirsi con un tunnel viola nel corpo di fabbrica dell’aeroporto.

L’edificio presenta una pianta con due ali aperte, quasi ad accogliere con un abbraccio i viaggiatori, caratterizzate da un fronte continuo di pietra rossa. Questo funge da zoccolo di sostegno per le vetrate continue arretrate dal filo facciata e concluse da una copertura bianca dal forte spessore che si prolunga in posizione centrale, per raggiungere il setto verticale viola che compone l’alto porticato d’ingresso.

Nel cuore della Silicon Valley, tra San Francisco e San Jose in California, lo studio Legorreta ha infine realizzato nel 2016 le residenze universitarie Highland Hall per gli studenti della Graduate School of Business della Stanford University.

Si tratta di un complesso di edifici che non superano i quattro piani, attentamente inseriti nel sistema del Campus universitario esistente. Suddivisi in tre settori i nuovi edifici definiscono una serie di patii interni piantumati secondo un disegno del verde che ben si rapporta alle geometrie compatte dell’architettura.

Questa si caratterizza per la semplicità del linguaggio e per il colore ocra dei fronti scanditi dal ritmo regolare delle aperture cui corrispondono stanze e corridoi distributivi, che trovano nelle grandi scale di discesa ai patii il loro sviluppo volumetrico monumentale.

Il fronte est del complesso è segnato dalla torre d’ingresso in cui i colori di Legorreta trovano applicazione nello spazio vuoto verticale, scolpito da una trama modulare di tralicci sovrapposti da cui scende, sospeso, un parallelepipedo traforato a maglia regolare verde acceso.

Foto di Maria Dolores Robles Martínez Gomez, David Harrison, Hunter Kerhart / courtesy by Legorreta

Testo di Matteo Vercelloni