Apprendere la luce dal mondo

Dalle collaborazioni con i maggiori studi di architettura internazionali – come Neri&Hu, BIG, MAD Architects, Elemental – all’idea di un nuovo concetto di illuminazione  che integri forma e ricerca. La missione imprenditoriale di Artemide nel racconto della vicepresidente Carlotta de Bevilacqua

 

Testo di Domitilla Dardi

 

Carlotta de Bevilacqua ci parla con un’opera di Michelangelo Pistoletto alle sue spalle, che ritrae lei ed Ernesto Gismondi nel periodo del progetto Meta Memphis. Da subito è chiaro che abbiamo davanti la storia della cultura progettuale contemporanea, ma anche lo scorcio di una vita umana straordinaria, perché le due cose non possono essere separate, come insegnava l’amico Ettore Sottsass.

La Artemide, di cui de Bevilacqua è vicepresidente, in quasi sessant’anni di percorso è stata un intrecciarsi continuo di storie, persone incredibili, progetti condivisi, dove è il dialogo tra progettisti e impresa che crea il nuovo, sempre. Oggi è un’azienda che sa e vuole confrontarsi col più grande mercato del mondo, quello cinese, ma ponendosi sempre in una posizione di ascolto e apertura.

Chi negli anni ’90 ha pensato di dislocare la sua produzione in Cina, guidato principalmente dallo spirito colonizzatore di una manodopera a buon mercato, ne ha già subito le conseguenze, non sempre positive. Al contrario, Ernesto Gismondi e la sua Artemide, da lui fondata nel 1960, verso la Cina hanno sempre nutrito un profondo rispetto.

“Non penso”, spiega de Bevilacqua, “si tratti di esportare una cultura, quanto di scambiarla. Sedersi al tavolo della contemporaneità credo voglia dire portare ognuno le proprie competenze e mettersi a disposizione di un confronto nel quale tutti abbiamo qualcosa da imparare. In questo i cinesi sono molto più aperti di noi, che spesso ci siamo fatti guidare da un atteggiamento un po’ ‘imperialista’.

Così, una volta abbandonata la superbia culturale tipica di noi europei, a colpire della Cina è la grande tradizione culturale della ricerca di un umanesimo. C’è un estremo rispetto delle arti e del loro progresso e i cinesi guardano ad altre realtà diverse dalla loro per apprendere. Stanno favorendo lo scambio, perché vogliono ridisegnare il mondo. Proprio per questo oggi la Cina esprime il desiderio di comunicare la sua identità, per cercare con grande orgoglio di essere competitiva sul piano globale”.

Quella di Artemide è da sempre stata una grande passione per il mondo dell’architettura, ovvero per chi pensa al rapporto con lo spazio e si preoccupa di avere una prospettiva nuova dell’uomo e per l’uomo. Questo ha portato nel tempo Gismondi e de Bevilacqua a contattare progettisti da ogni angolo del pianeta. Oggi la loro è una posizione privilegiata, in quanto aperta all’ascolto di molte e differenti voci. Pochi come loro possono imparare da queste diversità e testimoniarne la ricchezza.

Parlando della loro collaborazione con Rossana Hu e Lyndon Neri, per esempio, Carlotta sottolinea il loro essere ponti culturali tra Occidente e Oriente: entrambi cinesi, si sono conosciuti negli Stati Uniti, dove avevano studiato, per poi rientrare insieme in Cina, mantenendo sempre una grande connessione internazionale.

Il loro lavoro degli ultimi anni, infatti, porta un po’ del mondo in Cina e molto della Cina in altri Paesi. De Bevilacqua ci spiega: “Neri & Hu lavorano sui dettagli, sull’interazione tra l’uomo e l’oggetto, laddove quest’ultimo ha anche un valore simbolico e spesso s’ispira alla natura. Nalla lampada Yanzi, per esempio, c’è un elemento che somiglia a un piccolo uccellino, che nella loro tradizione ha un valore simbolico.

È molto interessante, quando parli con loro, apprendere il significato che attribuiscono all’introdurre negli spazi della vita la natura, la quale viene anche ‘scalata’, assumendo così un valore quasi didattico, di insegnamento. Il loro senso del dettaglio non è quindi un’estetica formale, bensì un elemento direttamente traslato dalla natura”.

Dalla sua posizione d’imprenditrice Carlotta si trova davanti anche a visioni completamente opposte: “Se Neri & Hu hanno un rapporto con la luce e con l’ombra, basato sull’idea di scoprire la luce attraverso l’ombra, viceversa i BIG provengono da una cultura nord europea con un approccio completamente diverso. Infatti, mi hanno proposto un neon fluorescente che volevano senza ombre e senza giunti.

Per loro non esiste un valore metaforico, nel loro progetto non c’è alcun dettaglio o riferimento naturale. Si tratta in questo caso di una visione nordica, scientifica, geometrica, euclidea; mentre in quella orientale prevale un mondo molto più organico, frattalico e alla ricerca di un’armonia che contempla anche opposti e contraddizioni”.

E sull’annoso problema delle copie che tanto inficia il rapporto tra Est e Ovest? De Bevilacqua risponde con un aneddoto: “Nel ’95 arrivai al Ritz di Shanghai e mi accorsi che era pieno di lampade Artemide. Solo che in realtà erano tutte copie! Pensai, però, che la copia denota comunque un’intelligenza nell’aver diffuso una cultura che altri hanno recepito. Ovviamente quello che non è corretto è che, se un’azienda investe moltissimo in ricerca tecnologica, poi i suoi risultati vengano ripresi senza riconoscerle il lavoro fatto a monte”.

E di tanta ricerca sono fatti anche gli ultimi prodotti di Artemide. Per rendere possibile, per esempio, la magia dell’isola luminosa di Pingtan, progetto dei MAD Architects, la luce è emessa da una sorgente led che corre lungo il profilo della base ed è iniettata in una lastra che la estrae in modo diffuso ed uniforme.

Questo progetto “porta l’esperienza della natura nello spazio interno, un paesaggio nella stanza. La luce trasmette la vita proveniente dall’esterno, l’idea di un’energia più grande”, come spiega Ma Yansong, leader del gruppo.

Anche l’ultimo progetto di Carlotta de Bevilacqua è all’insegna della continuità, in una ricerca sull’autonomia dalla rete elettrica dell’oggetto lampada che inizia nel 1999 con Sui, primo modello portatile a led, e prosegue oggi con Come Together, in grado di garantire una luce perfetta e otto ore di autosufficienza in una forma ergonomica che nulla ha da invidiare alle performance delle lampade tradizionali. A dimostrazione, ancora una volta, che forma e ricerca sono parti integrate di un obiettivo comune: la visione di una nuova luce.