INTERNI. The Magazine of Interiors and Contemporary Design

Progettare la propria casa, quando si è due professionisti impegnati su vasta scala, può diventare un sofferto banco di prova che coinvolge figli, parenti e amici. “Lo è stato anche in questo caso”, riconosce Harald Schönegger: “un progetto privato di famiglia, portatore di lunghe discussioni per le proporzioni al millimetro di spazi e il posizionamento di arredi e quadri”.

Ma è diventato altresì una delle prove più brillantemente superate dall’architetto di origine italiana, altoatesino, studi allo IUAV di Venezia, co-firmato insieme alla moglie Immaculada González, spagnola del Sud e architetto presso la Regione Andalusia.

Nel curriculum di Schönegger, che, dopo un primo percorso, fonda nel 2006 insieme ad altri quattro soci lo studio Eddea, si trovano molti e importanti lavori. “Tra quelli conclusi, mi piace ricordare la sede giudiziaria di Antequera in Spagna (FAD Prize 2007) e lo Swimming Sports Center a Lepe (Bauwelt Prize 2005). Mi sono trasferito a Siviglia alla fine degli anni Ottanta, perché attratto dalle opportunità di lavoro (erano i tempi delle Olimpiadi e di Expo) e mi sono subito trovato bene qui, anche in virtù dei rapporti personali che sono più informali; si dimenticano i titoli pur nel rispetto dei ruoli”.

La casa della vita Harald e Immaculada la incontrano nel centro storico di Siviglia. Dentro il tracciato urbano irregolare, stretto e angusto, individuano un edificio ammalorato nato popolare e plurifamiliare nel XVIII secolo (se non si annovera l’innesto di addizioni casuali successive), caratterizzato da un fronte che misura eccezionalmente quasi 11 metri (solitamente è la metà) e con un favorevole orientamento nord-sud.

“Una buona partenza per far entrare sole e luce negli spazi”, commenta, “considerato che a Siviglia le case, almeno nella tipologia classica com’ è questa – muri paralleli alla facciata che intercalano patii, nella fattispecie, due muri, un patio, due muri, un patio –  si vivono bene secondo le stagioni: d’estate al piano terra e d’inverno ai piani superiori. Noi abbiamo conquistato il plus di abitare bene tutto l’anno in modo non disfunzionale”.

La cornice data è stata reinventata negli interni, conservando la facciata vincolata e i primi due muri portanti di contenimento a essa paralleli e ciechi. In sostanza “Il volume è rimasto invariato, ma dal primo patio in poi tutto è stato disegnato ex novo, trasformato e interpretato, con l’intento di creare una certa trasparenza e fluidità ininterrotta tra le parti percepibili nell’interezza del lotto. Si entra nella casa e si è avvolti da aria e luce.

Non solo. Siviglia è una città poco verde. Con un’equilibrata scansione, abbiamo cancellato questa perdita, riportando il paesaggio in una costruzione spaziale su quattro livelli, compreso quello di copertura. E nella parte più alta, dov’è il solarium esposto a sud abbiamo allocato grandi piante ornamentali che sopportano temperature di 45 gradi, mentre nella zona del patio più protetta dall’ombra, dimorano alberi di Ginkgo Biloba, Harragan Myrtos, Parca Birken, che, dal mio punto di vista, coprono di oblio anche i ricordi delle case veneziane prive di rapporto con la natura in cui ho vissuto da giovane”.

Fin qui il concept: la tavolozza dei colori delle stagioni restituisce agli ambienti di vita quotidiana la chiave della sostenibilità, attraverso il ciclo di vita di piante caduche che temprano il microclima locale come filtri architettonici.

Sul piano applicativo, invece, l’utilizzo di una struttura autoportante prefabbricata, impiegata di routine negli edifici pubblici, ha rimosso altre schiavitù. L’armatura a ponte messa in tensione durante la gettata del cemento ha permesso infatti di ottenere una maggiore distanza tra gli elementi strutturali d’insieme che rimangono occultati, conferendo nuovo slancio e sorprese inaspettate allo sviluppo complessivo.

A partire dal piano terra che integra nella composizione un piccolo appartamento per genitori e ospiti, mentre il primo accoglie le zone conviviali del living e il secondo quelle private. ll nuovo, staccato dai muri perimetrali, vive di diaframmi in acciaio inox e superfici vetrate trasparenti rivolte sul giardino patio-interno: è l’essenzialità materica di un’architettura che sottolinea la contemporaneità linguistica dell’intervento per poi fondersi con altro; il parquet industriale dei pavimenti, la figura della scala a nastro in acciaio nero crudo non trattato, l’isola monolitica della cucina a vista in acciaio levigato e, di contro, le nodosità lignee dei solai preesistenti recuperati anche nelle proporzioni.

Schönegger ha rispettato l’originaria sagoma del tetto dell’edificio, ma nella parte nuova ha eliminato una porzione di tegole, creando un suggestivo taglio di luce che, incorniciando il patio, dialoga ininterrotto con il cielo. “Mi riporta a quel mondo che più mi corrisponde (i suoi natali sono a Merano, ndr) fatto di spazi su misura, dove ogni cosa trova un ruolo da protagonista sulla scena: dall’amatissima lampada Arco al mobile di design nordico fino ai quadri di Marisé González, sorella pittrice di Immaculada”.

Foto di Fernando Alda – Testo di Antonella Boisi

 
Una veduta notturna dall’alto della casa che vive di trasparenze e leggerezze visive, grazie alla sequenzialità di vuoti e pieni veicolata dal taglio centrale del piano di copertura che incornicia il patio-giardino interno. Al primo livello, l’isola della cucina su disegno forma un tutt’uno con quella pranzo corredata dalle sedute di Artek (Chair 611, design Alvar Aalto, 1929)
 
La scala di collegamento interno, un nastro in ferro crudo non trattato, su disegno.
 
Sezione
 
Una veduta del fronte originale conservato su strada e della pavimentazione in pietra che crea continuità tra esterno e interno.
 
Delimitato dalla struttura a ponte finita in acciaio inox che dialoga con le grandi vetrate trasparenti, il primo patio centrale funge da dimora di piante ad alto fusto e da cerniera distributiva d’insieme. Tutta la costruzione spaziale ruota intorno a esso. In un angolo della zona d’ingresso, 209 Chair di Gebrüder Thonet Vienna.
 
L’open space, sottolineato dalla pavimentazione uniforme in parquet industriale, che riunisce le zone conviviali del living-pranzo e cucina, su disegno, al primo livello. Il divano è Oberon di Perobell, la lampada da terra TMM di Santa & Cole (design Miguel Milá, 1961).
 
L’open space, sottolineato dalla pavimentazione uniforme in parquet industriale.
 
Dettaglio di un bagno con lavabo disegnato da RCR Arquitectes per Lagares e rubinetteria Vola.