I riferimenti all’ambiente naturale sono da sempre presenti nella storia dell’abitare umano come tracce di una conquista. A questo desiderio antropologico di dominazione, il design risponde con diversi approcci, che vanno dall’atto ideologico al gesto poetico

di Domitilla Dardi

Quello della natura è indubbiamente uno dei grandi temi dell’interior design: l’uomo cerca da sempre il suo modo di importare riferimenti al contesto naturale all’interno del suo habitat. Negli ultimi anni nel design si è fortemente affermata una tendenza speculativa nei confronti della natura, indagandola anche a livello molecolare, attraverso le strutture frattali, o biologico, con l’impiego di funghi e batteri come agenti di produzione di oggetti.

Che si tratti di trofei o souvenir, i riferimenti alla natura esterna sono da sempre presenti nella storia dell’abitare umano come tracce di una conquista. Busti e pelli di animali sono il trionfo dell’uomo sulla natura come segno di una vittoria, avvenuta quando si combatteva (più o meno) ad armi pari.

Le stesse carte da parati e gli arazzi nascono per donare l’illusione di trovarsi all’esterno pur essendo in un ambiente confinato o, meglio, per dare il godimento estetico della natura circostante senza doverne subire i disagi fisici. E ancora, tutta la teoria dei giardini, a partire dal nostro celebre “giardino all’italiana”, è una forma di collezionismo botanico e quindi di natura regolamentata da un disegno artificiale, frutto della mente umana che coercizza l’andamento spontaneo della vegetazione.

Gilles Clément, grande teorico e studioso del giardino e del paesaggio, infatti afferma: “Il primo giardino è un recinto. Conviene proteggere il bene prezioso del giardino; la verdura, la frutta, e poi i fiori, gli animali, l’arte di vivere, quello che, col passare del tempo, continuerà a sembrarci il ‘meglio’” (G. Clément, “Breve storia del giardino”, Quodlibet, Macerata, 2012, p. 17).

Per ognuno di questi esercizi di addomesticamento della natura il design contemporaneo ha avuto la sua risposta. A partire dai progetti dei gruppi Radicals che, tra natura e artificio, hanno scelto di mostrare un aperto dilemma e contraddizione in termini.

L’uso di materiali artificiali che riprendessero motivi e temi naturali quali pelli animali (vedi il divano Safari degli Archizoom) e riferimenti vegetali (la grande zolla d’erba del Pratone del Gruppo Strum) possono essere letti come un modo di affermare che non esiste nulla di più reale e spontaneo del bisogno dell’uomo di importare pezzi di natura nel suo ambiente domestico attraverso un atto selettivo e artificiale.

Decisamente meno intrisi di ideologia e maggiormente rivolti a una dimensione magica e poetica sono gli oggetti a reazione naturale di Tord Boontje. I suoi arredi richiamano spesso un elemento fitomorfo, ma anche qui la mediazione dell’appropriazione razionale è un passaggio obbligato: le sue fioriture divengono virali, invadono le forme delle tipologie classiche stravolgendole.

Oggi gioca con la sua personale lettura di questo desiderio antropologico di addomesticamento naturale anche Cristina Celestino, con sedute che sembrano nascere da foglie giganti come nel Paese delle Meraviglie o superfici che richiamano la natura geometrizzata del Giardino all’italiana.

Anche Simone Crestani crea omaggi alla natura addomesticata, apparentemente fragili nella loro essenza vitrea, ma forti per i soggetti scelti: i busti di cervi e i bonsai sono per definizione trofei dell’agire umano su animali e piante che conservano il potere di un conflitto.

Divengono prove di divertita ironia quelle dei droni di Marcello Pirovano che ricostruiscono morfologicamente parti d’insetti e volatili in un intervento di puro godimento estetico che cela in fondo un desiderio di naturalizzazione della tecnologia.

Per non parlare della più affascinante delle creature mitologiche inventate dall’uomo per sostituirsi col suo artificio mentale alle composizioni naturali: la chimera, un essere nato dall’addizione di parti di esseri viventi che porta in sé il senso terrifico del sublime. Come è evidente nell’aspetto da esperimento di laboratorio biologico fallito della collezione Hybridism dei fratelli Campana, che ci fanno pensare a quante zone grigie esistano nella mediazione tra naturale e artificiale.

In ogni riferimento bio o fitomorfo, presente nei manufatti progettati dall’uomo, questo divario si evidenzia soprattutto nell’essenza del creare. Paul Valéry, nel suo Eupalino, ce ne lascia un’insuperabile sintesi: “ Gli oggetti fatti dall’uomo sono dovuti agli atti di un pensiero. (…) La natura invece non distingue nel suo lavoro i particolari dall’insieme e germoglia a un tempo da tutte le parti” (P. Valéry, “Eupalino o dell’architettura”, 1921, trad. it., Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1988, p. 86).

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Tord Boontje, Garland, lampada per Habitat, 2002. Una felice combinazione di decorazione e tecnologia priva di derive nostalgiche
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Fernando e Humberto Campana, Noah Bench dalla collezione Hybridism per Friedman Benda Gallery, 2017. Una collezione di arredi dedicati al tema dell’ibrido nelle sue molteplici forme: dalla commistione tra natura e artificio a quella tra funzionalità ed estetica o tra design e scultura (courtesy Friedman Benda ed Estudio Campana; foto Fernando Laszlo)
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Cristina Celestino, Giardino all’italiana, rivestimenti in cotto per Fornace Brioni, 2017. Una materia del tutto naturale è plasmata dall’uomo nella dimensione meno spontanea possibile, quella della geometria
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Simone Crestani, Glass Bonsai, 2016. Il bonsai è una perfetta metafora del lavoro sul borosilicato compiuto dall’autore: estendere, fino al suo limite massimo, una materia prima naturale, imprimendovi forme determinate dal pensiero e dal lavoro dell’uomo
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Tecnificio, “Dronozoi” per Subalterno 1, 2017. I droni vengono trasformati attraverso una ricerca estetica di camouflage in esseri biomeccanici, 2017 (foto Federico Villa)