Jacopo Mascheroni, quarant’anni e una storia ricca di successi: project manager a trent’anni nello studio newyorchese del ‘maestro’ Richard Meier; una ‘Green-card’ nel 2005 ricevuta dal Governo degli Stati Uniti per ‘abilità straordinarie in campo architettonico’; l’ingresso, già a partire dal 2012, nel palmares dei 20 studi di architettura internazionali emergenti nel mondo.

Le cifre distintive dello studio? Semplicità, rigore, armonia, Jacopo che si esprimono in case bianchissime, leggere, quasi trasparenti, e dall’essenziale copertura piana. Molto diversa Villa Montebar, ultimo lavoro (già superpremiato) di Jacopo Mascheroni.

Architetto cosa è successo: un’ inversione di tendenza del suo linguaggio compositivo?

La storia di questa casa è davvero singolare. I committenti, proprietari di un terreno panoramico a 1000 metri d’altezza, nelle Alpi svizzere, si erano appassionati alle architetture bianche e luminose del mio studio ma dovettero subito fare i conti con una realtà piuttosto complessa: il regolamento edilizio locale, molto rigido, imponeva, infatti, tetti rigorosamente a falda e di color grigio scuro per meglio integrarsi nel paesaggio e con l’architettura alpina locale (il vicino borgo di Medaglia, una manciata di case dai tetti d’ardesia, che si scorge sul fondovalle). Fu un vero shock per loro, ma anche per me e per i miei collaboratori…

Ci voleva quindi un’idea alternativa?

Certo. Abbiamo trasformato il vincolo in un’opportunità. L’idea, infatti, è stata quella di adottare un unico materiale – la ceramica – sia per il tetto sia per le facciate, conferendo all’edificio un’immagine monolitica, quasi un masso nella natura. Unica eccezione: il fronte Sud che si apre con un’ampia vetrata sulla valle, regalando una vista spettacolare sul paeassagio incontaminato.

Un edificio avveniristico dal punto di vista formale: lo è anche per le soluzioni costruttive adottate?

Sicuramente. Consideri che era necessario lavorare con un budget prestabilito ma non si voleva certo rinunciare a una casa ‘su misura’ e di qualità, e cioè progettata con attenzione nei dettagli, finiture e materiali. Inoltre, si trattava di costruire un edificio in montagna, dove il clima è rigido, e su un declivio non facilmente raggiungibile. Per questo abbiamo optato per una struttura in legno a telaio coibentato, realizzata con elementi prefabbricati da assemblare in loco e in tempi rapidi.

Ci sono stati vantaggi anche dal punto di vista del risparmio energetico ?

Sì. La novità è che abbiamo previsto la medesima stratigrafia sia per le pareti sia per la copertura: una doppia parete ventilata che dalla facciata risvolta sul tetto per poi continuare sul lato opposto. Il risutato è un involucro altamente performante.

Quale è stato il ruolo della ‘pelle’ in ceramica?

L’elemento chiave del progetto è proprio il rivestimento finale in lastre di gres porcellanato (Casalgrande Padana, ndr) che ha uniformato la sagoma dell’edificio anche dal punto di vista visivo. Tutte le facce sono state disegnate con un pattern ‘dinamico’, realizzato da tre formati diversi, che è stato applicato anche sulle persiane a libro, mantenendo rigorosamenete l’allineamento delle fughe. Senza contare che oggi le prestazioni della ceramica quasi annullano i costi di manutenzione: il gres porcellanato non cambia colore, non subisce dilatazioni, è super resistente e mantiene le sue qualità nel tempo.

I suoi committenti saranno felicissimi del risultato?

Penso di sì anche se non si aspettavano che la loro casa diventasse meta di turisti che si arrampicano sul pendio per fotografarla…

D’altra parte, non è la prima volta che un suo progetto è al centro dell’attenzione…

In effetti è vero: ricordo sempre ai miei collaboratori che lo studio ha conquistato ‘un pezzettino’ dell’Oscar assegnato a La grande bellezza perché nel film l’unica casa contemporanea in mezzo alle ‘bellezze’ della Roma imperiale è proprio un progetto del nostro studio.

foto di Jacopo Mascheroni – testo di Laura Ragazzola