In occasione del centenario del Bauhaus, Knoll celebra il suo legame con Marcel Breuer, Mies van der Rohe e la celebre scuola di architettura. Con edizioni speciali e il rinnovato impegno a dare un futuro alla storia

Avere radici nella memoria di una collettività e farle vivere nel presente è una responsabilità riservata a pochi: un onore senz’altro, ma anche un atto dovuto verso una storia che nasce particolare per poi divenire universale. Come quella che unisce Knoll e il Bauhaus, scenario entro il quale si è svolta una delle più intense battaglie per l’affermazione di quel moderno industriale di cui Knoll sarà emblema assoluto.

Ma non si tratta solo di una storia da declinare al passato: oggi quando si parla di Knoll si pensa a un abaco di materiali ed elementi compositivi del progetto che sono non solo quelli della modernità bauhausiana, ma quelli di sempre, di tutta la modernità senza tempo. E allora come oggi a mantenere chiara l’identità dell’azienda sono le persone e i designer che hanno sempre fatto sì che un autore, quando progetta per Knoll, ne sposi la visione diventando parte della sua storia.

Proprio come avvenne quando a creare la liaison tra Bauhaus e Knoll, portando dentro l’azienda rispettivamente Ludwig Mies van der Rohe e Marcel Breuer, sono stati due grandi personaggi: Florence Knoll, recentemente scomparsa, e Dino Gavina. Ma andiamo con ordine.

Mies nel 1930 era diventato il terzo direttore del Bauhaus, scuola di cui cercherà di rispettare lo spirito critico sul quale era stata fondata, pur sottolineando la mission di adeguamento alla modernità industriale della nuova classe progettuale tedesca. L’architetto era reduce dall’esperienza del Padiglione tedesco all’Expo di Barcellona nel 1929, che gli aveva tributato fama mondiale grazie a un’architettura capace di coniugare l’essenzialità dell’archetipo e la sintesi del manifesto, espressione paradigmatica del celebre “Less is More”.

Nel 1928 Mies si era inserito nella ricerca sul mobile razionalista in tubolare metallico, simbolo della modernità, con la poltroncina-sedia MR20, da cui presero vita altre varianti (chaise longue e poltroncine), che saranno poi riunite nella collezione MR. Ma l’emblema assoluto di questa modernità è proprio la celebre Barcelona, la poltrona che il maestro disegna per il padiglione Barcellona all’Esposizione Universale del 1929, un vero trono contemporaneo che oggi viene ripresentato in limited edition. Questa seduta è un ponte tra passato e futuro – come solo le icone riescono a fare – che ricorda l’incrocio della sella curulis dei re romani, qui realizzato in un metallo cromato e lucido che riflette lo spazio circostante. È chiaro che Mies van der Rohe non vuole una seduta senza storia, ma vuole dare un futuro alla memoria, lanciando un nuovo senso estetico basato sull’asciuttezza piuttosto che sulla ridondanza. Ciò che della sua esperienza egli porterà dentro la didattica è proprio quest’idea di una modernità senza tempo, del possibile connubio tra passato e futuro sulla scorta di un nuovo modo di produrre, che supera le barriere tra industriale e artigianale.

Questa libertà andrà a scontrarsi col clima repressivo della politica filo-nazista e costringerà il Bauhaus alla chiusura, nel 1933, e conseguentemente il maestro al trasferimento negli Usa. Qui egli diventerà direttore del Dipartimento di Architettura del Armour Institute (poi Illinois Institute of Technology) e proprio durante i suoi anni di docenza conoscerà un’allieva promettente, Florence Schust, futura moglie di Hans Knoll. Questo incontro segnerà indissolubilmente le vite di entrambi i protagonisti: quella di Florence, che in Mies troverà un mentore e un punto di riferimento culturale assoluto; quella del grande maestro, che nella famiglia Knoll troverà, a partire dal 1948, l’interlocutore perfetto per realizzare in esclusiva il suo progetto di mobile moderno.

Un progetto che, pur inserendosi nell’International Style di stampo razionalista, avrà sempre una sua precisa e autonoma identità. Dalla prima edizione della Barcelona Collection nel 1948, fino alla MR Collection nel 1964, i capolavori di Mies van der Rohe dei tardi anni ’20 saranno consegnati non solo alla storia dell’architettura, ma anche a quella del design, grazie all’opera di ingegnerizzazione, serializzazione e distribuzione della Knoll International. La loro essenziale eleganza è testimonianza del genio di uno dei più grandi architetti del XX secolo, ma soprattutto segno di una modernità che non conosce confini geografici o cronologici. La stessa che troviamo anche in Marcel Breuer, altro protagonista della vicenda Bauhaus che entrerà a far parte della storia Knoll.

Risale al 1968, infatti, uno dei sodalizi più fruttosi nella storia del design d’impresa, quello tra Gavina e Knoll. In quell’anno si realizza la fusione e gli stabilimenti dell’ex-Gavina a Foligno – disegnati niente poco di meno che da Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1963 – sono ancora oggi uno dei cantieri trainanti della produzione europea e mondiale della Knoll. Tra i primi e più longevi risultati di quest’unione è la Collezione Breuer che dal 1969 diviene uno dei punti fermi del catalogo Knoll, con un successo imperituro.

La nascita della collaborazione risale al 1962, quando Dino Gavina parte dall’Italia alla volta di New York per incontrare Breuer. L’imprenditore bolognese vuole proporsi a lui come produttore dei suoi mobili, per rieditarne i capolavori da qualche anno usciti di produzione. Nel suo stile unico, Gavina si presenta allo studio Breuer come a un vero appuntamento amoroso, con tanto di enorme mazzo di rose, strappandogli insieme al sorriso anche il permesso di riedizione.

Breuer è un progettista che sintetizza al meglio gli ideali Bauhaus, di cui è stato prima allievo e poi docente. Quando nel 1922 assiste alle lezioni di Wassily Kandinsky, che immetterà nella scuola l’influenza dell’astrattismo pittorico, imparerà a percepire le potenzialità della forma essenziale. Simbolo di questo debito culturale è la poltrona Wassily, che utilizza come struttura portante il tubolare metallico, probabilmente desumendolo da quello delle biciclette. Con essa la destrutturazione del mobile moderno è pienamente avviata e il passaggio successivo sarà una seduta a sbalzo o cantilever, la Cesca, in grado di rinunciare persino a due delle consuete quattro gambe, che verranno assorbite in una struttura tanto elastica, quanto leggera visivamente e fisicamente.

Per Breuer il bisogno di sperimentazione non si estinguerà con gli anni del Bauhaus, ma presto il clima politico tedesco porterà anche lui all’emigrazione, prima in Europa e poi negli Stati Uniti. Qui – come Mies – troverà una seconda patria, insegnando a Harvard, grazie al sostegno di Walter Gropius, anch’egli emigrato per analoghe ragioni. Nel 1966 vedrà la luce il suo Whitney Museum a New York (oggi MET Breuer) su Madison Avenue, uno dei simboli che faranno di Manhattan l’epicentro culturale della contemporaneità. E proprio da New York partirà una strada che porterà il design di Breuer a essere nuovamente prodotto in Europa, questa volta negli stabilimenti Gavina in Italia, e da qui nuovamente distribuito nel mondo grazie alla Knoll International. Una storia che ancora oggi conferma che la modernità risiede tanto nei fatti storici quanto nello spirito del tempo che ne rinnova la scelta.

Testo di Domitilla Dardi