Nel 2014 Chiara Alessi, uno dei più interessanti giovani critici di design, pubblica un volume intitolato “Dopo gli anni Zero”. Improvvisamente l’approccio è cambiato: non si parla più di storia, non si parla più di ‘maestri’. Una generazione nuova prende la parola e si auto-storicizza. Esce in questi giorni un secondo volume, Design senza Designer, in cui l’autrice completa “l’affresco dopo gli anni Zero”, raccontandoci una scena dove non solo i designer non sono più gli stessi, ma nemmeno le aziende e nemmeno i meccanismi che sottostanno ai processi. Si produce in un modo diverso, si distribuisce in un modo diverso, persino si critica in un modo diverso. Da qui il desiderio di porre a Chiara alcune domande, ‘alla vecchia maniera’.

La prima domanda deve essere fatta a libro chiuso, potendo guardare solo la copertina: credi davvero che possa esistere un design senza designer? O piuttosto può (potrà) esistere un design con designer differenti?

No, non lo credo, e infatti basta aprire il libro per capirlo. Oppure leggere il retro della copertina, molto ben sintetizzato da Bianca Laterza che scrive: “un’incursione nei mestieri del design, designer a parte”. La tesi del libro non è che il design si faccia senza designer, anzi! Piuttosto ho provato a immaginare che, in questo momento storico, lo strumento più interessante con cui guardare al design italiano degli anni Dieci, potesse essere un osservatorio composto da “non designer”. Raccontare il design attraverso professionisti che operano dietro la tenda del prestigiatore o che parimenti ambiscono al loro ‘quarto d’ora di celebrità’, ma che non sono i designer tradizionali a cui siamo abituati a pensare. Nel periodo che forse verrà ricordato per lo slogan (per me ideologico) “tutti sono designer”, ho deciso di scrivere un libro di design, proprio senza parlare dei designer.

La seconda domanda riguarda l’introduzione. Sostieni, ricordando la caccia al nome (il chi c’è – chi non c’è) che si era scatenato dopo l’uscita del tuo primo libro (“Dopo gli anni Zero”) che “i nomi (dei designer) sono meno importanti dei sistemi a cui rispondono”. Questo è vero anche in Italia dove non è mai esistita una scuola coerente e riconosciuta, ma piuttosto un fiume di singoli straordinari creativi?

Sostengo, come scrivo nell’introduzione, che nei casi di cui mi interesso i designer sono ‘meno importanti’. Non certo in assoluto e non certo, per esempio, rispetto alla storia del design italiano a cui immagino pensi tu, fatta invece di nomi, di eccezionalità. Invece, nelle poetiche che ho scelto in “Dopo gli anni Zero” per raccontare la complessità della nuova scena italiana, ho dato meno risalto ai nomi perché mi premeva di più ragionare sui complessi che sui singoli. Nella mia lettura – che ricordiamo era un’istantanea del presente dopo gli anni Zero – i personaggi apparivano come esemplari delle diverse e complesse modalità di avvicinare la professione: non erano neanche al centro dell’immagine, erano volutamente sfocati, perché mi interessava appunto di più la nebulosa che si riusciva a percepire. In questo nuovo scatto c’è un passaggio ulteriore, dato che i personaggi che compaiono nella foto non sono designer.

Ipotizzi l’esistenza di una sorta di design a ‘Km zero’, ove a ciascuno di noi non solo sia garantito il diritto di scegliere un oggetto, ma la possibilità di entrare a far parte della catena creativa dell’oggetto stesso, attraverso fenomeni di personalizzazione, di custom made o addirittura di taylor made. Una possibilità che alla fine potrebbe coincidere con l’ideologia del ‘fatto in casa’ o di un design appunto senza designer (tutti designer? nessuno designer?). Si tratta di una risposta alla crisi dell’industria o di una reale alternativa?

Io non ipotizzo questo scenario come il migliore, né come la giusta risposta. E comunque penso che per un buon esito il designer sia imprescindibile, anche oltre il design in senso stretto. Mi limito a registrare il fatto che siamo in transito da un momento storico in cui si pensava al ‘design per tutti’ a un momento in cui si pensa al ‘design per ciascuno’.

Questo sta avvenendo non solo in Italia e non solo nel product design. Basti pensare al design dei servizi, della comunicazione, a come le multinazionali dell’informazione generino contenuti “intorno a te”. Io credo che l’industria, o le industrie più avvedute e più attente, abbiano già applicato questa soluzione ai loro prodotti “lo facciamo bene, lo facciamo in Italia, e lo facciamo solo per te”, ma che questa non sia un’alternativa industriale al ‘fatto in casa’. Non è una risposta, è un trend e ha più a che fare con la sociologia e il costume che con l’economia: la gente si fa l’orto per mangiare i propri prodotti, ma questo non fa sparire i contadini o le aziende ortofrutticole. Certo che se questi ultimi chiudessero gli occhi di fronte all’esigenza della gente di sentirsi parte del processo, di sentirsi garantire un percorso di qualità o almeno di conoscerlo, resterebbero indietro.

Giustamente sottolinei come “quella del design sia diventato un tema più centrale dell’architettura nel dibattito economico e politico” e, potremmo aggiungere, nell’immaginario collettivo. L’architettura continua infatti ad essere vista dal pubblico generico come imposta e immodificabile. Questa è senz’altro una conquista per il design, tuttavia mi chiedo se non comporti anche una sorta di spettacolarizzazione, di banalizzazione, per non dire di volgarizzazione dei contenuti del design stesso?

Sì, condivido la stessa preoccupazione, con una premura in più: io non ho studiato architettura, non sono una storica del design, e questo mi pesa ogni volta che mi addentro – a modo mio – in questi temi, rispetto ai quali gli integralisti del settore faticano a legittimarmi. Al tempo stesso credo che un valore da difendere, in tempi di cronaca drammatica, sia proprio quello del laicismo e dell’eterodossia.

E poi mi preme un’altra cosa ancora: come si fa a parlare all’immigrato, allo studente, al professore, alla madre, all’architetto? In fondo io scrivo libri pur sempre per poche migliaia di persone. Dobbiamo capire se ci interessa preservare un discorso di qualità per una nicchia o aprirci al rischio di semplificazioni per rendere accessibile un ragionamento intorno a fatti che già riguardano tutti, o dovrebbero. Io ho scelto di rischiare. Infatti nel libro parlo di argomenti ritenuti ‘banali’, appunto, di quelli che chiamo ‘i luoghi comuni’, nel senso di ‘topoi’ (made in Italy, manifattura, distretti produttivi, retail, comunicazione), di norma evitati accuratamente, in Italia, da chi dice di far critica. Penso che vadano tutti riaperti e ridiscussi, alzando la qualità dei toni.

Alla fine del volume segnali che la modificazione avvenuta nella comunicazione del design, con una sostanziale rinuncia alla critica operante, ha portato i singoli designer a divenire critici, o quanto meno illustratori, del proprio lavoro. Questo non comporta un’ambigua commistione degli ambiti?

A questa domanda dovresti rispondere tu, che da anni percorri abilmente questo mondo senza farti imbrigliare dai confini disciplinari o presunti tali. E comunque non so se sia l’assenza di una critica operante ad aver trasformato i designer in critici/pr di loro stessi, o un narcisismo dilagante: ‘esserci’ a tutti i costi. E poi c’è la necessità del progettista di estendere il controllo a tutti gli aspetti possibili del proprio lavoro: se fosse possibile verrebbero a casa a dirti dove devi appendere la lampada. Ecco: tutti si sentono designer forse perché i designer si sentono di poter essere tutto…

Nella gallery fotografica alcuni dei personaggi intervistati da Chiara Alessi nel suo ultimo libro “Design senza designer”, in uscita a gennaio per i tipi di Laterza.

Testo di Marco Romanelli – Foto di Diego Alto