Da Le Corbusier agli Eames, sono molti i progettisti che, in passato, si sono affidati a scritti, disegni e video per raccontare il proprio universo immaginifico. Un’attitudine che oggi si rinnova mediante diverse modalità di comunicazione

 

di Domitilla Dardi

 

Uno dei tratti che unisce i designer contemporanei è l’attenzione alle strategie di comunicazione. Fondamentale è la scelta a monte del messaggio da diffondere: la notizia sull’ultimo prodotto? Una nuova ricerca sul processo? O, ancora più in senso lato, una complessiva filosofia progettuale?

Lo storytelling prende oggi uno spazio sempre maggiore e la scissione tra progetto del prodotto e quello della comunicazione non è più ammessa. La formula più radicale è quella di progettisti che arrivano a utilizzare la narrazione andando oltre al prodotto stesso.

Lo storytelling ‘estremo’, infatti, non prevede il riferimento a un progetto specifico e al centro viene messa la storia in sé, una narrazione più potente nel trasferire un pensiero di quanto non lo sia un oggetto già pronto per essere distribuito e consumato.

Antonio Aricò di recente ha divulgato la storia di Nirù, un pupo calabrese, una marionetta realizzata da suo nonno seguendo un suo progetto. È un oggetto rurale, tradizionale, antico “un moro che non è un guerriero ma che tiene in mano un ramo d’ulivo”, come lo descrive l’autore stesso. Il testo che lo accompagna è essenziale, quasi un haiku mediterraneo, poche parole per restituire un’immagine, una visione, un’intenzione.

Un video in preparazione, un documentario sul sapore del progetto di Aricò, accompagna la storia di questo feticcio ancestrale. Tutto questo parla in maniera molto efficace dell’universo al quale Antonio fa riferimento, l’anima delle cose che egli sta sempre più distintamente esprimendo nei suoi progetti, anche quelli per l’industria, quando quest’ultima glielo consente.

Anche Mario Trimarchi, designer che con l’industria lavora costantemente, sceglie sempre più spesso di raccontare la sua visione tramite disegni che sono finestre sul suo mondo o scritti che sembrano apparentemente non avere nulla a che fare con la notizia sul prodotto ed esprimere tutto, al contrario, su quello che motiva il progettare in sé.

I mezzi si aggiornano, ma in realtà sono stati molti i designer del passato più o meno recente che si sono affidati alla narrazione senza prodotto per raccontare il loro universo progettuale. Tutti grandi inventori di nuovi codici linguistici e modalità comunicative.

Nel 1924 Le Corbusier, ne “L’arte decorativa”, assassinava letteralmente l’idea di arte applicata, scegliendo di schierarsi per il design attraverso il sostegno a produzioni industriali che andavano dai bidet ai bicchieri da osteria, senza citare mai un suo singolo progetto e men che mai un prodotto (che era ben al di là dal divenire realtà spendibile sul mercato).

Tra i più grandi esperti di narrazione senza prodotto troviamo anche gli Eames che collaborano con IBM creando documentari e mostre senza mai fare riferimento a un computer. Il loro video “Power of Ten” è, per esempio, un grande omaggio alle scale di grandezza che vanno dall’infinito cosmico alla minima particella rilevata nella materia: un tema che si addice all’intelligenza computerizzata e ne espone efficacemente la potenza di applicazione in modo decisamente più evocativo di quanto non possa fare la presentazione dell’ultimo modello di calcolatore.

Anche Bruno Munari, quando spiega il suo metodo progettuale, inventa l’analogia con la ricetta di cucina, senza mai riferirsi a uno dei suoi grandi successi. La descrizione del processo creativo mediante un linguaggio popolare e comune, come quello della preparazione di un risotto agli spinaci, si rivela un autentico colpo di genio nel trasferire ai più i passaggi di un sapere tecnico, sino ad allora riservato ai soli addetti ai lavori. E anche la sua intuizione del “Compasso d’oro a ignoti” è una forma di narrazione dove il prodotto è sempre quello degli altri, sebbene la visione progettuale sia sua al 100%.

Anche la scrittura pura è stato un mezzo straordinario per molti designer. Uno su tutti, il Sottsass delle “Ceramiche delle tenebre”, dove venivano raccontati mondi antichi e le pratiche ceramiche frammiste alla vita e alla storia degli uomini. Oltre alle parole, lo storytelling estremo si avvale delle immagini, in particolare quelle dei disegni fatti a mano. E qui si potrebbe scrivere un’intera storia del design senza prodotto, fatta di schizzi, veri accessi privilegiati a quel brivido che dalla mente scorre sulla mano per poi fermarsi sul foglio.

Vengono in mente – tra quelli più recenti – gli acquarelli dei fratelli Bouroullec, disegni per catturare un’idea, o anche solo per canalizzare attraverso una prassi costante la compulsione al progetto. E anche il video che accompagna questi disegni ritrae una mano che, come un plotter naturale, traccia un encefalogramma progettuale che sembra quasi un mantra. O un modo per distillare nel tempo un’idea che solo in alcuni casi germinerà fino a divenire prodotto.

Di sicuro una terapia sono stati i disegni per Alessandro Mendini, che attraverso i suoi mostri esorcizza quelli che, insieme al poeta Erri De Luca, sono stati chiamati di recente “Diavoli custodi”. Ma forse il mezzo più estremo dello storytelling è quello della curatela di un’intera mostra che espone oggetti non propri, manifestando un’idea di progetto che invece è intrinsecamente di chi la va a pensare.

In tema di narrazione fatta tramite gli oggetti, però, forse avremmo tutti da imparare da Emilie Muller, protagonista di un geniale cortometraggio del regista Yvon Marciano (1993). La storia è quella di un provino per una parte in un film e Emilie è una delle aspiranti al ruolo. Il regista le chiede di improvvisare un monologo partendo dalla descrizione degli oggetti che sono contenuti nella borsa che è su un appendiabiti alle sue spalle.

L’attrice racconta storie che partono da un anello, un biglietto aereo, un giornale e quant’altro, con dovizia di particolari: ogni oggetto è un pretesto per una narrazione e apre a contesti, situazioni, relazioni. Sul finale la ragazza viene liquidata col più classico dei “Le faremo sapere”, per essere poi prontamente inseguita quando il regista scopre che la borsa in realtà non apparteneva affatto all’attrice, ma a una segretaria di produzione.

Ecco, forse, tutti quelli che raccontano storie sugli oggetti hanno tanto da imparare da quella ragazza che esplicita il suo talento di cantastorie con il contenuto di una borsa altrui. Perché, in fondo, ogni storia è un’invenzione o una finzione, ma soprattutto un modo per dire come la vediamo.

 

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Mario Trimarchi, “Dancing Architecture”, disegno a inchiostro e matite colorate su carta di cotone, 2018.
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Alessandro Mendini, disegno per “Diavoli custodi”, Feltrinelli, Milano, 2018. Il disegno fa parte di un volume scritto da Erri De Luca e illustrato da Mendini. Designer e poeta dialogano a distanza attraverso il comune mondo interiore dei mostri che incarnano le paure, analizzate, esorcizzate e in fondo rese presenze costanti e quasi amiche.
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Antonio Aricò, Nirù, 2018. Il designer calabrese progetta un 'pupo' in ebano, stoffa e ottone, che viene realizzato da suo nonno. Certamente non un prodotto, bensì un feticcio simbolico che rappresenta origini e appartenenza dell’autore, Nirù è anche un modo di riflettere sugli stilemi tradizionali della mediterraneità e sul nostro rapporto con l’altro che arriva dal mare.
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Antonio Aricò, Nirù, 2018.
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Antonio Aricò, Nirù, 2018.