Coal Drops Yard è il mega progetto che riqualifica l'area dietro la stazione londinese di King’s Cross. Il designer e architetto inglese Thomas Heatherwick ce lo racconta ed esprime il suo pensiero su società e social network

Progetto Thomas Heatherwick
Foto courtesy Hufton + Crow, Luke Hayes, Marcus Hawk

“La mia passione è l’elemento umano e il mondo pubblico che condividiamo”, afferma Thomas Heatherwick, designer e architetto inglese da alcuni anni sotto i riflettori per progetti d'avanguardia spesso volti a congiungere le persone, come gli spazi museali o il nuovo autobus a due piani.

Dietro la celebre stazione londinese di King’s Cross (nuova zona cool della capitale con la scuola Central Saint Martins e il futuro quartier generale di Google, progettato sempre da lui con il danese Bjarke Ingels/BIG), Heatherwick ha collegato quelle che definisce “due barrette spezzate di KitKat” con una nuova copertura, dalla forma sinuosa e ludica, come se una mano gigante avesse schiacciato le due porzioni di tetto unendole in un ‘bacio'".

Realizzata con una struttura in acciaio, vetro e legno “degna di uno stadio di calcio”, ha creato una nuova piazza, il Coal Drops Yard. Un luogo urbano per la vita sociale, con la stessa superficie esterna di quella del Centre Pompidou, nato dalla ristrutturazione di depositi del carbone di epoca vittoriana. Questa non è una zona qualsiasi per Heatherwick: vi abita da quasi vent’anni e ha qui il proprio studio; e gli sono serviti due decenni affinché la sua voce venisse ascoltata, “per essere credibile e avere delle opportunità”, ed è stato anche grazie alla rivoluzione digitale che è cambiato tutto.

Lei dove sarebbe senza la rivoluzione digitale?

Buona domanda. Sono sicuro che il mio studio sarebbe in una realtà molto più piccola. Abbiamo lavorato per un buon numero di organizzazioni che non esisterebbero se non ci fosse stata questa rivoluzione, come per esempio Google (per la quale Heatherwick sta realizzando progetti sia in California che a Londra, in collaborazione con lo studio danese BIG, ndr).

A un livello più profondo, la rivoluzione digitale ha diminuito l’importanza del mondo fisico. Improvvisamente, per esempio, è sembrato che non avessimo più bisogno di libri, che adesso sono invece tornati in auge, fatti meglio e più venduti di prima: la gente ne ama la fisicità, il design, la qualità, l’odore.

Come nasce la copertura del Coal Drops Yard?

Dal fatto che avevamo questi due edifici di circa 170 anni fa, costruiti per ricevere otto milioni di tonnellate di carbone, non certo per la gente. Se ci progetti dentro una nuova via per lo shopping, si creano certe dinamiche umane, come quelle che ritroviamo, estreme, negli shopping mall in giro per il mondo. Avevamo questo paio di edifici strani, troppo distanti tra loro per sostenere un interesse visivo o per un tipo di fruizione convenzionale. Siamo quindi dovuti intervenire per aiutare la gente a riunirsi. La cosa che ho trovato interessante è che non ci fosse un 'cuore'. Se avessi detto, “vediamoci al Coal Drops”, dove ci saremmo incontrati?

Ha creato quindi un centro…

C’è anche da dire che il clima inglese non è quello italiano: qui piove spesso e questa piazza coperta crea un riparo e, allo stesso tempo, un focus. Non sono un esperto di Feng Shui, ma sembrava proprio che a quelle due stecche spezzate servisse una ’cura’ che le unisse. Non volevamo appiccicarci sopra un nuovo elemento, ma abbiamo fuso le due parti di copertura che in quella porzione dovevano essere ricostruite. Abbiamo creato quindi 2000 metri quadrati di nuova superficie coperta, con sotto questo spazio aperto.

Quanto conta il gesto spettacolare in architettura?

I grandi gesti fine a se stessi non hanno importanza. Quel che conta è il pensiero, che qualche volta si manifesta in modo eclatante. Devo dire che avevamo un budget molto limitato per realizzare il progetto. Londra ha già una lunga tradizione di centri commerciali ricavati in vecchi edifici di epoca vittoriana – tipo Covent Garden – e quindi era necessario creare qualcosa che fosse in qualche modo dirompente, accattivante, senza precedenti. Era importante sentire la profondità della storia senza rimanerne imprigionati.

Ha affermato che le piace progettare spazi sociali. Quelli virtuali - i social network e i new media - quanto sono importanti? Ritiene che possano essere un veicolo per amplificare le voci dell’architettura?

È incredibile la velocità con cui essi espongono e diffondono le nuove idee, ma molto spesso fanno vedere soltanto l’immagine e non le idee che stanno dietro. Questo è un pericolo perché la gente risponde in modo immediato, superficiale, consumistico, fine a se stesso.

Parlando di grandi mutamenti e di sostenibilità, quale potrebbe essere il progetto che cambia il mondo?

Stiamo ancora cercando una vera risposta a questo quesito. La cosa eccitante è che l’architettura e il design del mondo che ci circonda sono, se possibile, la cosa più complessa da pensare e realizzare. Un cervello solo non può assumersi questo impegno.

Quello che è considerato sostenibile – non solo la quantità di energia utilizzata da un edificio ma anche il processo con cui viene generata, il suo impatto sociale e la vita delle persone coinvolte – cambia continuamente a seconda del ritmo più o meno accelerato con cui impariamo cose nuove. Penso sia importante che la gente non si disperi ma che mantenga l’ottimismo e la fiducia. Non bisogna rimanere paralizzati, ma evolversi e accogliere gli stimoli delle nuove dimensioni sociali.