L’anno appena trascorso è stato particolarmente intenso per Giorgio Armani. Ha celebrato i (primi) 40 anni della sua azienda, in concomitanza con Expo Milano 2015, di cui è stato Special Ambassador per la moda, inaugurando il nuovo spazio espositivo Silos e allestendo nel celebre teatro delle sfilate di via Bergognone, progettato da Tadao Ando, la mostra dei grandi progetti-contract d’interior design nel mondo (vedi Interni, giugno, 2015), proprio a fianco della presentazione della nuova collezione Armani/Casa.

Non troppo distante da questo ‘personale’ distretto, ha poi riaperto, in via Monte Napoleone, la boutique ospitata nello storico palazzo Taverna (dove abitò il poeta Carlo Porta) che restituisce in modo paradigmatico il cross-over e gli innesti creativi del suo lavoro, proiettandone i valori duraturi – savoir faire e segno emozionale – nel futuro.

L’architettura è sobria e monumentale al tempo stesso; gli spazi, su tre livelli, sono collegati da una nuova maestosa scala ellittica, in metallo con finitura platino e gradini in onice extrawhite, e personalizzati ambiente per ambiente. Capi e accessori d’abbigliamento possono così dialogare e imbastire vibranti trame materico-cromatiche con le sedute, le lampade e i tappeti appartenenti tutti alla più recente collezione Armani/Casa, rivisitata ad hoc.

Ciascun pezzo, a modo suo, risulta protagonista della preziosa mise en scène, corrispondendo a una precisa filosofia estetica: ricerca un’essenzialità libera da orpelli e racconta che, se la capacità di uno stilista sta nel captare un’atmosfera e trasformarla in tendenza, in questo re Giorgio è davvero maestro.

Evocativo di quel dinamismo con cui la sua attività si è sempre distinta resta invece l’Armani/Silos di via Bergognone, un deposito industriale degli anni Cinquanta trasformato in spazio museale, il risultato di un intervento di restauro e riqualificazione seguito direttamente e così commentato: “Ho scelto di chiamarlo Silos perché lì venivano conservate le granaglie, materiale per vivere.

E così, come il cibo, anche il vestire serve per vivere. Decidere che cosa esporre e con quali modalità, mi ha aiutato a ripensare 40 anni di lavoro. Anche nella moda, infatti, che sembra respirare in un eterno presente, ricordarci come siamo stati aiuta a capire come potremo essere”.

In questo caso, l’edificio ha conservato in primis la sua curiosa forma originaria che ricorda quella di un alveare; una massa compatta interrotta dalla finestra a nastro che ne segna il perimetro come una corona. Gli spazi interni sono stati organizzati secondo uno schema distributivo a basilica con un ‘foro’ aperto a tripla altezza sul quale si affacciano due livelli di navate laterali.

La scala centrale, che ne collega i quattro livelli, lascia percepire a chi sale la grande altezza e la dimensione (4500 mq) del luogo, caratterizzato da soffitti dipinti di nero, pavimenti in cemento grigio, strutture in ferro a vista, come gli impianti elettrici, di riscaldamento e raffreddamento. E’ la visione di un’architettura, semplice ma maestosa, al tempo stesso, rispettosa, come d’abitudine, del genius loci.

Foto di Davide Lovatti – Testo di Antonella Boisi