A quattro anni dalla laurea alla Eindhoven Design Academy, il designer spagnolo Nacho Carbonell (Valencia, 1981) continua il suo viaggio nella sperimentazione. Dal suo studio affiorano oggetti ideati come organismi viventi, dotati di personalità, comportamenti propri e dalla spiccata propensione narrativa e relazionale. “Luciferase” è l’ultima collezione di lampade, realizzata per la galleria BSL, che si ispira a micro organismi marini, capaci di sopravvivere producendo luce negli abissi. Ibridazioni fra scultura e funzione, design e arte contemporanea, natura e prodotto, primitivo e sofisticato, le creazioni di Nacho sono ispirate alla biologia e al principio di adattamento.
Nella precedente intervista, abbiamo chiesto ad Aldo Bakker chi fosse il designer olandese più onesto in circolazione. A sorpresa è spuntato il nome di un suo studente spagnolo e olandese di adozione: Nacho Carbonell. Noi lo abbiamo incontrato al Salone del Mobile di Milano, alla galleria Rossana Orlandi, e lui ha colto l’occasione al balzo per rispondere all’apprezzamento di Bakker, svelando il regalo più prezioso ricevuto dal suo maestro e dalla Design Academy. “L’autodidattica”, dice senza incertezze Nacho, “è fondamentale se vuoi sopravvivere e diventare indipendente”.
Dopo “Skin”, “Fertility Cave”, “Evolution” e “Diversity” – nomi importanti legati alla natura – è ora il turno di “Luciferase”, che sembra avere una connotazione più mistica. Cosa vuoi raccontare con questo nuovo progetto?
A dire il vero, se controlli la parola “Luciferase” nell’enciclopedia, scoprirai che la parola si riferisce a una classe di enzimi ossidanti usati nella bioluminescenza, organismi microscopici capaci fare luce. Poi il nome deriva da “Lucifer” che può sembrare un po’ mistico… Ma la storia che voglio raccontare parla ancora di biologia. Riguarda infatti gli animali degli abissi che cercano di adattarsi in un ambiente completamente buio. “Adattamento” è una parola che adoro e la uso continuamente perché è fondamentale per sopravvivere.
Descrivi la tua immaginazione.
La mia immaginazione – come tutti, credo – viene dai miei ricordi, dal mio passato. Le mie esperienze sono ancora vive e riescono a emozionarmi tutt’oggi. Hanno una specie di odore che riesce a trasportarmi indietro nel passato. Ma il nostro passato personale va inteso in senso più generale: il passato dell’uomo. La tecnologia oggi ci permette di tornare indietro al nostro lato più primitivo, che è parte fondamentale di ognuno di noi e che non dobbiamo dimenticare.
Cosa sognavi di diventare da bambino?
Quand’ero a scuola sognavo di diventare biologo marino. Immaginavo di poter nuotare con i delfini, ma per farlo avrei dovuto essere un ottimo studente, cosa che non ero al tempo. Ogni tanto è frustrante, ma tutt’oggi faccio immersioni a Valencia ed è molto rilassante. La casa dei miei nonni è sul mare e quando apro la porta sono già sulla spiaggia. Mi ispiro spesso ai miei ricordi d’infanzia, anche se sono inconsci. Quando sono in un momento di stress e cerco di creare qualcosa, devo solo tornare a quei ricordi.
Quando hai sentito l’urgenza di diventare designer?
Penso di averla sempre avuta, ma è una sensazione scoperta da poco. Credo sia cominciata quando ho finito le scuole superiori e sono andato per la prima volta negli Stati Uniti a frequentare un altro anno di scuola, perché non sapevo cosa e dove studiare.
Sono stato un pessimo studente per tutta la mia vita, ma negli Stati Uniti ho scoperto i laboratori specializzati nell’uso di materiali e strumenti. E qui ho capito che per me non erano semplici lezioni, ma divertimento. Così, tornato in Spagna, ho scoperto che c’era un campo di studi chiamato “design” (mai sentito prima): potevo costruire cose, le mie cose, senza budget (più o meno come ora) e ho pensato: wow, si può fare? È questo ciò che voglio fare. Così ho deciso di iniziare.
E quando hai deciso di trasferirti a Eindhoven?
Dopo la laurea in disegno industriale a Valencia mi sono reso conto che per vent’anni, prima dell’università, avevo studiato qualcosa che non capivo o non mi piaceva. Poi ho iniziato a studiare qualcosa che mi piaceva davvero, ma era durato solo tre anni… Potevo considerarmi un designer? No di certo, era solo un inizio. Così ho cercato un’altra scuola e questa volta all’estero perché avevo bisogno di cambiare ambiente, aprire la mente a nuovi stimoli e scoperte. Così ho scelto la Design Academy di Eindhoven. Diversi professori mi hanno consigliato questa scuola e il Royal College of Art di Londra. Quando sono arrivato mi sono subito trovato bene in un ambiente così internazionale. Qui ho scoperto una cosa importante: si può imparare dagli studenti tanto quanto dagli insegnanti: una vera lezione di vita, un’esperienza che è valsa la pena di fare.
Lavorare in un luogo particolare come una chiesa sconsacrata ha influito molto sul tuo processo creativo?
Purtroppo non lavoro più in quella chiesa. Era enorme, emozionante e in più è stato il punto di partenza della mia carriera. Per me ha avuto un valore simbolico in molti sensi. Quando ho dovuto lasciarla è stato come ricevere un colpo alle parti basse. È una chiesa dei primi Novecento, un monumento impressionante e la prima a Eindhoven a essere costruita completamente in mattoni. Ora lavoro in due spazi: il primo è uno squat ma è una location temporanea, l’altro è uno spazio che affitterò e sta ai margini della città, comodo come struttura, ma l’atmosfera della Chiesa è impagabile.
La città di Eindhoven ti ha aiutato a costruirti una carriera, come?
La chiesa è stata un grande aiuto, e un grande stimolo a lavorare. Ho ricevuto anche dei sussidi dal programma “Incubator”. Credo sia più facile ricevere sussidi nei Paesi Bassi che in Spagna.
Nei tuoi pezzi tornano elementi connettivi: tubi, rami, budella, contenitori. Perché?
Attraverso il mio lavoro cerco di mettere in connessione le persone e mostrare l’importanza di un oggetto che riesce a emozionare e creare un legame fra le persone e fra le persone e il prodotto. Tutto il mio lavoro si basa sulle relazioni. Viviamo in società e anche se qualche volta puntiamo a un maggiore individualismo, spesso sembra impossibile raggiungerlo. Soprattutto oggi, così bombardati dai social network e da relazioni deboli: ci sentiamo persi quando non siamo connessi e io credo che questa sia una delle dipendenze negative del nostro tempo.
Quante volte controlli la tua mail o il tuo account su Facebook?
Non sono iscritto a Facebook, ho solo un indirizzo mail che cerco di controllare il meno possibile, anche se è difficile. Per me l’ideale sarebbe poter lavorare concentrato sui miei progetti, senza l’ausilio di social network. Sono una persona socievole e preferisco il rapporto faccia a faccia.
Sei riuscito a produrre il tuo progetto “Por las ramas”, i rifugi monopersona in cellophane organico?
È un progetto molto difficile da produrre, come puoi immaginare. L’ho cominciato quand’ero all’università e mi stavo laureando. Era più che altro un esercizio di stile. Viviamo in una società che dà l’impressione di abitare in modo statico in un solo posto, ma al contempo siamo nomadi. Mi sembra di avere base a Eindhoven, ma ora sono qui a Milano. Viviamo in modo veloce, e “Por las ramas” è stato un esercizio per capire come avremmo potuto sviluppare oggetti in modo differente, copiando la natura. Ma anche come creare oggetti temporanei che usiamo e poi lasciamo sparire naturalmente. Qualcosa di molto vicino al ciclo di vita di un oggetto.
Ogni pezzo che costruisci a mano è unico e ha una storia da raccontare. Puoi descrivere il tuo processo creativo?
È difficile farlo. A volte è caotico, altre no. Cerco di seguire degli step ma spesso l’ordine cambia. Spesso inizio da uno schizzo o dalla maquette, altre volte costruendo direttamente. Mi piace molto disegnare, soprattutto quando sono in viaggio e ascolto la musica, perché è il miglior momento per comporre l’idea generale. Quando sono nel mio studio vengo interrotto costantemente ed è difficile concentrarsi sulla creazione.
Quali sono le tue fonti d’ispirazione maggiore?
A dire il vero cambiano. In questo momento il mio interesse per l’arte sta crescendo. È una fonte d’ispirazione potenzialmente immensa. Ultimamente quando osservo un oggetto di design penso alla finitezza del prodotto e a quanto questa qualità possa fermare l’immaginazione. Invece l’arte qualche volta permette di andare oltre e di sviluppare un’interpretazione. I miei primi lavori sono stati paragonati a quelli di Louise Bourgeois, ma io all’inizio non vedevo un collegamento, perché ero troppo concentrato sul mio lavoro. Ora posso intravedere qualche legame, e sarei molto felice se si continuassero a paragonare i miei lavori ad artisti di questo calibro.
Progetti futuri?
Andare a Basel per il Design Miami/Basel. Farò un’installazione all’aperto che va nella direzione della collezione "Tree Chair". Voglio esplorare sempre di più i sensi, fare uno sforzo e cercare di trovare un legame con le “sfere alte”, anche se non so di preciso di cosa di tratti.