foto e testo di Sergio Pirrone

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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
gallery gallery
foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
gallery gallery
foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"},{"caption":"foto e testo di\nSergio Pirrone -
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foto e testo di Sergio Pirrone - [gallery ids="7729,7730,7731,7732,7733,7734,7735"]“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?
“È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi... quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?"}];
È ciò che abbiamo in comune. Il titolo fa riferimento soprattutto al pensiero comune, alla cultura. Ma anche alla città, al terreno in cui si appoggiano gli edifici, e a quello tra di essi, che è comune. In questa ambiguità tra dimensione intellettuale e fisica, sono interessato al dibattito che può scaturire da questo patrimonio comune, alle connessioni tra la gente, tra le idee”. Così David Chipperfield prima dell’apertura. Quasi immediata la risposta a distanza di Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au: “Fin dai suoi inizi con la Strada Novissima di Paolo Portoghesi nel 1980, la Biennale d’Architettura di Venezia ha continuato a perdere spessore teoretico. Non è più quel vivace momento di discussione e critica sui temi dell’architettura, ma solo un evento vuoto e faticoso, tetro e noioso”. Se il curatore ribatte accusando l’architetto austriaco di offendere l’intera categoria senza essere neanche passato da Venezia, cosa ne pensano della mostra gli architetti protagonisti della stessa? E quanto possono essere critiche le posizioni di chi è stato invitato a dare un contributo, e quanto le opinioni possono essere influenzate da rapporti d’amicizia col curatore? Il pensiero di Norman Foster è assolutamente allineato: “Nonché molto unificata, questa Biennale è uno splendido scorrere di straordinaria diversità. È accessibile a tutti, anche ai profani, ed ha evitato una delle difficoltà delle Biennali d’architettura: gli architetti che parlano agli architetti. In Biennale, un architetto deve sentire grande responsabilità nel comunicare le proprie idee alla gente comune, perché in fondo l’architettura impatta direttamente il pubblico comune. È quello che anch’io sto cercando di fare qui”. Puro e stoico è il senso di responsabilità giapponese, che si mobilità per rialzare un Paese in ginocchio e lo fa con tutti i mezzi a sua disposizione. È stata questa la chiave del Leone d’Oro al padiglione giapponese curato da Toyo Ito e allestito da Naoya Hatakeyama, Akihisa Hirata, Sou Fujimoto e Kumiko Inui, che motiva serena la sua presenza: “Personalmente non ho alcun desiderio di diventare un’artista famosa o di ottenere commesse estere. Sono solo interessata al tema del nostro progetto e sono qui per chiedere alle persone cosa ne pensino… Il Giappone sta affrontando momenti difficili, così come altri Paesi europei, e noi architetti dobbiamo dare il nostro contributo per il nostro Paese. Questo è il momento di farlo”. Winy Maas, di MVRDV, critica alla Biennale la mancanza di visione del futuro : “Vorrei spingere i padiglioni fuori, estendere la mostra alla città, ai giardini, sull’acqua. Se la confronto, per esempio, con Documenta, qui manca gente, manca quella velocità, quella sensazione di non averne mai abbastanza. In più, quest’anno mi sembra ci siano troppe analisi dell’esistente e pochissime speculazioni sul futuro. Vedo ripetizioni di cose già viste in passato solo per il gusto della ripetizione, che non sono di grande ispirazione”. Steven Holl, uomo schietto, americano con accento cinese, architetto abituato all’eccezionale, rileva nella mostra una tentazione al neutrale generico: “Common Ground è tutto e niente, è qualsiasi cosa. Come in Arsenale, che è una successione estenuante di spazi la cui sequenza appare incomprensibile. Per esempio, trovo strano che ci siano 7-8 architetti svizzeri, molti inglesi e nessun cinese. Se la Biennale è un forum globale, allora è necessario andare un po’ oltre la Svizzera! È una selezione molto provinciale, che non fotografa il presente”. La carta del Common Ground, del dominio orizzontale a cui tutti in qualche modo apparteniamo, ha sottolineato le differenze, i toni, i riflessi. Su un foglio bianco in cui due gocce d’inchiostro non possono mai essere uguali, Peter Eisenman ci racconta il passato, con razionale nostalgia, una storia d’altri tempi: “Dopo le due terribili Biennali dirette da non architetti, e dopo la precedente di Kazuyo Sejima, questa è finalmente tornata all’architettura, con tante idee diverse. Questa è la mia settima Biennale. Ero qui alla prima, nel 1976. Ho ancora la foto di noi 26 architetti insieme. C’eravamo tutti, Hollein, Rossi, Venturi… quella si che è stata un’esperienza d’apprendimento, una grande discussione sull’architettura. Ora è solo uno show”. Michel Rojkind ha la metà dei suoi anni e viene da Città del Messico. Condivide l’opinione critica dell’ottantenne architetto americano ma la esprime con forza, con quella tensione progressiva che si respira nella metropoli messicana. Talento ed espressione del nostro tempo contemporaneo, Rojkind auspica un Ground Zero dopo Common Ground: “Mi piacerebbe una Biennale che parli di resurrezione. Annientarla e ricostruirla da zero. Il mondo in cui viviamo sta cambiando così tanto, la Biennale no. Scegliamo il curatore attraverso un concorso di idee e non per il nome che porta. Dimentichiamoci dei padiglioni e spostiamo le esposizioni sull’acqua, così come succede con l’arte, che ha più coraggio. Viviamo in un mondo instabile, con tanti problemi. La domanda dovrebbe essere: come possiamo affrontare questa instabilità? Come Peter Eisenman Winy Maas possiamo immaginare il futuro e come l’architettura può giocare un ruolo chiave? Piuttosto che cercare ciò che abbiamo in comune, che è troppo conciliante, e che personalmente non mi interessa”. Il suo è un approccio multi-disciplinare, integrato, solo nel metodo prevede quella collaborazione sinergica che invece Chipperfield propone nel merito. Ultra contemporaneo contro modernista, chi vuole cambiare il mondo e chi lo vuole pacificare. Mettere in discussione uno status quo, qualunque esso sia, ha sempre richiesto forza e consapevolezza. Quella che Olafur Eliasson descrive come “…il credere che si possano cambiare le cose. La possibilità di specchiarmi su nuove idee e capire come posso esistere nel mondo, e così scoprire il mio corpo. Che qui, in Biennale, non è stimolato, lo sono solo i miei occhi. Come è messo in discussione il resto dei miei sensi?”. Il quattordicesimo curatore si ricorderà anche di questi commenti?