L’albero genealogico del design

Aksu Suardi Silvia Suardi, architetto, laurea al Politecnico di Milano e studi in Spagna. Sezgin Aksu (Turchia), designer, studi in Germania e in Francia. Hanno collaborato per circa dieci anni con Michele de Lucchi e dal 2001 lavorano insieme. Slvia Suardi: “Io sono della vecchia scuola, quando i designer erano tutti laureati in architettura. Michele De Lucchi, il maestro per cui ho lavorato per più di dieci anni, è alla base della mia formazione professionale. Un altro riferimento fondamentale è Ettore Sottsass. L’unico capace di fare design e architettura insieme a poesia. L’unico capace di emozionare con la fotografia di un muro di pietra. L’unico capace di disegnare l’inconscio. Lavorare per più di dieci anni nello studio di Michele è stata una fondamentale esperienza professionale, ma soprattutto una meravigliosa palestra di vita. Un ambiente internazionale che apriva a tutte le culture con un maestro molto speciale. Da Michele ho imparato la capacità di portare avanti un progetto, fino alla fine, mantenendo sempre alta la cura per il dettaglio. Ho imparato che non bisogna legarsi troppo alle idee, ma che è importante, fino alla fine, metterle in discussione e cambiarle. Ho imparato che l’attenzione non si riserva solo ai progetti ma soprattutto alle persone. Mai un cenno di arroganza”. Sezgin Aksu: “Ero un studente al primo anno di ingegneria a Stoccarda quando ho sentito Michele De Lucchi ed Ettore Sottsass parlare di design e di Memphis a una conferenza. Il giorno dopo mi sono iscritto all’Accademia delle Belle Arti della stessa città per studiare industrial design. Se faccio questo mestiere lo devo a questo incontro. Nello studio di De Lucchi ho imparato ad affrontare diverse tipologie di progetto e a confrontarmi con persone di diverse lingue e culture. Quest’anno io e Silvia presentiamo il sistema di sedute Bosforo per Poltrona Frau e il divano Juva per DePadova. Bosforo nasce dal desiderio di realizzare una seduta che sia al contempo guscio e imbottito, eliminando quindi il concetto di parte strutturale e di cuscino morbido all’interno. Il cuscino di Bosforo è bivalente. La parte retrostante è rigida, realizzata in cuoio o pelle irrobustita, mentre la parte interna, accogliente e confortevole, è realizzata con il pellame più morbido. La duplicità funzionale è sottolineata anche cromaticamente. Il divano Juva nasce invece dal desiderio di ridurre, semplificare, portare all’essenziale il prodotto partendo, progettualmente, dal cuscino. È un cuscino, infatti, che si ancora alla base, definendo lo schienale e i braccioli. E sempre lo stesso cuscino costituisce la seduta adagiandosi semplicemente sulla struttura”. Enrico Cesana Classe 1970, ha frequentato il Politecnico di Milano dove si è laureato nel 1997 in architettura. Prima di intraprendere autonomamente l’attività di progettista, oggi attestata a Lissone, ha svolto due felici esperienze lavorative negli studi di Rodolfo Dordoni e Paola Navone. “Mi definisco un ‘progettista al servizio delle aziende’. Il mio lavoro si basa su un approccio che mi porta direttamente all’interno di un’azienda, dapprima per analizzarne capacità, metodi e processi produttivi, successivamente a immaginare e concepire un prodotto o una collezione completa in grado di esaltare il know-how e di valorizzare quello che definisco il DNA aziendale. Ogni azienda è dotata di un proprio codice genetico, che cerco sempre di mettere a fuoco ed esaltare. Questa è la sfida al centro del mio lavoro, decodificare per creare unicità e differenziazione, sviluppare insieme un concetto di ‘io’ aziendale che è alla base di ogni scelta strategica, riferita al prodotto, alla comunicazione e al mercato. I miei designer di riferimento sono molti. Due su tutti: Achille Castiglioni e Dieter Rams. Il primo per l’approccio progettuale. La sua frase ‘È difficile dare una esatta definizione di industrial designer, ma credo che risulti chiaro quello che io definisco un vero industrial designer: colui che, lavorando in gruppo, progetta e realizza oggetti veri per dei bisogni reali. Il suo lavoro è produrre oggetti di grande serie per la comunità: molto diverso da quello dell’artista che produce opere rare per sé o destinate a una élite…’ racconta esattamente che dietro ad un prodotto c’è un lavoro di squadra, di esperienze, di saper fare. Del secondo amo la definizione ‘Meno, ma meglio’, applicata al design: descrive l’essenza del progetto industriale. Non saprei elencare quali progetti e idee del passato sono importanti rispetto ad altri, oserei dire che tutto è importante. Sono un consumatore di immagini, prodotti, architetture, tessuti, materiali che raccolgo, archivio e analizzo periodicamente. Conoscere e osservare il passato è fondamentale per costruire il futuro. Ho avuto la fortuna di lavorare nello studio di quelli che ritengo due grandi maestri contemporanei: Rodolfo Dordoni e Paola Navone. Le definisco entrambe esperienze felici – prima di tutto dal punto di vista umano – che hanno inevitabilmente lasciato un segno. Di Dordoni ricordo l’eleganza del segno e il senso delle proporzioni, la grande capacità di raccontare un progetto con uno schizzo dettagliatissimo. Da Paola Navone ho desunto moltissime lezioni: la forza di creare entusiasmo intorno a sé, la creatività inarrestabile, una continua e inesauribile inventiva per mondi e collezioni e l’abilità innata di scovare e proporre accostamenti inaspettati… Con lei tessuti, materiali, texture, colori, assumono una grande esplosività. Come art director di Dorelan sto coordinando la nuova collezione di letti tessili. Il mood è quello che da tre anni identifica il marchio: letti avvolgenti, morbidi in grado di essere vissuti e interpretati liberamente, di generare emozioni. Sto coordinando poi, sempre in qualità di art director, la nascita di un nuovo brand che si chiamerà MY, e produrrà arredi – sedie, tavoli, imbottiti, madie, letti, mobili aggregabili – per tutti gli ambienti domestici. La sedia Wired è il primo progetto; è realizzata in tubolare vuoto ed è molto leggera: pesa infatti solo 1 kg. Ho dedicato molto tempo allo studio dell’ingegnerizzazione dei prodotti; questo ha permesso di razionalizzare al massimo i sistemi produttivi e di ottenere prezzi competitivi”. Francesco Faccin Nel 2003, dopo avere frequentato l’Istituto Europeo di Design, entra nello studio di Enzo Mari. Poi la decisione di non fare più il designer ma di dedicarsi a un’attività artigianale. Lavora così per 5 anni con un liutaio, continuando però a sviluppare suoi lavori nello studio-laboratorio di Milano. La partecipazione al Salone Satellite nel 2007 lo riconduce al mondo del design, che oggi lo vede attivo come collaboratore di Michele De Lucchi e libero professionista. “Il mio lavoro degli ultimi anni sta indagando la linea di confine tra artigianato e produzione industriale. È possibile immaginare un’industria capace di innovare senza distruggere? È possibile immaginare una nuova generazione di artigiani colti, orgogliosi, capaci di sfruttare tecnologie sofisticate ormai accessibili per produrre oggetti di altissima qualità a costi paragonabili a quelli della produzione industriale di massa? Per me sviluppo non coincide necessariamente con ricerca tecnologica. Lentezza e qualità sono le mie parole d’ordine. Slow Food ha introdotto un modello di sviluppo sostenibile che potremmo adottare anche nel design. L’obiettivo è quello di produrre oggetti dove tutta la filiera sia ‘disintossicata’. Ognuno di noi ha delle tensioni più o meno consapevoli e latenti e il Maestro lo si sceglie per affinità. Non è necessario conoscere di persona un proprio maestro, il suo lavoro parla per lui e inevitabilmente ci influenza. Dobbiamo usare il suo lavoro come ‘linfa’ per nuove energie. Un Maestro è tale perché è capace di influenzare generazioni di persone parlando di tematiche universali e sempre attuali e perché genera pensieri che sono archetipi per altri pensieri. In generale credo poco nelle accademie come luoghi di formazione; credo molto, invece, nell’iniziativa, nella curiosità e nella non-linearità di un percor so formativo. Quella di Enzo Mari è una scuola militare. Si apprende la disciplina, l’etica del progetto e qualche insulto. Quando Mari inizia a progettare la meta è l’Archetipo, l’oggetto perfetto per una società utopica. In studio da Mari non si parlava mai di sedie e tavoli ma di allegorie, utopie, arte… Mi diceva sempre “il tuo riferimento deve essere Michelangelo”. Ho milioni di riferimenti del passato e da tutte le discipline possibili. Ho incominciato molti anni fa a raccogliere ed accumulare pezzi di oggetti, frammenti, ossa, cose rotte levigate dall’acqua o bruciate dal sole. Oggi disegno oggetti che spero diventino sempre più belli con l’uso, che si macchino e sbiadiscano come quei frammenti che ho trovato in giro per il mondo. I miei nuovi progetti comprendono un tavolo e una sedia. La sedia si chiama Pelleossa perché in effetti è un po’ scheletrica e ha una seduta in cuoio. È una sedia costruita con tecniche tradizionali senza viti o ferramenta, solo incastri e colla. È interamente realizzata a tornio (tornio tradizionale e tornio ‘copia’ per le parti curve); questo permette di risparmiare molto materiale e di abbattere i costi di produzione. Mi piacciono molto gli scheletri e le ossa in generale perché rappresentano il risultato di un processo naturale di sottrazione… Poi ho fatto il tavolo Traverso per Valsecchi 1918 che parte senza dubbio dal tavolo Frate di Mari. Ho cercato di trasformare la trave centrale in ‘colonna vertebrale’ (a proposito di ossa…) del progetto. Senza la trave il tavolo non esiste. Di testa si legge chiaramente la sezione che è strutturale e nello stesso tempo decorativa. Il piano del tavolo è diviso in due metà (di legno o vetro) così da occupare pochissimo spazio quando è smontato. Questa caratteristica è molto importante per l’ottimizzazione dello stoccaggio e del trasporto delle merci”. Emmanuel Gallina Francese, classe 1972, dopo gli studi di design all’E.N.A.D. (Limoges) e all’I.A.V. (Orléans), frequenta il politecnico di Milano dove l’incontro con Alberto Meda lo convince a rimanere in Italia. Collabora per sette anni con Antonio Citterio. Oggi svolge la libera professione di designer tra Milano e Parigi. “La globalizzazione, le opportunità di viaggio, gli incroci tra discipline moltiplicano le influenze di cultura, stile di vita, estetica… È importante dar prova di apertura e saper assimilare queste ricchezze. Tuttavia è essenziale per il mio modus operandi poggiare su riferimenti storici solidi. Mi nutro e studio a lungo le opere del passato. In particolare, mi interessano quelle degli anni Trenta e Cinquanta. I punti di riferimento sono importanti per strutturare il pensiero così come il disegno è fondamentale per dar corpo alle idee, non mi stancherò mai di ripeterlo ai giovani studenti che tendono a dimenticarlo. I miei maestri sono Jean Prouvé, Dieter Rams, Alberto Meda, gli Eames: dal loro lavoro scaturisce una genialità capace di coniugare i vincoli tecnici, la ricerca della sintesi e il rapporto stretto con l’industria, elementi che sottendono anche le mie ricerche e sperimentazioni. Gli artigiani del passato, soprattutto quelli che lavoravano il legno, mi hanno sempre affascinato e traggo ancora ispirazione da loro per tutto ciò che rappresentano in termini di valore del lavoro e rispetto del materiale. Infine, mi intessano gli architetti di interni francesi dell’inizio del secolo scorso per l’elegante semplicità che traspare dai loro progetti. Antonio Citterio mi ha insegnato la professione del designer. E non solo, mi ha dato molto anche a livello di approccio e metodologia progettuale, ponendo un’attenzione estrema al dettaglio e ai processi di produzione. Mi ha trasmesso una visione completa del ruolo del designer che oggi deve elaborare strategie con il mondo dell’industria, conoscere la realtà dei mercati, saper costruire progetti di design globali che tengano sotto controllo sia il prodotto che la comunicazione. È proprio questo spiccato bipolarismo (azienda-designer), caratteristico della cultura italiana del design, che mi ha attirato in Italia. Infine ho acquisito professionalità e una struttura organizzativa, valori fondamentali per potersi misurare con i maggiori protagonisti del design internazionale. I prodotti che presento quest’anno hanno in comune l’utilizzo di materiali molto tradizionali come il legno, il cuoio, l’ardesia, il marmo… Queste materie nobili, ricche di storia, vengono reinterpretate in chiave contemporanea e leggera ed esaltate nei loro contenuti di poesia e solidità. La collezione Tapparella per Colé cerca l’intimità delle atmosfere delle scrivanie riportando in auge le vecchie tipologie di mobili con ante in stile tapparella. La contemporaneità di questa collezione è espressa dalle linee leggere, dall’accostamento dei colori tenui e dalla funzionalità che si adatta alle nuove tecnologie e ai relativi comportamenti (computer portatili, smart phone, ecc.). La serie per Poliform proietta l’utilizzatore in un ambiente stile sala per fumatori anni Cinquanta, elegante e chic. La poltrona e i tavolini bassi hanno l’ambizione di ridare il giusto valore a dettagli costruttivi che appartengono agli artigiani del passato. La cucina Corteccia progettata per Bamax vanta una linea contemporanea impreziosita da incisioni nel legno. I materiali, rovere e ardesia, vengono mantenuti appositamente grezzi per conferire una forte atmosfera naturale e trasmettere calore. Infine i tappeti disegnati con Clara Giardina per Nodus propongono forme contemporanee che assomigliano a découpage geografici in cui le trame si disegnano, si incrociano e si sovrappongono. Tutti questi progetti propongono scenari, storie, atmosfere che attingono esplecitamente al passato; io li reinterpreto in modo contemporaneo, mettendone in risalto i valori di autenticità e semplicità. Come un deejay faccio il remix di vecchie tipologie, tecniche tradizionali, estetiche antiche talvolta dimenticate”. Lorenz*Kaz Steffen Kaz e Catharina Lorenz fanno coppia nell a vita e nel lavoro. Steffen è nato a Stoccarda, ha studiato industrial design ad amburgo e a Londra, ha lavorato a New York e poi Milano, nell o studio di James Irvine fino al 2001. Catharina è nata a Monaco e ha studiato industrial design a Darmstadt; dopo varie esperienze a Londra e in Germania, è entrata nel 1995 nell o studio Sottsass Ass ociati. Insieme hanno fondato, nel 2001, lo studio Lorenz*Kaz con sede a Milano. “Più che ‘designer’, inteso nell’accezione contemporanea del termine, noi ci consideriamo progettisti di una cultura contemporanea per tutti i giorni. Sappiamo di non essere ‘pop’: i nostri progetti non rispondono al frenetico susseguirsi delle mode e delle tendenze, ma ambiscono ad avere un proprio carattere e una propria consapevolezza e a conservarla nel tempo. L’obiettivo è che nostri oggetti siano intuitivamente compresi da chiunque, senza essere banali e noiosi. Il design migliore è quello che appare invisibile e sembra non essere disegnato. Abbiamo trascorso diversi anni negli studi di Ettore Sottsass e James Irvine. Sicuramente è stato interessante collaborare con queste forti personalità: entrambi avevano tanti clienti e tanti progetti, collegati tra loro in una fitta rete a livello internazionale. Abbiamo lavorato per grandi aziende ma anche per tante piccole imprese, altrettanto stimolanti. James è un ottimo insegnante; da lui si impara una metodologia di progettazione che permette di portare a maturazione il proprio percorso professionale. Ettore era affascinante, con la sua saggezza ed esperienza, ma anche con la sua particolare indisponibilità al compromesso. Il nostro lavoro si declina a più scale: dal disegno dell’oggetto alla direzione artistica. Abbiamo partecipato alla ‘posa della prima pietra’ del marchio Colé: è stato molto avvincente essere parte del processo iniziale. Il nostro approccio si sposa con l’idea di design proposta da Matteo De Ponti: prodotti ‘colti’ ma non necessariamente elitari, estranei alle mode, caratterizzati da dettagli artigianali e da calore materico; prodotti ‘low profile’ ma in grado di rivolgersi a un ampio pubblico. Diverso il ruolo che svolgiamo da Rossin, un’azienda di Bolzano che opera soprattutto nel settore contract, che seguiamo sul piano dell’immagine e dello sviluppo complessivo. Il progetto che presentiamo ad aprile, una sedia con scocca in Baydur, rappresenta un grande passo per questo marchio che da sempre produce sedute in legno. Per Zeitraum abbiamo invece sviluppato una nuova sedia con struttura in legno e struttura in cuoio che rappresenta il punto d’incontro tra la modernità tecnologica delle macchine a controllo numerico e la tradizione delle lavorazioni artigianali”. LucidiPevere Paolo Lucidi (1974), Luca Pevere (1977). Si conoscono al Politecnico di Milano, dove entrambi si laureano in Industrial Design. Il primo si forma nello studio di Marc Sadler, il secondo fa il suo apprendistato da Clino Trini Castelli e poi da Marco Ferreri. Nel 2006 fondano a Milano lo studio LucidiPevere che subito dopo trasferiscono a Udine, paese d’origine di entrambi. “Banalmente una delle sfide più grandi per noi è quella di fare qualcosa di originale. Non si tratta di understatment. Nella nostra breve carriera abbiamo incrociato diverse realtà e conosciuto imprenditori e colleghi, più o meno illuminati, attraverso i quali abbiamo constatato spesso che un certo grado di originalità tipologica, innovazione tecnologica e, perché no, rischio in termini di successo commerciale non sono sempre così scontate né tantomeno desiderate. Essere designer per noi è cercare di essere anche un po’ pionieri. Non siamo dei teorici del design, non cerchiamo soluzioni rivoluzionarie che, come d’incanto, possano rendere tutto migliore. Cosa possiamo fare? Il nostro lavoro al meglio. Prendersi il tempo necessario per dare profondità, senso e valore agli oggetti che creiamo… anche a scapito della quantità di progetti. Da quando abbiamo preso questa direzione ci accorgiamo sempre più che non si tratta di tempo perso. Una certa cultura del progetto diffusa per vicinanza geografica ci ha indubbiamente contaminato attraverso mostre, dibatti e la scuola stessa. Ci riferiamo, ad esempio, a designer come Luigi Molinis, Arieto (Harry) Bertoia, Gino Valle, gli Scarpa; aziende come Zanussi, Brionvega, Solari fino ai numerosi e celebri distretti come quello della sedia. Amiamo e seguiamo in genere coloro che fanno e hanno fatto questo mestiere in modo silente ma con profondità progettuale. Piergiorgio Cazzaniga, Claudio Bartoli, Kuno Prey, Giotto Stoppino, Anna Castelli Ferrieri sono solo alcuni. Non ultimi Marc Sadler e Marco Ferreri che ci hanno formato professionalmente per diversi anni. Al Salone del mobile 2012 presentiamo Macramé, una collezione di piccoli tavoli in vetro progettati per Fiam. Intento del progetto era quello di fare qualcosa di nuovo nel settore del vetro applicato all’arredamento. Il marchio Fiam si è sempre contraddistinto per essere maestro nella curvatura del vetro in lastra. Con il nostro progetto volevamo lasciare un segno molto personale nell’utilizzo di questo materiale come altri prima di noi hanno fatto: Ron Arad con il vetro fuso, Danny Lane con il vetro scolpito a mano, Cini Boeri e Vittorio Livi con il vetro curvato. Assieme a Daniele e Vittorio Livi e ad abilissimi maestri vetrai abbiamo messo a punto una tecnica che ci ha permesso di fondere il vetro a tal punto da ricavarne un filo incandescente continuo, sottilissimo e lavorabile. Il risultato è una collezione di tre tavolini monomaterici caratterizzati da un basamento centrale che, come nel macramè – antica arte del merletto a nodi – ha un effetto di filo continuo e annodato. Il tutto attraverso un processo semi-artigianale: un gruppo di artigiani tessono e plasmano il filo di vetro incandescente attorno ad una forma predefinita. Quasi una sorta di danza antica con otto mastri vetrai che velocemente e con assoluta sincronia preparano un oggetto contemporaneo con una tecnica tramandata da decenni. Creare oggetti in cui è possibile rintracciare il piccolo difetto, la lieve sfumatura rispetto allo standard quanto basta per renderlo unico; riportare la dimensione umana, la traccia del lavoro fisico all’interno della materia è appunto un modo, secondo noi, per dare profondità al progetto e al prodotto stesso contribuendo a quella economia tipicamente italiana basata sul lavoro e sui prodotti concreti e tangibili”. Philippe Nigro Nato nel 1975 a Nizza, ha studiato arti applicate in Francia e nel 1999 è entrato nello studio di Michele De Lucchi per fare uno stage. Ancora oggi lo si può trovare lì, ma dal 2005 affianca a questa collaborazione i suoi lavori individuali di design. Vive tra la Francia e l’Italia. “Le vere sfide del designer consistono nel comprendere le specificità e le esigenze delle aziende e fornire risposte estetiche e funzionali sapendo prendere le distanze: l’importante non è lo stile del designer, ma proprio l’essenza dell’azienda, che deve essere leggibile attraverso l’innovazione, tecnica o formale. Nel mio lavoro cerco di perseguire un principio di onestà nei confronti dell’utente finale dei prodotti, che vuol dire onestà intellettuale e funzionale. L’oggetto deve avere innanzitutto un senso, deve raccontare una storia, comunicare un’idea, deve poter suscitare un’emozione, un affetto. Castiglioni, Eames, De Lucchi, Morrison, Pesce… Ognuno a modo suo (radicale, funzionale, artista, umile, provocatore …) riesce a trasmettere un’emozione attraverso il suo lavoro e attraverso gli oggetti, talvolta radicali che flirtano con l’arte, talvolta progetti che quasi scompaiono dietro alla loro evidente semplicità, ma tutte opere che hanno contribuito e contribuiscono ancora, con la loro forza e atemporalità, alla cultura odierna e futura. Il messaggio presente nei miei nuovi progetti è eteroclito: alcuni sono la logica conseguenza di un lavoro grafico e formale, cominciato diversi anni fa, sull’accumulo e la sovrapposizione della stessa forma allo scopo di creare un nuovo oggetto, una composizione inedita. Altri sono orientati alla ricerca di una certa ‘atemporalità’. Nel caso di Nuage, l’applique disegnata per Foscarini, l’idea è quella di creare un effetto ottico tramite la sovrapposizione di moduli striati, lamelle inclinate ispirate alle veneziane, che non solo producono un effetto grafico, ma permettono anche di diffondere la luce in modo diverso. Il prodotto si presta alla composizione modulare e alla giustapposizione e si presta alla definizione di pareti luminose per ambienti domestici o contract. Con Résille, il tavolo e la sedia disegnati per Ligne Roset, ho proseguito una ricerca incentrata sulla lavorazione del tondino in acciaio inossidabile piegato e intrecciato, allo scopo di creare mobili, sedute e tavoli, per esterni. Il divano Pier di De Padova, invece, gioca sulla contrapposizione tra la concezione architettonica dei piedini, ispirati alle strutture lignee che sorreggono in secco le grandi barche o le sollevano a una certa altezza, e la seduta d’immagine classica. Infine Smusso, la sedia per ufficio in bambù curvato e fresato che ho disegnato per il nuovo marchio Discipline. Mi piaceva l’idea di una seduta realizzata interamente con un materiale molto resistente che si trova in abbondanza in natura ed è rinnovabile. La sfida è quella di utilizzare un materiale alternativo, caldo e naturale, negli ambienti operativi (ma anche domestici) dove di solito regnano la plastica e il metallo”. Robin Rizzini Nasce a Genova nel 1973. Si diploma alla Scuola Politecnica di Design di Milano. Dopo le prime esperienze presso lo studio McKimm Albemarle e lo studio Progetto CMR, collabora con Antonio Citterio dal 2000 al 2005 per poi aprire il suo studio a Milano. Nel 2009 fonda con Bruno Fattorini la Bruno Fattorini and Partners. “Il mio lavoro si concentra molto sui materiali e sulle superfici; cerco di portare innovazione in un settore dove la ‘novità’ talvolta fa fatica ad essere accolta. In studio abbiamo sperimentato materiali compositi e rivestimenti già ampiamente utilizzati nel settore automobilistico per creare sedute molto leggere e tavoli in grado di raggiungere lunghezze fino ad ora mai raggiunte; recentemente, ci siamo cimentati con il cemento applicato su superfici verticali e orizzontali. Tra i progetti che presentiamo questo aprile c’è un divano con un innovativo meccanismo elettronico che permette di regolare indipendentemente seduta e schienale e di ottenere il massimo comfort. Abbiamo inoltre disegnato un pic nic table realizzato con uno speciale profilo pultruso in materiale composito fibroso. Verrà riproposto il tavolo 25 progettato per Desalto, premiato durante la fiera di Colonia, completato con alcuni accessori che lo rendono ‘office’ e Zanotta presenterà nuovamente il sistema Ad Hoc che ha richiesto grandi investimenti per lo sviluppo e la messa a punto dei contenitori in lamiera realizzati con macchine saldatrici di ultima generazione. Design significa progettare e disegnare oggetti d’uso quotidiano che abbiano un contenuto formale ed estetico riconoscibile. Per formazione e sensibilità, questo significa per me sottrarre agli oggetti il superfluo, non solo relativamente a ciò che si vede, anche il dettaglio tecnico deve essere ‘pulito”, ridotto all’essenziale, ‘risolto’. I miei riferimenti sono molti. Tra questi, Dieter Rams, Charles e Ray Eames, Kenneth Grange e Pentagram degli anni ’70 e ’80, Jean Prouvé, Corradino Ascanio. Ammiro e invidio il loro talento nell’aver saputo combinare il dettaglio tecnico e il prodotto industriale in un codice comprensibile alla massa. Il lavoro straordinario e irripetibile di Rams per Braun, il sistema 606 di De Padova, la standard di Jean Prouvè, le side plastic chair di Eames, la Toio di Achille Castiglioni, la Vespa Piaggio, il compact disc, il Macintosh 128k, la lavapiatti. Potrei andare avanti ancora… Ho avuto la fortuna di lavorare con Antonio Citterio, un grande progettista e professionista, apprendendo da lui il reale significato del mestiere di designer che non significa schizzare su un foglio un prodotto, bensì capire quale strada seguire per la sua produzione, occuparsi del rapporto con i fornitori, fare propri i concetti di costo e prezzo, seguire la comunicazione, monitorare i risultati e, non da ultimo, l’aspetto del profitto, di cui spesso si tralascia di parlare come se fosse sconveniente, come se i designer progettassero solo per il gusto derivante dal processo creativo”.