In ‘cantina’, l’isola

In questi spazi spartani – un’infilata di quattro stanze su strada scandite dal ritmo di volte, spesse mura e alti soffitti in pietra calcarea locale – Corrado Nicolaci, principe di Villadorata, faceva riposare i vini Belludia del suo feudo.

Un tempo, quando in città risiedeva ai piani superiori, nello splendore artistico di Palazzo Nicolaci, barocco nobile del centro netino, progettato da Rosario Gagliardi con l’allievo Vincenzo Sinatra, tra il 1720 e il 1765.

Cambiano i tempi e, in un’ala privata dell’antica dimora, Cristina Summa dà vita al rinomato boutique-hotel Seven Rooms, mentre per le cantine chiede aiuto a Gordon Guillaumier, designer di base a Milano, ma nato nell’isola di Malta e di casa a Noto.

La genesi del Manna è scritta: come vuole il suo nome propiziatorio, proveniente dal cielo biblico o dalle terre di Madonie, in cui viene tuttora raccolta e lavorata, sarà un ristorante ameno, intriso di grazia, eleganza e cultura. E così è stato.

Sono trascorsi tre anni dall’apertura”, ricorda Guillaumier. “Certo, un approccio fluido ha favorito la composizione di un racconto morbido e armonioso. Flessibile e dinamico. Aperto all’ingresso di nuovi capitoli, come un recente dehors.

Ciò che l’occhio vede sui muri e intorno a sè, vuole corrispondere a quel melting pot culturale tra Nord e Sud che si ritrova anche nei piatti proposti dallo chef Gioacchino Brambilla da Bergamo, responsabile della ristorazione insieme a Roberta Assolari e Manuela Alberti, preparati con materie prime locali di stagione. Ma non solo. Al Manna”, prosegue, “talvolta si incontrano specialità regionali lombarde accanto a quelle siciliane”.

Per quanto riguarda il progetto, Guillaumier ha cercato di mantenere l’intervento il più possibile leggero, rispettando il concept volumetrico e materico degli spazi, nonché, nota non trascurabile, le esigenze della Sovrintendenza.

Ciascuna delle quattro stanze è stata personalizzata mediante il layout degli arredi, dai tavoli alle sedie alle luci, tutti riconducibili a oggetti iconografici di design. In grado di disegnare l’atmosfera di differenti zone, anche mediante i colori e i materiali di rivestimento giocati di contrasto alla palette di toni chiari e naturali dell’involucro.

Mi piaceva l’idea”, sottolinea ancora Gordon, “di integrare l’aspetto di artigianalità nello studio del decor, con scelte legate al territorio. Così ho utilizzato piastrelle di maiolica, in cotto smaltato a mano a Caltagirone, monocromatiche, per il bancone del bar, sulla parete retrostante, nel rivestimento dei bagni.

I tavoli hanno piani in pietra lavica smaltata. Le sedie sono tutte diverse, con il filo conduttore del colore nero che va a braccetto con l’azzurro delle collezioni di piatti appesi e scovati in vari mercatini, mentre librerie su disegno, lavori in ferro di Antonino Sciortino, opere di Sergio Fiorentino e due grandi serigrafie su lamiera per le porte dei bagni uomo-donna, alias Adamo-Eva, di Lucas Cranach, restituiscono un pizzico di ironia al progetto”.

Spesso sono pezzi dal gusto retrò, per regalare una gamma di sfumature agli interni, senza cadere nel clichè del tutto fatto a mano o del mobile locale. “La scritta luminosa Saiga Soda nella sala d’ingresso, poi”, conclude, “è un oggetto vintage trovato a Milano; non c’entra nulla, ma il suo font grafico porta un accento divertente nell’ambiente”.

(Testo di Antonella Boisi – Foto Alberto Ferrero)