Chi c’è stato, ricorda il sibilo del
vento gelido, il respiro affannoso, per la meraviglia
e per i 5200 metri avari d’ossigeno. Da Lhasa a
Kathmandu, la Friendship Highway è l’unica via
che collega il Tibet al resto del mondo. 800km di
tornanti pericolosi e rettilinei infiniti, tra dirupi
mozzafiato e laghi ghiacciati. L’Himalaya,
letteralmente “casa della neve”, come un vecchio
saggio dalla barba bianca, ti segue solenne, ti
rassicura con le sue braccia aperte. Ad occhi
chiusi, il sogno di Dai Zhikang, potentissimo
presidente dello Shanghai Zendai Group, era
quello di poterli aprire e trovarselo davanti,
l’Himalaya. La dimensione infinito, ideale
irraggiungibile, è una strada praticabile, a due
carreggiate, quella funzionale e quella simbolica.
La Cina è pioniera del sovra, tanto Shanghai,
quanto Pudong, il suo quartiere rampante.
Affacciato sulla riva orientale del fiume Yangtze, è
la piattaforma della zona finanziaria Lujiazui e
della feroce rivalità tra grattacieli ambiziosi. Tra i
più alti al mondo, il Jin Mao Tower, l’Oriental Pearl
Tower e lo Shanghai World Financial Center
sgomitano per visibilità commerciale e attenzione
mediatica, mentre in basso, restano avanzi di
edifici fatiscenti divorati dallo smog.
“Un punto di riferimento urbano deve
diffondere nuova fiducia e dare la direzione
attraverso un’epoca storica. Deve rappresentare la
personalità della città”. Dai Zhikang è esperto e si
tiene fuori da gare dimensionali, non ama i
paragoni fisici, sa che prima o poi qualcuno più
alto di lui arriverà. “Prevedo la fine dell’era dei
grattacieli che lasceranno il posto ad una
civilizzazione orientale più orizzontale, come
modello d’integrazione mondiale”. Affarista e
collezionista d’arte, apprezza l’architettura,
soprattutto quando è strumento di crescita
economica. Cerca il suo ideale simbolico, il volto
inconfondibile di un’architettura ibrida dai
lineamenti orientali, che sappia integrare la
potenza del commercio e la poesia dell’arte.
Fallirà innumerevoli tentativi, tra ricerche
geometriche che integrano l’onnipotente al
programma funzionale, il metaforico alla
struttura. Molto forte, incredibilmente vicino,
Arata Isozaki era la soluzione perfetta e una
pagina della storia. 80 anni, un curriculum
impressionante d’architetture culturali realizzate
in Cina, Vietnam, Ucraina, Qatar, Kazakhstan, ecc.
Il maestro geometrico garantiva eterogeneità,
esperienza, e un marchio d’origine controllata.
Nell’hub finanziario di Lujiazui, fronteggiato
dallo Shanghai New International Expo Center e
dall’Hotel Kerry Parkside, camminando su
Fangdian Lu, l’Himalayas Center annichilisce l’ego
dei passanti. Non lascia certezze, se non il
rassicurante senso d’appartenenza ad un evento
importante. Un oggetto architettonico non
identificabile poggiato su un lotto di 29.000 mq
specula su sagome ambigue e forti, su una
piattaforma organica alta 31,5 metri, di cemento
vivo. Respira attraverso grandi cavità ellittiche
vetrate che conducono alle grotte voltate.
Estrusa dalla stessa valle d’asfalto e deformata
dalla compressione dei volumi ortogonali laterali,
la Wuji Plaza a tripla altezza soffia di vento e parla
con eco. È un cono d’ombra tra due viali assolati, è
la grotta in cui ripararsi. Su piano stradale
comunica il primo Jumeirah Hotel cinese e il
complesso degli uffici; ai livelli superiori diventa
un ponte aperto tra il DaGuan Theatre e
l’Himalayas Art Museum. Il primo, dominio di performance artistiche, si espande su sagome
arrotondate che seguono gli estradossi della piazza
sottostante, mentre il secondo, più razionale, si
sviluppa su cinque livelli d’arte contemporanea.
Oriente e occidente, yin e yang, intelletto e
passione, curva e linea, ossimori che si sfiorano per
un solo istante, l’attrazione bipolare tra due
opposti è una necessità capitale. Come una
fisarmonica gigante, due casse armoniche cubiche
laterali proteggono il mantice ondulato con
reticolari tridimensionali incomprensibili. Arata
confessa di essersi ispirato alle giade neolitiche di
Liangzhu, altri intravedono uomini e donne cinesi
arrampicarsi su una parete troppo alta. Oltre,
l’elitario Jumeirah Hotel con le sue cinque stelle e i
67,5 metri sopra il livello stradale sul fronte
settentrionale; e negozi al dettaglio, sale multifunzionali,
centri polivalenti, su quello
meridionale. Il centro è un tetto-giardino di verde
ondulato, che contempla il bello e il brutto che lo
circonda. La propria architettura, il quartiere e
sullo sfonfo la fosca silhouette della metropoli.
Il mantice e l’infinito cinese
progetto architettonico Arata Isozaki & Associates
progetto d’interni di KCA International
foto e testo di Sergio Pirrone
progetto d’interni di KCA International
foto e testo di Sergio Pirrone
A Pudong (Shanghai ),
Cina, l’Himalayas
Center, monumentale
complesso
polifunzionale
annic hilisc e l’ego
dei passa nti
con le sagome
ambigue e forti
della sua architettura
firmata da Arata
Isozaki, maestro
geometric o
di eterogeneità,
know-how e marchio
d’origine controllata
Pubblicità