Tirare le conclusioni del Salone del mobile 2012 è, forse, prematuro. Conviene lasciar sedimentare le visioni, far decantare le suggestioni, filtrare con il setaccio fino le impressioni, ma non è azzardato sostenere che gran protagonista di questa edizione sia stato lo studio giapponese Nendo, non solo perché insignito del premio Edida 2012.
Apparso, quasi in sordina, nell’arena del FuoriSalone di Milano nel 2010 alla galleria Antonia Jannone con la poetica mostra “Chair garden”, una candida semina, nella galleria e nel cortile, di modellini di oggetti che germogliavano da vasetti da fiori per raccontare che anche le forme delle cose artificiali sono il risultato di una crescita naturale, quest’anno ha collezionato tre importanti presentazioni (una personale, “Trial&Error”, a Palazzo Visconti in via Cino del Duca, che riuniva 5 collezioni di progetti d’arredo, presentati in varie sedi in giro per il mondo negli ultimi due anni e i pezzi della nuova serie 1%; la mostra “Still&Sparkling”, realizzata in collaborazione con Lasvit, la manifattura ceca del vetro; la presentazione della prima collezione “Black&Black”, creata in qualità di art director per il nuovo marchio di Singapore K%), quindi la presenza alla Han Gallery con i tavolini “Bamboo steel”; allo Spazio Rossana Orlandi con i “Growing vases”; da Nilufar con i “Lacquered paper objects” E non è tutto. Porta la firma di Nendo la nuova collezione bagno di Bisazza, per cui hanno disegnato anche una serie di mosaici trasparenti e il concept dell’allestimento. La lista delle collaborazioni include anche Arktipo, Cappellini, Established&Sons, Flaminia, Gandia Blasco, Kme, Moroso, Nava e Tod’s, per cui hanno immaginato le vetrine di via della Spiga.
Sono stati i protagonisti di quest’ultimo Salone milanese e non per caso. Akihiro Ito, chief designer dello studio, racconta di aver deciso di fondare lo studio Nendo dopo la prima visita al Salone di Milano nel 2002. E riconosce al Salone Satellite, cui hanno partecipato nel 2003 con la loro prima esposizione, il merito degli incontri con personaggi importanti del design italiano, come Giulio Cappellini e Maddalena De Padova, che hanno aperto loro molte porte, anche se ritengono loro ispiratore e maestro Issey Miyake con cui hanno collaborato in passato.
La mostra “Chair Garden” del 2010 alla galleria Antonia Jannone può servire da metafora del loro precorso in ascesa. Lo studio Nendo, al pari di una pianta ben concimata, è germogliato rapidamente, ma ha ramificato in modo armonico, trovando una poetica sintesi tra la cultura giapponese e quella occidentale: si dichiarano infatti “locali globalmente”. Akihiro Ito, nato e cresciuto sino all’età di dieci anni a Toronto in Canada, afferma “di sentirsi talvolta uno straniero a Tokyo”. La collezione bagno per Bisazza (2012) denuncia l’intenzione di dare vita ad una idea occidentale contemporanea, intrisa di rimandi alla
cultura tradizionale giapponese, a cominciare
dall’uso del legno per i sanitari e agli effetti
opalescenti delle composizioni in mosaico. I loro
progetti possono dirsi Iki, un concetto giapponese,
difficile da tradurre in parole, che indica la grazia
ineffabile dell’unione tra la geometria e l’esprit de
finesse alla Henri Bergson, sulla cui struttura il
poeta-filosofo Kuki Shuzo (1888-1941) ha scritto nel
1930 il saggio “La struttura dell’Iki”. Scrive Shuzo
che “l’Iki rappresenta una cultura di sfumature, un
ideale malinconico e crepuscolare (…) che l’Iki è lineare (...) che è Iki ‘restare immacolati pur
tingendosi di colori’ (...) che sono Iki i motivi
semplici (…) che l’Iki ha rapporto con l’austerità e
con la vistosità”. Addentrandosi nella
contraddittoria “Struttura dell’Iki” si ritrovano
molte delle caratteristiche del design dello studio
Nendo e, in particolare, quella sapiente
composizione dei contrasti che gli consente di
muoversi all’indietro verso la propria origine,
verso quella cultura liquida e d’ombra (Junichiro
Tanizaki, Libro d’ombra, 1935), senza rischiare
l’ etnico e il nostalgico. Il design di Nendo è una
sorta di fine distillato di giapponesità, combinato
con una versione soft, o meglio “umida”, del
minimalismo occidentale. Al pari della carta
giapponese washi, morbida, perché leggermente
umida, il loro minimalismo, che si esprime in
volumi di pura, quasi astratta, geometria e in
linearismi derivati dalla calligrafia cangi, non è
mai secco, ma possiede sempre delle delicate
morbidezze, anche quando il disegno è ridotto
all’essenziale. Anzi, può accadere, come nella serie
Zabuton per Moroso (2012) ispirata ai futon
giapponesi, che compaiano delle abbondanti
rotondità, che paiono rubate ai corpi dei lottatori di
Sumo. Ma anche in questo caso si tratta, per dirla
con Shuzo, di Iki, ovvero di risolta contraddizione,
tra la geometria lineare della struttura metallica e
l’informale morbidezza dei cuscini appoggiati,
apparentemente, in modo casuale.
Molti dei loro progetti appartengono allo
stadio intermedio tra il solido e l’aereo, resi dai
sapienti allestimenti, basati su irradiazioni e
diaframmi, talvolta quasi sfocati, più simili ad
ombre che ad esistenze corporee, come nella
mostra “Outlines” alla Saatchi Gallery di Londra
(settembre, 2010), dove le opere, costruite con linee
nere, giocando sull’ambiguità tra la tri e la
bidimensionalità, disegnavano sulle pareti e sul
pavimento impalpabili reticoli d’ombra.
Il segreto della loro efficacia è riassunto nel
loro manifesto programmatico: “non dedicarsi ai
grandi gesti, ma ai piccoli momenti, nascosti nel
quotidiano, trascurati e difficili da riconoscere, dai
quali dipende la qualità della nostra vita e dar loro
forme facili da comprendere intuitivamente”.
Perciò un sofà può essere costituito solo da una
serie di gonfi cuscini gettati su una lineare
struttura metallica e una efficace e originale
lampada a sospensione (Press lamp, Lasvit, 2012)
può essere nient’altro che un cilindro di vetro
pinzato al centro.
L’equilibrio tra il solido e l’aereo
testo di Cristina Morozzi
Il design dello studio
Nendo rappresenta
la dimensione locale
capace di diventare
globale e l’unione
ineffabile
della geometria
con la grazia
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